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Questa pallina rossa sarà l’icona universale del Ventunesimo secolo

La pandemia che flagella il pianeta ci porta dolore e sgomento, ma allo stesso tempo ci fa sentire “terrestri” come nessun altro evento nella storia dell’umanità
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C’è un’immagine, che negli ultimi tre mesi, è diventata la prima “Icona globale” per gli abitanti del nostro pianeta. Perché per tutti loro – sparsi nei cinque continenti – quell’immagine ha lo stesso significato e la stessa importanza. Nella storia umana non era mai successo niente del genere.

Quella figura comparsa dal nulla si è intrufolata nelle nostre esistenze e non accenna ad andare via. I giornali ne sono pieni, per non parlare delle tv, di tutti i programmi tv. Di qualunque genere sia la trasmissione, qualunque sia l’argomento trattato, ecco che ad un certo punto salta fuori lei, l’Icona.

Ha la forma di una strana pallina piena di protuberanze e di ventose floreali, simili ai fiori lussureggianti che sbocciano sulle piante grasse del deserto. Tutti, anche i bambini conoscono il suo nome: “Corona virus”. In certi spot pubblicitari la pallina la fanno quasi rotolare fuori dallo schermo.

Viene voglia di scansarsi per paura di essere colpiti.

Sembra di essere tornati al 1895, ai tempi dei Fratelli Lumière, il primo faccia a faccia dell’umanità con le meraviglie del cinema, quando su uno schermo improvvisato comparve un treno che correva velocissimo verso gli spettatori, che erano scattati in piedi terrorizzati e urlanti, cercando di fuggire per non essere travolti.

Quel treno, così vero, così pericoloso, ma così virtuale, è una celebre Icona del diciannovesimo secolo, il secolo che ha proiettato l’umanità verso frontiere avvincenti e inesplorate. Per attimi infiniti quel treno veloce spaventa a morte gli antenati dei moderni cinefili, che poi tornano in sé e ridono del loro stesso spavento, causato da un pericolo che pareva incombente ma che era inesistente.

Alcuni mesi fa, si diceva che fosse inesistente anche il pericolo mortale connaturato a quella pallina bitorzoluta e infiorettata che a volte sembra schizzare fuori dagli schermi televisivi. Solo pochi ricercatori erano riusciti ad osservarla, con difficoltà, al microscopio, perché lei è sfuggente, al punto che molti dubitavano della sua stessa esistenza. «E se esiste- sentenziavano i dubbiosi – è solo uno dei tanti virus che ogni anno ci porta in dono l’influenza. Niente di più, vedrete che in quattro e quattr’otto, verrà trovato un vaccino che lo metterà KO». Ci aveva pensato lui stesso, il Coronavirus, a informarci che la sua pericolosità non era un’illusione, non era inesistente come quella del treno sul telone bianco.

Quando il virus, partendo dalla Cina, aveva cominciato a distribuire – democraticamente – terrore e morte all’intero Pianeta, si erano messi a tremare anche i negazionisti più incalliti, capeggiati dal Presidente americano Trump, che vedendo i morti americani avanzare verso la cifra di centomila e i disoccupati superare le decine di milioni, terrorizzato di non essere rieletto nelle imminenti elezioni di novembre aveva perso la testa cominciando a emettere, una dietro l’altra, dichiarazioni sconclusionate e agghiaccianti. Come quando invitò i suoi concittadini a bere il disinfettante per uccidere il virus nel loro corpo. «E’ un sociopatico» lo ha bollato il novantenne Noam Chomsky, nella sua ultima intervista. Come non concordare con la sua diagnosi psichiatrica?

Ma la nostra Icona colorata non è interessata alle dispute politiche, lei vuole solo sopravvivere e moltiplicarsi. E’ una pallina globale che non conosce confini e si sposta velocemente utilizzando tutti i mezzi di trasporto dell’era moderna. C’è un solo modo per evitare di incontrarla, e rischiare di infettarsi, o addirittura di morire: chiudersi in casa e non uscire. Cosa che abbiamo fatto “diligentemente” per due mesi e mezzo. Ma parliamo un po’ di lui, conosciamolo meglio.

Gli scienziati di tutto il Globo lo hanno ribattezzato ” Sars- Cov2”, mentre per i media è semplicemente il “Coronavirus”. Noi lo chiameremo così. E’ meno scientifico e burocratico e più confidenziale. E’ anche più adatto all’aspetto di lui che ci viene propinato in continuazione.

Immagini di tutte le dimensioni e di tutti i colori, ormai diventate Icone. Sembra quasi che un Andy Warhol redivivo si sia impossessato di quella figura stramba e inquietante, e arricchendone i dettagli e aumentandone le dimensioni la stia distribuendo in giro per il Pianeta. Ovviamente mutandone in continuazione i colori: rosa, verdino, viola, rosso, blu, trasparente, o tutti quei colori ed altri ancora combinati insieme. Quella pallina di Virus fino a tre mesi fa era sconosciuta a tutti, ma ora che se ne va in giro per il globo a seminare dolore e morte, riempie dalla mattina alla sera i nostri pensieri di tutti i giorni.

La sovrabbondanza e la stilizzazione della sua immagine sui media, ci allontanano però dalla comprensione delle vere fattezze del virus e dalla percezione delle sue dimensioni reali, che sono talmente piccole che per noi, le unità di misura per esprimerle sono incomprensibili e desuete. Persino i ricercatori più esperti, forniti dei microscopi più potenti, quando lo cercano nell’universo dell’infinitamente piccolo per studiarne forma e comportamenti, fanno fatica a studiarne il comportamento.

Ma a noi comuni mortali, di lui, dell’Orco che terrorizza il mondo intero, sui media vengono offerte raffigurazioni idealizzate e fantastiche. E come ogni Orco che si rispetti, per forza di cose deve essere grande. Quando eravamo bambini, l’Orco delle favole non era forse un gigante?

Non era per questo che ci faceva tanta paura? Ma noi – ahimè – non siamo più bambini ma adulti, e quindi non è solo la paura a renderci responsabili, ma in misura maggiore la conoscenza e il giudizio. Una conoscenza che potrebbe essere più democraticamente condivisa, se solo lo si volesse.

Ora gli scienziati stanno cercando di capire chi è, da dove viene, e come agisce quella pallina invisibile dispensatrice di morte. Soprattutto non sanno ancora come arrestare quel suo ruzzolare per il mondo alla ricerca di un ospite in cui albergare. Quando il Coronavirus lo scova si deposita lì dove si trova meglio.

All’inizio sembrava che in un corpo umano il suo Hotel a 5 stelle fosse il polmone, ma pare che si trovi altrettanto bene anche nelle arterie. Una volta scelto il posto comincia a nidificare e a fare dan- ni. Sta a noi non dargli ospitalità. Per questo, per non farci scovare da lui e per capire meglio come combatterlo, siamo rimasti per lungo tempo rinchiusi a casa nostra.

Eravamo in “lockdown”. Ecco un altro interrogativo: perché dirlo in inglese? Come nasce questo linguaggio e da chi? Si parla di “Distanziamento sociale”. Ma che vuol dire, che devo farmi dare del lei dal portiere? Che modo di parlare assurdo, che cela, nasconde, che genera confusione, frustrazione, impotenza e anche rabbia. Non sarebbe sufficiente parlare di distanziamento? Perché non dirlo in italiano che siamo stati in confinamento?

Per non ammettere che siamo stati messi in un angoletto, in castigo? Con tanto di sanzioni per chi violava le disposizioni? Molti pensano proprio questo. Perciò hanno voglia di trasgredire i divieti?

Non sembra di essere tornati bambini, e di giocare a nascondino col Coronavirus dalle ventose fiammeggianti? Sperando di sentire pronunciare finalmente quella frase tanto desiderata e agognata: «Tana libera tutti!».

Come eravamo felici quando qualche compagno di giochi riusciva a pronunciare quella fatidica frase. Uscivamo dai nostri nascondigli felici, perché in quel giro l’avevamo scampata. Purtroppo, oggi, solo un vaccino potrà averla vinta sul virus. Solo il vaccino sarà in grado di dire finalmente “Tana libera tutti!”.

Ora si sta pensando di superare quel vissuto di messa in castigo, e in giro c’è un gran vociare politico- ideologico.

Ci sono due fronti, il primo comprende chi vuole stoppare il confinamento e predica il verbo del “riapriamo tutto e subito“. Poi c’è chi frena, e sostiene che si, è vero, il virus stiamo imparando a tenerlo a bada ma è tutt’altro che domato, perciò non è ancora arrivato il momento di mollare la presa. In questo clima pieno di dubbi è scattata la fase 2. La cui parola d’ordine è convivere con il virus.

Dunque non giocheremo più a nascondino con lui chiusi al sicuro in casa. Ora siamo di nuovo liberi di andare dovunque. Il gioco è cambiato, si gioca a guardia e ladri col Corona virus. Un gioco pericoloso, che potrebbe ridiventare tragico se non si tiene la guardia alzata seguendo le solite regole: distanziamento, mascherina, niente assembramenti, lavaggio delle mani.

Perché ora lui cammina accanto a noi e aspetta solo il momento propizio.

Naturalmente c’entra l’Economia in questa svolta repentina. Necessaria e forse tardiva secondo i profeti del “riapriamo tutto subito”. Prematura e pericolosa per i “frenatori”, i “gradualisti”. «Quest’anno l’Italia perderà più del 10% del Pil- incalzano i primi – «Sarà una catastrofe, bisogna tornare ai livelli produttivi di prima della Pandemia». «Ma non a scapito della salute dei cittadini», ribattono gli altri.

Ma è una cosa buona e saggia giocare a rimpiattino col Corona virus perché tutto torni come prima? Era tutto così perfetto prima della Pandemia?

Non ci può essere un altro modo di intendere l’economia prima che l’economia finanziaria vista in questi ultimi anni porti alla distruzione del lavoro e del Pianeta?

Nel 2002 fu assegnato il premio Nobel per l’Economia allo psicologo israeliano Daniel Kahneman «per avere integrato risultati della ricerca psicologica nella scienza economica, specialmente in merito al giudizio umano e alla teoria delle decisioni in condizioni di incertezza».

Molto sinteticamente Kahneman sosteneva che il Pil di un Paese ( il prodotto interno lordo) doveva essere trasformato nel Fil ( Felicità interna lorda). Sembra che sino ad ora, sia stato solo il Bhutan l’unico Paese al mondo ad adottare la Felicità interna lorda.

Vorrei utilizzare una metafora riguardo a come sono state trattate le persone over 70 in quest’epoca di Corona virus. Si era parlato di tenerle confinate più a lungo degli altri cittadini, ma poi – visto lo sgranare degli occhi dell’intero paese – questa ipotesi bislacca era stata lasciata cadere.

In realtà però gli over 70 si sono ritrovati chiusi nella loro casetta in mezzo al bosco come nella fiaba di Cappuccetto Rosso e sono stati divorati tragicamente a migliaia da un terribile Lupo cattivo, proprio come era accaduto alla nonna di Cappuccetto Rosso. Il cacciatore purtroppo non è arrivato in tempo a salvarli.

Ogni giorno vengono snocciolati numeri impressionanti. Numeri, non nomi. Persone che hanno perso anche la dignità di essere chiamate per nome. E quelle immagini, quelle orribili immagini di fosse comuni, di persone bruciate per strada, quelle file interminabili di camion militari che portano via le bare di persone senza nome, resteranno impresse per sempre nelle nostre menti Dobbiamo dire però, che questa pallina colorata che arreca tanto dolore, sta facendo all’umanità un dono prezioso, le sta finalmente dando la consapevolezza che siamo tutti abitanti dello stesso Pianeta, il Pianeta Terra. Non più solo italiani, europei, asiatici, americani, africani, ma Terrestri. Un concetto che conoscevamo in maniera astratta, ma che ora, stiamo finalmente introiettando: con la pandemia globale, con la paura e la morte che l’Icona dai colori sgargianti continua a distribuire senza guardare in faccia a nessuno, come nella poesia di Totò “A’ livella”, ricordate?”.

Quello che sta accadendo in questi mesi, in queste settimane non era mai accaduto nella storia dell’umanità: tutto il mondo unito per combattere lo stesso Orco, invisibile e spietato. Se noi Terrestri saremo saggi, questa consapevolezza acquisita in un momento di paura e di dolore sarà molto preziosa in futuro. Questo dobbiamo sperare, che il cambiamento culturale, sociale, economico e climatico del nostro Pianeta avvenga ad opera delle generazioni future. Non credete?

Saranno loro ad operare un vero cambiamento nel nostro modo folle e tragico di stare sulla Terra, che arbitrariamente consideriamo solo nostra escludendo gli altri organismi viventi che la abitano.

 

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