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Se il generale è carnefice: «Non trovate il colpevole? Estraete a sorte e sparate»

Durante la prima guerra mondiale l'Esercito italiano praticò esecuzioni sommarie e decimazioni per reati di guerra, uccidendo soldati senza processo
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Una delle pratiche più odiose e riprovevoli messe in atto — in diverse epoche storiche e da vari popoli — fu la esecuzione capitale praticata sul campo dei militari che, nel corso di conflitti bellici, erano stati coinvolti in gravi violazioni dei Regolamenti militari, i cosiddetti “Reati capitali di guerra”. Quando il colpevole di uno di tali reati veniva identificato, la sua esecuzione avveniva immediatamente sul campo (“Esecuzione sommaria”) mentre diversa era la procedura nei casi in cui il colpevole non potesse essere rintracciato. In tale situazione veniva messa in atto la cosiddetta “Decimazione”, consistente nella esecuzione di un individuo ogni 10 appartenenti al Reparto del quale si riteneva facesse parte il presunto colpevole.

Questa pratica aveva un duplice scopo, la punizione simbolica dei colpevoli di reati e l’induzione, nei ranghi degli eserciti, della paura della morte qualora si fosse venuti meno alle regole e alla disciplina (“Meglio tentare la sorte di essere uccisi dai nemici che la sicurezza di esserlo per mano amica” – Svetonio, “De viris illustribus”) ed era solitamente eseguita da militari appartenenti ai Reparti dei quali i giustiziandi facevano parte. La Decimazione venne messa in atto per la prima volta dai Romani a carico dei legionari che si erano ammutinati nel corso della guerra contro il Volsci (Console Appio Claudio Sabino – 471 a. C.). Nell’era moderna esecuzioni sommarie e decimazioni furono praticate in Europa durante la Prima guerra mondiale negli eserciti della Francia, della Gran Bretagna, raramente dalla Germania e mai dall’Austria, mentre frequente ne fu l’impiego da parte dell’Italia.

La pena di morte fu applicata nell’esercito italiano in casi contemplati dal Codice militare di guerra in vigore nel 1915 (derivato da quello Albertino del 1840), per i seguenti reati capitali di guerra: diserzione, ammutinamento, tradimento, abbandono del posto di combattimento, arretramento, sbandamento, spionaggio, rivolta, disfattismo, rifiuto di obbedienza agli ordini, vie di fatto contro un superiore, automutilazioni allo scopo di essere ricoverati lontani dalla prima linea (colpi d’arma da fuoco sparatisi a bruciapelo contro i propri arti, ferite da taglio, foratura di timpani, infezioni blenorragie agli occhi, iniezioni sottocutanee di benzina o urina). Questi reati venivano commessi principalmente a causa dell’ingravescente logorio fisico e mentale conseguente alla lunga permanenza in prima linea (che, nel 1916, era stata portata da 6 a 12 mesi per ogni Reparto), alla riduzione delle licenze, al razionamento e alla scarsa qualità del cibo, al mancato rinnovo del vestiario e delle calzature, al deficiente servizio postale, alle spaventose condizioni igieniche e ambientali, alle gravi malattie e tutto sotto la costante minaccia del fuoco nemico e dei gas velenosi.

In ogni caso le sentenze di morte avrebbero dovuto essere emesse da un Tribunale penale militare di guerra onde assicurare agli imputati il rispetto dei loro diritti rappresentati almeno dalla possibilità di avere un difensore, ma le cose spesso non andavano così. Molte infatti furono le situazioni in cui, per motivi contingenti o emergenziali, non si potè ( non si volle) ricorrere ai Tribunali militari e le sentenze capitali furono emesse ( e fatte eseguire) sul campo dai Comandanti delle varie unità cui tale possibilità era stata loro concessa Comando Supremo dell’Esercito al quale il Codice penale militare di guerra consentiva di emanare disposizioni che, sul campo, avevano la forza di leggi. E il generale Luigi Cadorna (Comandante supremo dell’Esercito) aveva emanato decine di circolari, decreti, ordinanze, regolamenti con le quali si autorizzava ogni Ufficiale superiore «a eseguire immediata fucilazione mediante estrazione a sorte tra gli indiziati di reato di alcuni militari e di punirli con la pena di morte qualora siano in atto reati collettivi» ( circolare n. 2910 del 23.5.1916) e a «giustiziare un militare ogni 10 fra quelli appartenenti ai Reparti sospettati di aver commesso un reato, qualora non si sia in grado di individuarne i colpevoli» ( circolare del 30.9.1916). Inoltre «Ogni Ufficiale che esiti a compiere questi ordini dovrà essere rimosso e deferito al Tribunale penale militare di guerra, mentre verrà encomiato quello che li avrà eseguiti con precisione» ( circolare 1.11.1916). Anche il generale Emanuele Filiberto di Savoia, Comandante della III Armata, nel novembre 1917 aveva ordinato: «Nei miei Reparti macchiatisi di gravi colpe, alcuni militari, colpevoli o no, siano estratti a sorte e passati per le armi». Le “Esecuzioni sommarie” eseguite sul campo ebbero inizio, nel Regio Esercito italiano, già solo dopo un mese dall’inizio delle ostilità, quando il generale Carlo Carignani, comandante della Brigata Messina ( 13^ Divisione) ordinò a un plotone di carabinieri appostati con mitragliatrici dietro alla prima linea del fronte, di sparare alla cieca alle spalle dei militari del 93° Reggimento che avevano gettato le armi e correvano verso il nemico per arrendersi: imprecisato fu il numero delle vittime. Complessivamente 112 furono coloro che vennero sommariamente giustiziati dopo esser stati individuati come colpevoli di reati capitali di guerra. Circa 300 furono i militari giustiziati mediante “Decimazione” fra i quali ricordiamo i 3 caporali e il soldato fucilati dopo esser stati estratti a sorte fra gli 80 alpini che componevano l’ 8° Reggimento della 109^ Compagnia del Battaglione Monte Arvenis, per ribellione all’ordine di attacco (Decimazione di Cercivento). Drammatica e emblematica di quanto avvenuto nelle Decimazioni fu la sorte della Brigata Catanzaro ( 64^ Divisione) i cui componenti furono sottoposti – unico caso fra gli Eserciti europei – a decimazioni in due diverse occasioni. Il 28 maggio 1916 furono fucilati 12 militari del 141° Reggimento della Brigata, dopo esser stati sorteggiati tra gli 80 che, il 26 maggio avevano abbandonato il loro posto di combattimento sul Monte Moriagh (Altipiano di Asiago), rifugiandosi nei boschi ( gli altri 68 furono tutti deferiti al Tribunale penale militare di guerra. La sentenza di morte mediante decimazione era stata pronunciata dalla Corte Marziale di guerra ( Presidente il Colonnello Attilio Themes) in base all’art. 92 del Codice penale militare di guerra. Successivamente, il 15 luglio 1917, una rivolta dello stesso 141° Reggimento ( alla quale si aggregò anche il 142°), ebbe luogo a S. Maria La Longa ( Udine) a seguito del richiamo della Brigata sul fronte del Monte Ermada dopo che le era stato promesso un periodo di riposo di 20 giorni nelle retrovie. Alcuni soldati spararono contro i propri ufficiali uccidendone due e solo l’intervento di carabinieri con mitragliatrici, mezzi blindati e cariche di cavalleria riuscì a sedare la rivolta, nel corso della quale vi furono 15 morti fra i rivoltosi e 3 ufficiali e 4 carabinieri fra i regolari. Sedata la rivolta, vennero immediatamente fucilati sul posto ( esecuzione sommaria) per ordine del generale Ernesto Galgani, Comandante della 45^ Divisione, 16 brigatisti colti con le armi ancora in pugno e, dei 120 che avevano fatto parte della rivolta, 12 scelti a caso fra i componenti dei due Reggimenti furono giustiziati il 16.7.1917 previa decimazione, per ordine personale del generale Adolfo Tettoni, Comandante del VII° Corpo d’Armata.

Altre 123 militari furono deferiti al Tribunale penale militare di guerra che comminò fra di loro altre 4 condanne a morte. Per punizione il resto della Brigata fu inviato in una zona paludosa elle cannucciate di San Canzian ( Gorizia). E si può ricordare anche lo scioglimento completo del I° Squadrone Cavalleggeri del Monferrato, del 149° Reggimento fanteria della Brigata Trapani e del 3° Battaglione del 71° Reggimento fanteria della Brigata Puglia ordinato dal Comandante in capo della III^ Armata per grave insubordinazione e sedizione degli interi organici, con decimazione complessiva di 22 militari ( 8 ufficiali) estratti a sorte nei loro ranghi.

Quanti furono complessivamente i militari italiani giustiziati, durante la Prima guerra mondiale, con esecuzioni sommarie e decimazioni, da plotoni di esecuzione di compatrioti? Qualche cifra fornita dall’Ufficio Storico dell’Esercito. La popolazione italiana nel 1915 era di 38.500.000 abitanti, di cui richiamati alle armi furono 5.200.000 e di questi ne furono deferiti ai Tribunali penali militari di guerra 870.000: 290.000 furono i relativi processi celebrati, conclusi con 120.000 assoluzioni e 170.000 condanne di cui 4.028 a morte ( 2.967 in contumacia, non eseguite, e 1.061 esperite). Delle 1.061 condanne esperite, 311 non vennero effettuate e 750 ebbero luogo. Oltre a queste 750 esecuzioni eseguite a seguito di condanne emesse dall’Autorità giudiziaria, altre 412 avvennero sul campo ( 112 mediante esecuzione sommaria e 300 per decimazione) senza alcun processo, portando a 1162 il numero complessivo delle esecuzioni capitali eseguite da italiani su italiani nel corso della Prima guerra mondiale ( i francesi ne praticarono 600 e i britannici 350).

Oggi la decimazione non viene più eseguita come massima pena per reati militari presso nessuna Nazione aderente all’Onu: non altrettanto può dirsi delle esecuzioni sommarie tuttora in vigore in alcuni Stati africani e asiatici: entrambe queste drastiche misure – che sono per lo più pagate dalle classi sociali inferiori dalle quali proviene la maggioranza dei colpevoli – inficiano le conquiste della civiltà e del progresso sociale e devono essere concettualmente ( oltrechè praticamente) rifiutate come mezzi repressivi in ogni regolamento giuridico militare.

 

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