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Alta sicurezza, tenere aperte quelle celle è una conquista

La circolare del Dap "scoperta" ora è operativa dal 2015 in linea con le indicazioni Cedu
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Le celle del carcere aperte anche per i reclusi in alta sicurezza ( AS)? L’hanno scoperto solo ora e parliamo dell’ennesimo scandalo che non c’è. Aperte oltre le otto ore? Certo, perché otto ore è il criterio minimo da rispettare. Parliamo della cosiddetta “sorveglianza dinamica” contestata da tempo da diversi sindacati di polizia penitenziaria e cavalcata strumentalmente da taluni movimenti politici. Prevede l’apertura delle celle per almeno 8 ore al giorno e fino a un massimo di 14, dando la possibilità ai detenuti di muoversi all’interno della propria sezione e auspicabilmente all’infuori di essa e di usufruire di spazi più ampi per le attività, e il contestuale mutamento della modalità operativa in sezione della Polizia Penitenziaria, non più chiamata ad attuare un controllo statico sulla popolazione detenuta, ma piuttosto un controllo incentrato sulla conoscenza e l’osservazione della persona detenuta. Un compito che non riduce la figura dell’agente penitenziario a mera custodia, ma diventa parte attiva del percorso trattamentale dei detenuti. Tra l’altro è stata la stessa Cedu nell’indicare l’apertura delle celle come elemento compensativo al sovraffollamento.

Fin dal 2013 – dopo la sentenza Torreggiani – l’esecuzione della pena ha avuto un importante passo in avanti dando un quadro interpretativo delle norme che delineano i concetti di trattamento penitenziario e rieducativo in relazione alle concrete modalità di svolgimento della vita penitenziaria. Nel 2015 c’è voluta la circolare dell’allora capo del Dap Santi Consolo per emanare ulteriori direttive tese a superare il concetto – retaggio di una sottocultura che purtroppo sta di nuovo emergendo – che un detenuto debba vivere perennemente dentro la propria cella. Si era avviato così un importante percorso innovativo che, coniugando gli obiettivi di sicurezza e trattamento, ha iniziato a definire nuovi modelli di gestione degli istituti penitenziari e di disciplina delle modalità custodiali dei reparti detentivi, consentendo un graduale superamento del criterio di perimetrazione della vita penitenziaria all’interno della cella.

La circolare del Dap, “scoperta” solo ora da alcuni giornali che evidentemente hanno poca conoscenza del sistema penitenziario, si richiama alle raccomandazioni europee le quali stabiliscono che il tempo minimo da trascorrere fuori dalle camere detentive sia pari almeno ad 8 ore giornaliere. Ma l’apertura delle celle per almeno 8 ore al giorno è solo uno degli elementi che compongono la ‘ sorveglianza dinamica’. Come da circolare, infatti, alla custodia aperta dovrebbe corrispondere una diversa organizzazione degli spazi all’interno degli istituti, che diano anche la possibilità ai soggetti detenuti di muoversi autonomamente in sezione o anche fuori sezione, per poter accedere all’attività e alla socialità. Questo è il vero punto critico. Uno dei problemi presentatisi alle varie amministrazioni con l’introduzione della sorveglianza dinamica è che, in assenza di spazi adeguati alle attività nonché in assenza delle attività stesse – che siano lavorative, di istruzione, ricreative – all’apertura delle celle spesso comporta solo un permanere dei soggetti detenuti in sezione. Casomai è questo il problema da risolvere con urgenza.

Per dare linfa vitale allo scandalo che non c’è, si parla di una correlazione celle aperte / aggressioni. In realtà citare questa correlazione con i detenuti in alta sicurezza è totalmente sbagliato. Il paradosso vuole che, rispetto ai detenuti “comuni”, questi sono più “disciplinati” per vari fattori, tra i quali anche l’età visto che parliamo di persone condannate a pene lunghissime, compreso l’ergastolo. Non a caso, tranne l’eccezione del carcere di Foggia, i detenuti in AS non hanno nemmeno partecipato alle rivolte. Invece di puntare ad incrementare le misure trattamentali proprio per non far oziare i detenuti in sezione, si punta ad un ritorno al passato. Perché? Tra i vari istituti dove i detenuti in alta sicurezza usufruiscono delle celle aperte, viene citata la sezione femminile di Rebibbia. Però non dicono che lì ci sono cinque donne settantenni delle prime Brigate Rosse. Che minaccia per la società potrebbero creare se stanno un’ora in più fuori dalle celle? Non è dato sapere.

 

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