Commenti 19 Jun 2020 21:00 CEST

Il Terzo stato reclama concretezza

Per Luigi XVI gli stati generali non furono che l’inizio della fine. Conte invece esorcizza il dialogo tra sordi. Il fumo in attesa dell’arrosto

Lì per lì, non abbiamo capito che cosa fossero gli stati generali dell’economia convocati a Villa Pamphilj dal presidente del Consiglio. Forse un Ufo, un oggetto non identificato, misterioso? Né ci ha chiarito le idee quell’allusione alla vigilia della Rivoluzione francese. Una sfida alla iella, dal momento che per Luigi XVI quella riunione del 5 maggio 1789, convocata per dibattere la grave crisi economica e finanziaria nella quale si dibatteva il Paese, fu l’inizio della fine. Ma anche un paragone improprio. Perché da noi non si è vista né la nobiltà né l’alto clero ma solo un terzo stato che rischia di questo passo di scivolare nel quarto stato. Adesso c’è solo il terzo stato, che anche allora volle fare da sé.

Imbeccato da Emmanuel Sieyès nell’incipit della sua opera più famosa: “Che cos’è il terzo stato? Tutto. Che cos’è stato finora nell’ordinamento politico? Niente. Che cosa vorrebbe essere? Qualcosa”. Ora si attende che il governo si dia una mossa. E qui, purtroppo, cominciano le dolenti note. Anticipate per qualche verso dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella che sabato scorso, in occasione della prima maratona digitale di visionary days intitolata “quale futuro”, ha detto che l’esplorazione delle proposte in questi giorni sul tappeto devono “saper approdare a risultati concreti”. Quasi che non ne sia del tutto convinto. In ogni caso, uno stimolo a fare presto e bene.

La verità è che a Villa Pamphilj è in atto, tra le tante altre cose, anche un dialogo tra sordi. Come quello, tanto per non fare nomi e cognomi, tra il presidente della Confindustria Carlo Bonomi e il presidente del Consiglio. Che, come il Conte zio, è sempre pronto a troncare, sopire. Tant’è che, facendosi concavo o convesso a seconda delle circostanze e del guicciardiniano particulare, ha detto: “Per noi l’impresa è il pilastro della società”. Zelig non avrebbe potuto dire meglio. In qualche misura riecheggiando le parole del capo dello Stato, Bonomi ha dichiarato baldanzosamente: “Mi sarei aspettato dal governo un piano dettagliato. Non lo ha fatto, lo faremo noi”. E Conte ha ribattuto: “La versione definitiva del piano del governo contiene l’indicazione di 187 progetti specifici. Questa non è una kermesse, ma un confronto su progetti specifici”. E, non volendo offrire evangelicamente l’altra guancia, ha aggiunto che le critiche di Bonomi sarebbero “ansia da prestazione politica”. Battuta eccellente, quella del presidente del Consiglio.

Ma Vittorio Emanuele Orlando, il presidente della Vittoria, con il suo francese maccheronico avrebbe così commentato: “Regarde qui parle…”. Mentre Vittorio Colao, intervistato da Giorgio Santilli ( Il Sole 24 Ore di martedì), ha affermato: “il nostro non è un piano, ma una strategia, una visione, con 102 proposte concrete di cui abbiamo condiviso anche i dettagli. Scrivere un piano è compito che ora spetta al governo”. 102 proposte illustrate agli stati generali in un’oretta. Cose da “Tempi moderni” di Charlie Chaplin. Ma questo è stato il tempo che gli ha assegnato Conte. Un po’ pochino, no? Il fumo è tanto ma l’arrosto proprio non si vede. Colao dice chiaro e tondo che il piano del governo per ora non c’è. Neppure in fieri. Mentre Conte dà i numeri. Lui, sempre più ombelico del mondo man mano che passano i giorni, di progetti specifici ne ha contati ben 187. Prosit. Giovanni Malagodi sosteneva che le dichiarazioni programmatiche dei presidenti del Consiglio non sono altro che brevi considerazioni sull’universo.

E Amintore Fanfani, per non essere da meno, le definiva nulla più che libri dei sogni. Ma qui siamo ancora ai preliminari. Qui, per dirla tutta, non si vede nulla di nulla. Buio pesto. Insomma, siamo ai soliti annunci. A uso e consumo degli attoniti telespettatori. Annunci ai quali forse, chissà, con tutto comodo seguirà qualche cosina. Magnificata, manco a dirlo, come l’ottava meraviglia del mondo. Fatto sta che gl’ inquilini di Palazzo Chigi durano in media poco più di un anno.

E Conte, che è in carica già da 733 giorni, il 1° giugno ha soffiato sulle prime due candeline dei due governi da lui guidati in rapida successione con maggioranze diverse. Com’era capitato solo a Pietro Badoglio, Alcide De Gasperi, Giulio Andreotti e Mariano Rumor. E scusate se è poco. Conte adesso sogna a occhi aperti. Non esclude di andare avanti all’infinito, fino alla fine della legislatura e magari oltre. E forse sta facendo un pensierino sul Quirinale, come qualche malpensante aveva sospettato dopo il panegirico di Mattarella e l’anomala ricandidatura a suo tempo da lui fatta in terra pugliese. Ma si ricordi il monito di Bettino Craxi: “Prima o poi le vecchie volpi finiscono in pellicceria”. Pensava ad Andreotti. Invece la battuta si ritorse su di sé. E allora addio sogni di gloria.

 

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