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La Procura di Roma ha oscurato la biblioteca d’Alessandria del web

Nell’ambito dell’indagine sulla pirateria dei giornali, la gdf ha bloccato anche il Gutenberg project
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Dalla regola del sospetto non scappa nessuno, nemmeno la più grande biblioteca di ebook di pubblico dominio. E’ così che la guardia di finanza ha sottoposto a sequestro, su mandato della procura di Roma, Project Gutenberg, l’iniziativa globale che punta a creare la più grande raccolta al mondo di libri in formato elettronico e non più coperti da copyright.

A comunicarlo è stato l’amministratore delegato del progetto, Greg Newby, che in un tweet rivolto ai lettori italiani ha scritto: «Le autorità italiane ci hanno bloccato. Se qualcuno in Italia scopre di più in merito a quanto successo, saremo grati di ricevere ulteriori dettagli. Ci spiace che Project Gutenberg non sia più disponibile in Italia, almeno per alcuni utenti. Non è qualcosa su cui il Progetto ha controllo. Suggeriamo alle persone coinvolte di contattare i loro librai locali, per ricevere aiuto e trovare gli ebook di cui hanno bisogno». Nulla, dunque, è stato comunicato alla stessa Fondazione che patrocina il progetto, se non uno stringato avviso di sequestro preventivo del sito da parte del nucleo speciale di tutela della privacy e frodi tecnologiche della guardia di finanza. La ragione: l’ipotesi di violazione di diritto d’autore.

Il perchè la Procura di Roma si sia imbattuta (e abbia sequestrato) in uno dei più importanti progetti nati sul web da quando esiste internet ha a che fare con la crisi della stampa quotidiana nel nostro Paese e con la diffusione della crepitazione nelle chat dei social network.Tutto inizia con l’inchiesta pubblicata dal quotidiano La Repubblica: ogni giorno, almeno mezzo milione di italiani legge i quotidiani e le riviste fresche di stampa gratuitamente, dallo schermo del proprio telefonino, scaricandole da vari canali Telegram. Per i meno tecnologici: sulla piattaforma di messaggistica istantanea Telegram esistono dei “canali” – simili alle chat collettive di whatsapp, ma sono pubblici e per vederne i contenuti basta iscriversi – che tutti i giorni mettono a disposizione degli utenti le copie pirata dei quotidiani. Vere e proprie edicole digitali gratuite, da poter saccheggiare senza bisogno di sottoscrivere abbonamenti multimediali ai giornali o recarsi fisicamente in edicola per tornare carichi di carta inchiostrata. “Edicola Wapposa”, “Edicola Italia”, “Giornali e Riviste” sono solo alcuni dei nomi di questi canali fuorilegge, gestiti da utenti protetti da una criptazione che li rende non identificabili.

Proprio questo, infatti, è il bello (e il problema) di Telegram, tanto da renderlo la App di messaggistica più amato per le chat segrete. Inoltre, nemmeno dopo le varie segnalazioni di illectio, la società che gestisce Telegram ha mai voluto collaborare spontaneamente all’identificazione dei suoi utenti o allo spegnimento dei canali aperti sulla piattaforma. Ecco, dunque, una delle doppie facce del web: potrebbe mai una App, che ha il suo core business nel suo essere la più sicura del web, offrirsi di indicare i nomi dei suoi utenti? Certo, in questo specifico caso c’è un reato di mezzo: la acquisizione e diffusione illecita di riviste giornali e in generale beni tutelati dal diritto d’autore. Eppure – come in tutti i casi in cui la “coindagata” è una applicazione internet senza confini fisici né alcuna funzione di indirizzo e controllo dei contenuti attraverso essa diffusi – le regole del diritto si confondono. Risultato: dopo inchieste sui principali giornali, report della Federazione degli Editori e una richiesta formale all’Agcom, i canali Telegram che piratavano i quotidiani sono stati spenti dalla stessa Telegram e ne è nata una inchiesta. Vittoria di Pirro, purtroppo.

Chiudere un’edicola fisica significa apporre i sigilli a una serranda, ma per ogni gruppo Telegram che chiude altrettanti ne possono nascere ex novo, e tutti senza alcuna possibilità di risalire ai fondatori che caricano le copie illecite.Che cosa c’entri questa eterna battaglia tra l’analogico e il digitale (e tra il lecito e l’illecito sui social) con Project Gutenberg, però, ora è facile immaginarlo.In seguito alla notizia di reato, il Pool Reati Informatici della Procura di Roma si è attivato e, nello svolgimento delle indagini per risalire ai pirati, ha chiuso una trentina di canali Telegram e in questa brutta compagnia è finito anche il sito Gutenberg.org. Sorprendentemente, i finanzieri esperti di reati informatici (e dunque, almeno in teoria, della storia dello strumento su cui indagano), non si sono accorti che nella loro rete di siti dai nomi “il giornalaio moderno”, “oroscopo e giornali” e freebookspot” è finito anche uno dei più ambiziosi e longevi progetti che il web abbia mai visto nascere. Lo strumento scelto per oscurare il tutto è quello del sequestro preventivo, che ha dunque reso inaccessibile agli utenti italiani una delle piattaforme culturali più utilizzate, soprattutto nei mesi di quarantena, proprio per la sua enorme offerta di ebook gratuiti di classici della letteratura, non più coperti da diritto d’autore.

Insomma, è bastata una iniziativa della polizia giudiziaria per privare unilateralmente (come da norma di codice, alla Fondazione è stato notificato il sequestro preventivo solo una volta eseguito) gli utenti italiani dell’accesso alla biblioteca di Alessandria del web.C’è ovviamente da sperare che Project Gutenberg venga presto rimesso a disposizione del nostro paese, una volta accertata la totale estraneità del sito dall’indagine in corso. Eppure, in questo evidente caso di eterogenesi dei fini, si nota bene come il web sia ancora un far west inesplorato, popolato dai black hat (anche il gergo degli hacker mutua le parole dall’immaginario del western), che sarebbero gli hacker “cattivi” che utilizzano strumenti illegali per accedere a risorse illecite per i loro fini, ma anche da un numero incredibile di volontari nascosti da nickname, che hanno dato vita al più grande archivio culturale in formato digitale del mondo, mettendolo a disposizione di tutti.

Lo sforzo è cominciato addirittura nel 1971, quando il primo Progetto Gutenberg ha visto la luce sotto la guida dello scrittore americano Michael S. Hart, che ha dato vita al progetto digitalizzando la Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti. Lo slogan era: “distruggere le sbarre dell’ignoranza e dell’illetteratezza”. Da questo seme, nel 2020 si è toccata quota 62mila eBook gratuiti, sia in lingua inglese che in decine di altre lingue. Tra gli anni Settanta e Novanta, Hart e i suoi volontari dell’Illinois Benedictine College hanno scannerizzato a mano, con macchine con riconoscimento ottico dei caratteri, tutti i libri disponibili. Nel 2000 è nata la fondazione no profit, per raccogliere le donazioni che arrivavano da tutto il mondo. Oggi vengono aggiunti alla collezione 50 nuovi ebook alla settimana: poesia, romanzi, libri di cucina, saggi. In una parola, tutta la letteratura della tradizione culturale occidentale non più coperta da copyright. Il Gutenberg Project, infatti, garantisce che ogni testo venga caricato nell’archivio solo dopo la conferma che non sia più coperto da diritti di autore, secondo la legge sul copyright americana.

Come sempre in progetti di portata internazionale e che corrono sul filo di una normativa complicata come quella del copyright, quella della procura di Roma non è certo la prima volta che il sito viene oscurato in uno Stato. Sempre, però, è stato anche rimesso a disposizione degli utenti. Fa anche questo parte del far west digitale, a ulteriore dimostrazione che nella landa del world wide web nascono (e si scontrano) sia i pirati di Telegram e gli amanuensi digitali di Project Gutenberg.

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