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«In carcere finisce sotto sequestro anche la sessualità». Parla l’architetto Alessandro De Rossi

De Rossi, sui pedali della libertà
Sesta tappa a Gaeta nell'ex carcere militare con il vice presidente del Centro Europeo Studi Penitenziari. Diritto all'affettività e architettura carceraria per una nuova concezione della detenzione
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“Ti mando a Gaeta!”: tuona ancora potente la minaccia di reclusione nell’ex carcere militare che pendeva sulle teste dei soldati disobbedienti. Nell’immaginario collettivo, la prigionia tra le mura del vecchio Castello Angioino- Aragonese rappresenta infatti la pena più severa. Neanche la distesa di mare che attende alle sue pendici addolcisce il profilo ruvido delle sue torri: ancora una volta il nostro patrimonio architettonico restituisce al presente il ricordo di un luogo di dolore. In Italia quasi l’ 80% degli edifici carcerari è costituito da complessi storici risalenti a prima dell’Ottocento. Il castello di Gaeta, in particolare, nasce come fortilizio noto per l’inumanità delle sue celle: buchi strettissimi dotati di una fessura e un bugliolo, il secchio adibito alle funzioni fisiologiche. La struttura è composta da due edifici comunicanti, realizzati in due epoche diverse, l’uno detto “angioino” e l’altro “aragonese”, attualmente sede della Scuola nautica della Guardia di Finanza e di una sede periferica dell’Università di Cassino.

Ad osservarli oggi si fatica a immaginare quello spazio di detenzione quantomai disumano e degradante. Eppure la concezione del carcere, nell’architettura contemporanea, risponde ancora alla composizione alienante di celle e corridoi. «Uno schema superato che concepisce la pena solo in termini di sofferenza», ci spiega Alessandro De Rossi, architetto e urbanista, già docente di Pianificazione territoriale, alla facoltà di Ingegneria dell’Università del Salento. Curatore e autore del libro “Non solo carcere”, nel 2005 De Rossi è stato incaricato dal governo libico della pianificazione del nuovo Programma penitenziario conforme alle disposizioni dei Diritti umani, sotto il patrocinio delle Nazioni Unite, coordinando un team di professionisti per il Piano nazionale delle carceri dello Stato. In quell’occasione, promosse in particolare la dimensione affettiva della detenzione, con la pianificazione delle cosiddette “stanze dell’amore”: camere dove il detenuto possa soggiornare con la sua famiglia o con la sua compagna senza la sorveglianza del personale di custodia previsto dall’articolo 18 dell’ordinamento penitenziario. Si tratta di «una vasta problematica di carattere umanitario e sociale superiore a quella architettonica», precisa De Rossi. «Il problema dell’esproprio della sessualità – continua il professore – riguarda il diritto della persona, così come il sequestro del tempo e dello spazio. L’amore comprende l’eros, fa parte della natura umana. La privazione di queste funzioni vitali e affettive rappresenta una violenza».

In tutto il mondo, a partire dalla vicina Spagna, si è avviata la progettazione di locali appositi in cui i detenuti possano vivere momenti d’intimità con le famiglie. In America ad esempio, fin dagli anni ‘ 90, in un campo di lavoro nel Mississippi, ogni domenica i prigionieri hanno la possibilità di ricevere in visita una sex worker. Mentre in Italia la sessualità in carcere rappresenta ancora un tabù. La proposta di un progetto di legge che normasse la materia è stata presentata nel 2016 dagli Stati generali sull’esecuzione penale, una commissione di esperti del mondo del carcere voluta dall’allora ministro della Giustizia Orlando. Per l’affettività in carcere si propose l’istituto della ‘ visita’, diversa dal ‘ colloquio’, perché svolta senza il controllo visivo e auditivo del personale di sorveglianza. La visita, nelle intenzioni, dovrebbe svolgersi in mini appartamenti collocati all’interno dell’istituto, separati dalla zona detentiva, e dovrebbe durare un lasso di tempo determinato.

«Le soluzioni architettoniche non mancano», spiega ancora De Rossi: «manca una visione politica, un ragionamento di più ampio respiro sul tema carcerario». Come vice presidente del Centro europeo studi penitenziari, De Rossi promuove gli studi orientati al superamento del carcere, attraverso la creazione di un gruppo interdisciplinare di professionisti tra cui architetti, neuroscienziati, filosofi, sociologi e antropologi. «Abbiamo l’idea che gli studi penitenziari debbano essere affrontati in maniera sistemica, con una visione condivisa tra culture ed esperienze diverse. La pianificazione del carcere non può essere demandata solo a politici e magistrati», spiega il professore. «Un buon carcere e una buona detenzione, rispettosa dei diritti umani e utile dal punto di vista economico – conclude de Rossi -, dovrebbe puntare al lavoro e allo studio per ridurre il tasso di recidiva. Il tempo che è stato sequestrato al condannato deve essere utilizzato come occasione di recupero».

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