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Sentenze preconfezionate, Bonafede spedisce gli ispettori a Venezia

Il ministro della Giustizia pronto a discutere la riforma del Csm anche con le opposizioni
La verifica dopo la denuncia della Camera penale. L’Ucpi: «necessario definire una nuova autorevolezza della giurisdizione»
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La battaglia dei penalisti di Venezia ha prodotto un risultato: l’invio degli ispettori, da parte del ministero della Giustizia, alla Corte di Appello della città lagunare, dove ora dovranno svolgere accertamenti preliminari sui presunti casi di sentenze copia e incolla scritte ancor prima della discussione. Un fatto denunciato dalla Camera penale di Venezia, guidata da Renzo Fogliata, che ha trovato l’appoggio di tutti i penalisti del Veneto e dell’Unione delle Camere penali italiane, che ieri, schierandosi a fianco dei colleghi, ha ribadito la necessità di chiarire quanto accaduto.

Le sentenze «preconfezionate»

 

Il fatto, stando a quanto denunciato dagli avvocati, è tanto semplice quanto grave: le sentenze di circa sette processi sarebbero state scritte – in due casi in toto, con tanto di intestazione e dispositivo – ancor prima che pm e difese potessero esprimersi in aula. Sentenze, tutte, di rigetto degli appelli con liquidazione delle spese in favore della parte civile già determinate e indicazione del termine di deposito delle motivazioni, nonché relazioni con motivazioni già strutturate per il giudizio di rigetto dell’appello. Un malinteso, secondo la presidente della Corte d’Appello, dovuto alla prassi di inviare – sulla base di «schemi autorizzati dal Csm e dalla Cassazione» – bozze di ipotesi di decisione, predisposte dal giudice relatore. Spiegazione che non ha convinto l’avvocatura, decisa a fare chiarezza. Tant’è che sulla stampa locale, sottolinea l’Ucpi, «il presidente di Sezione, dottor Citterio, addirittura rivendica paternità e metodo di queste motivazioni precompilate, che non si sottrarrebbero per ciò stesso al ripensamento collegiale, ma contribuirebbero, se condivise, ad implementare l’efficienza produttiva della Corte».

Bonafede invia gli ispettori

 

Dopo la denuncia della Camera penale, le udienze sono state rinviate al 2021, con la sostituzione del relatore. Ma intanto la macchina ministeriale si è mossa, nel mentre si attendono le decisioni del Csm, al cui Comitato di presidenza i laici Stefano Cavanna (Lega) e Alberto Maria Benedetti (M5S) hanno chiesto l’apertura di una pratica per «effettuare un’approfondita istruttoria» e «conseguentemente, accertare l’eventuale sussistenza di fatti e/o condotte rilevanti nell’ambito delle competenze del Consiglio, nonché al fine di adottare le iniziative meglio ritenute». Intanto la Giunta dell’Unione stigmatizza il fatto, ritenuto «gravissimo» e meritevole «di nette iniziative sul piano della verifica disciplinare dei comportamenti dei soggetti coinvolti». Puntando il dito contro una parte della magistratura italiana, che avrebbe «evidentemente abbandonato l’essenza codicistica del giudizio di appello, prospettandone – in una visione efficientistica e violatrice dei diritti – una nuova natura di giudizio meramente cartolare, affidato ad un solo componente del Collegio, in violazione dei principi di contraddittorio sulla prova, di oralità e di pubblicità, che secondo il dettato normativo contraddistinguono la seconda fase del procedimento».

L’Ucpi: «È il momento di intervenire sulle garanzie difensive»

 

Insomma, per i penalisti italiani, la vicenda di Venezia altro non è che l’esempio di un modo di intendere il processo che relega la difesa ai margini, disattendendo il principio del contraddittorio e che vorrebbe «il giudizio di appello affidato ad un Giudice monocratico, ordinariamente camerale e, nelle ipotesi più estreme, l’introduzione del canone della reformatio in peius. Un sistema processuale dunque – afferma la Giunta – che presuppone l’imputato sempre colpevole per come giudicato nell’unico grado di merito, all’esito del quale deve interrompersi anche la prescrizione». L’ispezione, però, non basta. La richiesta dell’Ucpi è rivolta anche alla magistratura, alla quale chiede di schierarsi e condividere «una riflessione sulle prassi degenerative in grado di appello e sul recupero dell’effettività del secondo giudizio». Ma anche per «definire una nuova autorevolezza della giurisdizione, a partire da riflessioni su modelli, diritti, senso delle decisioni, attraverso interventi sul piano ordinamentale e per l’effettività delle garanzie difensive».

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