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La giustizia (interna) sommaria delle toghe

Palamara
Se la caccia a ogni possibile colpevole, più o meno grande, del cosiddetto caso Procure si traducesse in una sorta di interminabile guerra, sarebbe sì la fine della magistratura per com’è oggi.
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Nessuna punizione, troppe punizioni. Il dramma della magistratura è il pendolo fra questi due estremi, rischiosissimo perché indefinito. Nel senso che se la caccia a ogni possibile colpevole, più o meno grande, del cosiddetto caso Procure si traducesse in una sorta di interminabile guerra, sarebbe sì la fine della magistratura per com’è oggi. Della sua autorevolezza, del suo protagonismo culturale, probabilmente necessario, del suo governo autonomo e della sua solidarietà interna.

Come il ministro Bonafede vuol far presto con la riforma del Csm, così il Csm, il vicepresidente Ermini in primis, vuole accelerare sulle sanzioni. Al punto da ipotizzare l’adozione di provvedimenti amministrativi, quali sono i trasferimenti per incompatibilità, quasi come surrogato provvisorio delle sanzioni disciplinari, tanto potenzialmente numerose da richiedere ancora diversi mesi perché le si possa valutare.

È un rischio enorme. La deriva di una giustizia ( interna) sommaria è dietro l’angolo. La strada maestra l’ha indicata Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte costituzionale, in un’intervista pubblicata ieri dal Dubbio. Ha ricordato che esiste un codice etico. E che le violazioni deontologiche non avranno certo la stessa natura di quelle disciplinari, né delle responsabilità penali per le quali Palamara, per esempio, rischia il processo a Perugia. Eppure un eventuale accertato tradimento della deontologia dovrebbe poter costituire, per il magistrato, una minaccia seria. Perché, sempre come ha spiegato Flick, a rigore di norme del Csm potrebbe e anzi dovrebbe avere ricadute sulla carriera. Se anziché trasferire, deportare in massa tutti e 50 i magistrati citati nelle intercettazioni perugine, li si portasse davanti ai probiviri dell’Anm, ci vorrebbero certo tempi non brevissimi, come per le sanzioni disciplinari di Palazzo dei Marescialli. Ma già l’avvio di una valutazione etica sulla condotta di quel magistrato avrebbe fin da subito effetti sulle sue aspirazioni di carriera. Non definitive, ma neppure trascurabili. Sarebbe una strada piu ordinata, logica, coerente.

D’altronde, non è detto che si debba per forza essere radiati. Un comportamento semplicemente non ortodosso può costare anche conseguenze meno devastanti, come un richiamo. Non si deve pensare per forza a una giustizia da ayatollah, neppure fra toghe.

L’equilibrio, per citare ancora Flick, dovrebbe essere la stella polare. Anche per evitare che la crisi dei magistrati degeneri in una guerra fra bande.

 

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