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“Io, magistrato, dico che se il 1° luglio si dà addio alle aule virtuali la giustizia farà flop”

Tutti vogliamo che il ritorno al ritmo ordinario di udienze e sentenze avvenga nel tempo più rapido possibile, ma farlo oggi con un semplice emendamento soppressivo senza tempi sufficienti per adeguarsi, si rischia che tutte le udienze già programmate con udienze da remoto o virtuali vengano rinviate.
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L’emendamento che sposta il termine delle misure organizzative transitorie, demandate ai capi degli uffici, dal 31 luglio al 30 giugno rischia di essere un boomerang per la giustizia. Una scelta che, al di là dell’apparenza, viene ad essere demagogica senza farsi carico dei problemi concreti che oggi gli Uffici Giudiziari attraversano. Tutti vogliamo che il ritorno al ritmo ordinario di udienze e sentenze avvenga nel tempo più rapido possibile, ma farlo oggi con un semplice emendamento soppressivo senza tempi sufficienti per adeguarsi, ed eliminando le intelligenti misure organizzative che la legge 24 aprile 2020 n. 27 aveva ideato per cercare di contemperare ripresa dell’attività e sicurezza, rischia di avere l’effetto opposto. Ovvero il rischio che tutte le udienze già programmate con udienze da remoto o virtuali vengano rinviate.

Si pongono due problemi: da un lato la difficoltà di riprogrammare in quindici giorni tutto il calendario, con relative modalità, di luglio, dall’altro la necessità di assicurare un’adeguata sicurezza in particolare nelle zone in cui il contagio è ancora vivo. In alcune zone riprendere indiscriminatamente le udienze in presenza in condizioni di sicurezza è semplicemente impossibile.

Non solo, ma si sta perdendo una grande occasione. Alla fine della sperimentazione dei diversi istituti di cui all’articolo 83 sarebbe stato saggio analizzare la prova che ciascuno di essi ha dato e mantenere quelli che si sono dimostrati validi e utili per tutti. Perché tornare indietro rispetto alle notifiche via Pec nel settore penale o all’obbligo di deposito telematico nel settore civile? Perché rinunciare alla possibilità di udienze da remoto o alle udienze virtuali quando c’è il consenso delle parti? In questo periodo drammatico abbiamo fatti passi avanti e ci siamo resi conto di quanto può aiutarci la tecnologia.

Dobbiamo coglierne i frutti e metterli a sistema.

Non abbiamo capito che oggi ogni ragionamento sul futuro del nostro Paese vede la giustizia come un peso ed un ostacolo e non come una grande opportunità da cogliere?

È possibile perpetuare il conflitto con avvocati contro personale amministrativo e magistrati e viceversa? Bisognerebbe cominciare a dire che in realtà i Tribunali non sono stati mai chiusi e che le udienze, sia pure molto rallentate, anche nel periodo più buio non si sono mai fermate.

Che le realtà dei nostri Tribunali sono state estremamente diversificate, condizionate dai livelli di contagio, dalle situazioni logistiche, ma anche dal clima interno creatosi nei vari uffici.

Credo di poterlo dire a buon diritto dal distretto di Brescia che comprende tre delle province più colpite in assoluto dall’epidemia ( Bergamo, Brescia e Cremona) e che nel periodo di blocco ha comunque mantenuto un’attività limitata, ma comunque quantificabile nel 20- 25 % di quella svolta nell’anno precedente e che dal 12 maggio è salita al 50% nel settore penale e al 70% nel settore civile. Livello dì attività oggi in continuo aumento.

Il problema oggi è ripartire, ma non per tornare ad una normalità pre epidemia un po’ ammaccata ed ancora meno appetibile, ma per ripensare ad un modello di giustizia fruibile, rapido e digitalizzato.

Questa è la sfida che abbiamo davanti tutti, di qualsiasi professione giuridica e di qualsiasi latitudine.

* presidente della Corte d’appello di Brescia

 

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