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«Basta con gli interessi delle lobby: la Giustizia deve diventare “smart”»

Il tavolo a via Arenula: l’obiettivo è quello di strutturare fuori dall’emergenza il lavoro da remoto per i funzionari pubblici. Meloni (Cgil): «Basta polemiche strumentali e di parte, il rientro in tribunale deve avvenire in sicurezza»
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Lo smart working è il futuro e la Giustizia deve adeguarsi. Si potrebbe riassumere così l’esito dell’incontro di ieri a via Arenula, dove i sindacati di settore, che rappresentano il comparto dei cancellieri degli uffici giudiziari, hanno incontrato i membri del dipartimento dell’organizzazione giudiziaria. E lì i sindacati hanno ribadito un concetto, più volte sottolineato nelle ultime settimane di accesa polemica con l’avvocatura: se attualmente l’emergenza sanitaria è sotto controllo, proprio grazie alle restrizioni e alle misure che hanno portato molti funzionari pubblici a lavorare da casa, «non vorremmo trovarci nelle condizioni critiche vissute da altri Paesi per pressioni lobbistiche e legate agli interessi di categorie, seppur nobilissime, che hanno interesse alla riapertura». A dirlo al Dubbio è Claudio Meloni, componente della federazione nazionale di Fp Cgil, che ha dunque annunciato un piano per strutturare lo smart working e arrivare all’obiettivo del 50 per cento di lavoro agile per la pubblica amministrazione. Una situazione che, in realtà, già è attuale nel resto d’Europa e che pone l’Italia in una condizione di arretratezza da colmare.

Il tavolo a via Arenula con i sindacati

 

Il tavolo di ieri è stato, dunque, propedeutico per una futura regolamentazione e messa a regime del lavoro agile, che si tradurrà in un protocollo d’intesa in grado di definire, in situazioni “ordinarie”, un ricorso strutturale dello smart working, tendenza che il Governo sta tentando di mettere a regime per tutta la Pubblica amministrazione. «Naturalmente questo tentativo avviene in una situazione piuttosto complessa – spiega Meloni -, dal momento che il riavvio delle attività giudiziarie sta comportando problemi molto seri per la gestione delle misure di sicurezza. Ma va ricordato che per tutta la durata dell’emergenza il lavoro agile è un obbligo per la Pa, tenendo conto della necessità di ripartire in maniera graduale».Le difficoltà attuali sono, innanzitutto, infrastrutturali, non solo per le pessime condizioni dei tribunali, che rendono una chimera il rispetto delle misure di sicurezza, ma anche perché gli strumenti tecnologici a disposizione della Pubblica amministrazione italiana sono a dir poco obsoleti. E dunque centra il punto la principale questione sollevata dall’avvocatura: da casa è impossibile accedere ai registri, con il conseguente blocco delle attività più corpose – e importanti – della macchina giudiziaria. Ma i sindacati chiedono di proseguire con il confronto, rispolverando quel vecchio “Patto per la giustizia” rimasto in cantina per diversi anni. «Questo tavolo serve anche a regolamentare questa fase, fino a quando l’emergenza non sarà cessata, in modo da avere garanzie a tutela della salute pubblica, non solo dei funzionari, e definire una serie di regole e comportamenti che dovranno regolare il lavoro agile in futuro», spiega Meloni. A partire, appunto, dalla definizione delle attività che sarà possibile svolgere da remoto, risolvendo i problemi di architettura giudiziaria, in una situazione in cui l’investimento tecnologico risulta ancora molto scarso.

La Cgil: «Basta polemiche strumentali e interessi di lobby»

 

Bisognerà, dunque, identificare le linee di attività e le percentuali di lavoro che potrà essere svolto dall’esterno, avviare un processo di formazione per i dipendenti e stabilire regole e garanzie contrattuali. Le percentuali, spiega Meloni, saranno «sicuramente» quelle previste dal governo, ovvero il 50% di lavoro svolto in modalità agile, per arrivare ad una situazione in cui «per tutte le attività smartabili ci sia la possibilità di ricorso volontario al lavoro agile, nei limiti delle dotazioni organiche».E sulle obiezioni sollevate dal’avvocatura, Meloni è chiaro: «il problema non riguarda solo gli avvocati, ma riguarda tutti i settori. Non siamo noi a definire le priorità, è stato il Covid. E di fronte al rischio che a settembre si possano determinare altre situazioni drammatiche, tutte le persone di buon senso dovrebbero ragionare su come organizzarsi al meglio, fermo restando che anche noi riteniamo che le attività debbano riprendere in maniera adeguata per far fronte a tutte le esigenze dei cittadini». La ripresa, aggiunge, deve essere però graduale, senza pregiudizi nei confronti del lavoro agile. «L’accesso ai registri va risolto in maniera tecnica, con soluzioni che garantiscono i diritti per tutti – sottolinea Meloni -, ma questo non può essere un elemento di valutazione, tant’è che non sappiamo se verrà definita un’attività compatibile con il lavoro agile. Il vero problema è l’obsolescenza organizzativa: è quello che determina il blocco, non i cancellieri». Insomma, serve un salto tecnologico, che per il momento consiste nell’acquisto di circa 10mila portatili, che verranno messi a disposizione dei lavoratori della Pubblica amministrazione. Una «spinta all’innovazione» che arriva dai vertici ministeriali, mentre «c’è una scarsissima sensibilità e visione da parte della periferia e delle corporazioni della giustizia», aggiunge ancora Meloni. «Va compreso, però, che è una cosa che può migliorare le condizioni di tutti e la qualità del servizio – prosegue – e lo abbiamo rilevato nel civile. Sono legittimi gli interessi di tutti, ma senza insultare e denigrare chi fa un altro lavoro. Noi siamo disponibilissimi a riprendere il dialogo, meno a fare polemiche strumentali o ideologiche che non hanno senso e che riguardano gli interessi a breve termine di alcuni. Serve uno sforzo comune».

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