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«Quel rogo alla Thyssen non poteva essere doloso. E in Germania i manager non saranno liberi»

Parla l'avvocato Ezio Audisio, difensore di Harald Espenhahn e Gerald Priegnitz, condannati per omicidio colposo e in semilibertà in Germania
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«Devono andare in galera: siamo partiti da sedici anni di carcere e non ne hanno fatto neppure un giorno». A protestare col procuratore generale di Torino è Rosina De Masi, madre di Giuseppe. uno dei sette lavoratori della Thyssen morti nel rogo del 2007. E protesta dopo la notizia che i due manager tedeschi condannati per omicidio colposo, Harald Espenhahn e Gerald Priegnitz, potranno usufruire in Germania di una semilibertà. Una giustizia mancata, per i familiari delle vittime, che continuano a sostenere la tesi dell’omicidio doloso, trovando sponda nel ministro delle Giustizia Alfonso Bonafede, che scriverà all’omologa tedesca per intervenire sulla decisione. Ma per il legale dei due manager, Ezio Audisio (che ha difeso anche il dirigente italiano Marco Pucci), «è impossibile ipotizzare che ci sia stato dolo. E in Germania hanno ottenuto il massimo della pena prevista per quel reato: non saranno liberi di fare ciò che vogliono», spiega al Dubbio.

Avvocato, come si è arrivati a questa misura alternativa?

Partiamo da un presupposto: questi signori non sono scappati dall’Italia: prima dell’inizio del processo di primo grado, Priegnitz era stato trasferito in Germania presso la casa madre, mentre Espenhahn ci è tornato prima del processo d’appello. Nella fase che si è svolta in Germania non ho avuto nessun ruolo, ma dai contatti frequenti con i miei assistiti so che lì è stata avanzata questa richiesta che l’autorità giudiziaria tedesca, quindi non un organo politico, ha valutato, considerandoli, evidentemente, meritevoli di questa misura alternativa. È un beneficio che in Germania viene garantito per una certo tipo di reati, nei quali evidentemente rientra anche quello per il quale sono stati condannati.

Ovvero l’omicidio colposo. Ma i familiari, oggi, hanno anche ribadito la loro contrarietà a questa riqualificazione del reato, sostenendo che si tratti di omicidio doloso.

Rispettiamo il dolore dei familiari e lo abbiamo fatto in tutte le fasi di questo travagliatissimo processo. Ci siamo attivati immediatamente affinché venissero risarciti e, anche se chiaramente non potevamo riportare in vita quelle povere persone, rispetto ai tempi della giustizia italiana siamo stati molto veloci. Abbiamo fatto tutto il possibile e continuiamo a rispettare il dolore di queste persone. Ma non possono sostituirsi a dei giudici che hanno esaminato diffusamente tutti i fatti. Questo processo è nato con l’accusa, per un unico imputato, di omicidio doloso, ipotesi che in primo grado ha trovato conferma, mentre in appello i giudici hanno ribaltato la sentenza sostenendo che si trattasse di omicidio colposo. Questa sentenza è stata confermata dalla Cassazione. Che a Sezioni Unite, quindi l’organo di legittimità più autorevole, ha rigettato, con una sentenza molto articolata, l’impugnazione del pg, che insisteva sulla qualificazione del reato come omicidio doloso.

Anche oggi il pg Francesco Saluzzo ha ribadito di essere ancora convinto che si tratti di omicidio doloso. 

Il dolo richiede la rappresentazione e la volontà di un delitto. Anche per la forma più attenuata, ovvero il dolo eventuale, è necessario che sussistano entrambi questi requisiti. In questo caso era inimmaginabile pensare che questo imputato si fosse rappresentato e avesse voluto, seppur nella forma eventuale, quell’evento. La tesi dei pm si basava su dati di fatto non corretti e circostanze che non hanno trovato riscontro probatorio e sul concetto che questo impianto dovesse essere dismesso e che quindi non ci si era più preoccupati della sicurezza, ben sapendo quelli che potevano essere i rischi di far lavorare i lavoratori in quella situazione. Rischi che erano noti all’amministratore delegato, perché c’era stato un evento analogo in Germania ed erano stati messi a disposizione della società cospicui fondi per provvedere a sistemare questi impianti. Tutto questo non ha trovato una conferma, perché l’evento che c’era stato in Germania aveva avuto caratteristiche diverse e i fondi non avrebbero previsto nessun intervento di spegnimento automatico degli incendi. Perché mettere a rischio i propri lavoratori e i propri impianti? Parlare di omicidio doloso è una esagerazione e nessun giudice, a parte il primo, ha sposato questa tesi. L’evento si è verificato per ragioni di tipo comportamentale, a nostro parere.

Che tipo di comportamenti?

L’evento è stato inizialmente un incendio, causato da un malposizionamento del rotolo sull’impianto, che ha determinato lo sfregamento e quindi l’innesco delle prime scintille. Poi la carta era depositata lì e non doveva esserlo. Tutto ciò ha creato le premesse per l’esplosione e il coinvolgimento di quei poveri lavoratori, che si trovavano in prossimità di questo incendio per spegnerlo.

La politica ha subito reagito, in particolare Salvini ha paragonato questa situazione alla scarcerazione di Carminati e al delitto Regeni, sostenendo che quando il problema riguarda un cittadino straniero lo Stato straniero riporta il proprio cittadino a casa, mentre se la vittima è un italiano ci si mettono anni prima di capirci qualcosa. È così?

Non mi voglio esprimere in merito a questioni politiche, né a processi totalmente diversi rispetto a questo. Qui parliamo di un fatto colposo, quindi nulla a che vedere con i reati contestati e commessi da altre persone in altri processi. Che gli imputati, a seconda della loro origine o provenienza, possano avere trattamenti diversi è una circostanza che non ho verificato in questa situazione. Mi sembra obiettivamente che si parla di situazioni diverse e accomunarle è un errore.

C’è però un sentire comune che porta a mettere in discussione i principi stabiliti dalla legge quando l’evento è emotivamente coinvolgente e la politica spesso ne approfitta per chiedere riforme. Questo cosa significa secondo lei?

Questa storia ci insegna una cosa: la condanna in Italia è stata di 9 anni e 8 mesi, mentre in Germania la pena massima per quel reato è 5 anni. La Germania non è un Paese del terzo mondo e questo vuol dire che le pene in Italia sono molto elevate. Forse è anche vero che per mettere in esecuzione una pena qui servono condanne molto alte, mentre in Germania si esegue in ogni caso. Prevedendo misure alternative, tipo queste, ma effettive: non sono liberi di fare quello che vogliono. Inoltre ci si dimentica il fine rieducativo della pena. E non bisogna dimenticare che anche in Germania il caso è stato valutato non da uno ma da più giudici.

Perché non eseguire la pena in Italia?

Perché per il nostro ordinamento giudiziario un cittadino straniero non può essere estradato se si trova nel suo paese d’origine. È lì che la pena va eseguita, secondo le disposizioni di quel paese e secondo i principi di reciprocità. Cioè quel comportamento deve essere reato anche nel paese di origine e deve esserci una reciprocità di sanzione.

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