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Perché distruggiamo le statue?

Dagli antichi egiziani ai giacobini, passando per le guerre religiose: quando la politica è iconoclasta
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Statue che vengono giù come castelli di carta, decine, forse centinaia di statue abbattute oltreoceano dall’impeto iconoclasta del movimento nato dopo l’omicidio di George Floyd.

È caduto Edward Colston, mercante di schiavi del 17esimo secolo, sono caduti Jefferson Davis e Alexander Stephens, presidente e vicepresidente della Confederazione durante la Guerra civile. Assieme a loro sono andati in polvere anche il generale Williams Carter Wickham, il conquistatore spagnolo Don Juan de Oñate e naturalmente Cristoforo Colombo.

A Londra se la sono presa con Winston Churchill a Città del Capo con il colonialista britannico Cecil Rhodes. In Italia, con più modestia, traballa il monumento al giornalista Indro Montanelli che campeggia in un anonimo giardinetto milanese.

 

Questa furiosa campagna contro i simboli dello schiavismo, del razzismo, del potere coloniale sta scatenando accese battaglie tra gli stessi antirazzisti, che si sono divisi in stucchevoli dibattiti sulla morale e la memoria, sulla storia e la politica.

La distruzione dei simboli non è un prurito postmoderno, ci accompagna dall’alba delle civiltà ed è un tratto distintivo delle società complesse, che provenga dal “basso” o che sia promossa dalle élite.

Nell’antico Egitto era una pratica ricorrente: le effigi dei faraoni deceduti venivano fatte distruggere dai loro successori e in generale si credeva che le vestigia degli antichi sovrani contenessero «una forza spirituale che doveva essere disattivata con la distruzione» per citare l’archeologo americano Edward Bleiberg.

Una questione a metà tra il prestigio politico e la superstizione in un mondo pervaso dal paganesimo.

Sono le religioni monoteiste e la loro guerra all’idolatria a fare dell’annientamento delle immagini un pilastro teologico e una pratica da promuovere con fervore.

Non solo nella distruzione dei vecchi idoli, nella cancellazione delle vecchie divinità, ma come elemento normativo del proprio culto.

Il divieto della rappresentazione di un Dio ineffabile ma anche non rappresentabile: «Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra» si legge nella Torah ebraica.

Ma se nel rigoroso approccio del giudaismo la proibizione di raffigurare il Dio trascendente è assoluta, nel mondo cristiano la questione è più complessa e si intreccia alla teologia dell’incarnazione, del Dio mondano che si è fatto uomo fino a farsi crocifiggere. Il fiorire delle icone, non idoli ma immagini di culto del dio unico, nell’impero romano d’oriente non solo era tollerato ma in gran parte promosso.

Almeno fino all’ottavo secolo con la nascita del movimento iconoclasta con l’imperatore Leone III che proibisce l’uso delle icone del Cristo, della Vergine Maria e dei santi ordinandone la distruzione. L’influenza filosofica dell’islàm, nato il secolo precedente nella penisola arabica e in grande ascesa è evidente.

Ancora più dell’ebraismo l’islàm combatte infatti qualsiasi forma di rappresentazione divina, Dio trascende il mondo sensibile, non ha forma ed è al di fuori dello spazio e del tempo, inafferrabile dall’intelletto umano. Il suo profeta Maometto, rovesciando gli idoli della Kaaba, tratteggia un monoteismo radicale che rende empia ogni rappresentazione, ogni forma di arte religiosa che verrà poi sublimata nella cura maniacale, artistica, della calligrafia.

Questo dogma è rimasto inalterata i sunniti, mentre la confessione sciita è molto più tollerante sulla questione al punto da essere accusata di apostasia dai fratelli di fede.

Molti secoli dopo in una violenta nemesi della storia la spada dell’iconoclastia viene sottratta alla religione dai suoi nemici più accaniti. È il caso della Rivoluzione francese che sbaraglia i simboli dell’Ancien régime, abbattendo statue, monumenti ma anche luoghi di culto religioso.

Il termine «vandalismo» fu coniato in quel periodo all’Abate Gregorio, un religioso riformista che simpatizzava per i rivoluzionari ma che provava orrore per l’annientamento delle opere d’arte.

In epoca più moderna, escludendo le demolizioni dei talebani e le razzie dei predoni dell’Isis, l’iconoclastia ha assunto una forma tutta politica, le statue abbattute segnano la fine di regimi spesso caratterizzati da un ossessivo culto della personalità. È un domino infinito.

I bolscevichi buttarono giù i monumenti zaristi e le loro sculture furono a sua volta abbattute quando finì il socialismo reale. Pur nella sua miseria scenica, l’ultima immagine globale dell’iconoclastia politica è l’abbattimento della statua del raìs iracheno Saddam Hussein nella piazza Fridos di Baghdad trasmessa in mondovisione.

Ora tocca agli schiavisti e ai colonialisti, i loro monumenti sembrano diventati troppo ingombranti e oggi assistono muti alla furia dei movimenti antirazzisti e alla loro ansia di liberarsi qui e ora di un passato che continua a incutere paura.

Anche attraverso le statue, pezzi di pietra, materia inanimata che non dovrebbe più spaventare nessuno ma che, al contrario, dimostrano quanto i simboli siano radicati nel nostro immaginario collettivo. Così come in un rito sciamanico, facendoli a pezzi ci liberiamo anche della loro “forza spirituale”. Proprio come i nostri antenati.

 

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