Commenti & Analisi 17 Jun 2020 19:00 CEST

Caso Floyd, legge e ordine non bastano più. Mancano conoscenza, giustizia e non violenza

La protesta americana ha il merito di incanalare il senso di rigetto della violenza, soprattutto quella esercitata dalle autorità

«Tra 10 anni farai lo stesso anche tu! Quel che devi fare oggi che hai 16 anni è trovare un’idea migliore perché ciò che stiamo facendo noi non funziona! Lui è arrabbiato a 46 anni, io sono arrabbiato a 31! Tu sei arrabbiato e ne hai 16! Capisci?’ Le parole, riprese in un video postato su Twitter il 31 maggio scorso, sono rivolte da un uomo di 31 anni a un sedicenne per convincerlo di come sia controproducente saccheggiare. Un attimo prima aveva amaramente constatato la sordità del 46enne alle stesse parole. Tre generazioni di afroamericani lacerate e unite nel dolore e nella rabbia, separate nella via da imboccare per un futuro diverso, come lo erano Martin Luther King jr e Malcolm X. Si fatica ad affrontare il problema che attanaglia gli Stati Uniti senza cadere nella contrapposizione semplificata che vede da un lato gli anti- Trump a priori, dall’altro i protettori dello status quo e del “law and order” a tutti costi. Così, mentre nella grande democrazia americana prende corpo il dibattito su una possibile riforma delle forze dell’ordine, sta lentamente tornando sotto i riflettori una delle cause che condanna i George Floyd: la mancanza di conoscenza e di responsabilità. La città di Minneapolis fa da apripista nel lanciare un confronto serio, aperto, istituzionale e a livello di comunità. Quella di Camden, in New Jersey, offre già un’esperienza particolare avendo sciolto e riformato la polizia locale nel 2012. Nel 2019, Camden, circa 73.000 abitanti, di cui 50% latini e 42% neri, ha registrato un calo del 95% delle denunce di abusi commessi da agenti di polizia e una riduzione del 63% degli omicidi. Nel suo ultimo rapporto, l’International Peace Research Institute di Stoccolma ha mostrato che nel 2019 le spese militari a livello mondiale ammontano a circa 1917 miliardi di dollari. Cinque Paesi rappresentano il 62% della spesa totale: Stati Uniti, Cina, Russia, Arabia Saudita e India. Ci sono quasi un miliardo di pistole al mondo, un record. Ogni anno vengono prodotti circa 12 miliardi di proiettili, e ogni anno circa 500.000 persone perdono la vita sotto i colpi di arma da fuoco. Negli Stati Uniti, lo stesso dato ammonta a 35.000, mentre i feriti superano i 75.000. Dalla tragedia dell’ 11 settembre, le forze di polizia statunitensi hanno ricevuto in dotazione armi ed equipaggiamenti, e sono addestrate secondo tattiche di guerra. La tattica comporta anche l’assunzione di una mentalità da guerra, da scontro. Si tratta in particolare del “Programma 1033”, che prevede il trasferimento di armi ed attrezzature dall’esercito direttamente alle agenzie di law enforcement statali e locali con modalità semplici e senza rendicontazione obbligatoria. L’ex capo della polizia di Camden ha criticato il programma dicendo che «i poliziotti sono guardiani, non guerrieri». Dobbiamo chiederci perché si blocca con un ginocchio per quasi nove minuti George Floyd. È stato di diritto sparare alle spalle di Rayshard Brooks, disarmato? È stato di diritto fare irruzione sfondando l’ingresso di un’abitazione nel cuore della notte e uccidere Brionna Taylor, disarmata? È stato di diritto eseguire una manovra di contenimento e soffocare Eric Garner? È stato di diritto uccidere Stefano Cucchi mentre è in “custodia” in strutture dello Stato italiano? È stato di diritto uccidere Federico Aldovrandi, Riccardo Magherini, Davide Bifolco e Dino Budroni in pieno giorno? Marco Pannella, al Congresso di Nessuno Tocchi Caino del 2015 nel carcere di Opera ha detto qualcosa di convincente: «Oggi gli Stati nazionali sono costretti a sopravvivere e a giustificare molto spesso con una interpretazione violenta quel che è legge, quel che è diritto». Con gli spazi di libertà che li contraddistinguono e le proteste che generano, gli Stati Uniti hanno il merito di incanalare l’ormai insopportabile senso di rigetto per la violenza, soprattutto per quella esercitata dalle autorità, di cui il mondo trabocca. Può mettersi in moto una rivoluzione culturale, dunque politica, che valica, storicamente e antropologicamente, il periodo e le dinamiche elettorali. Difficilmente, la risposta securitaria, legalitaria del law and order aiuterà il sedicenne a trovare Martin Luther King. L’ultima cosa di cui hanno bisogno gli Stati Uniti e il mondo sono nuove generazioni di illusi di oggi destinate a divenire i cupi delusi di domani. La democrazia è conoscenza e crescita o non è. Legge e ordine non bastano più. Mancano giustizia e cambiamento. E arriveranno. Con la nonviolenza.

 

 

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