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Quegli spifferi che arrivano dalla procura Perugia: prima i togati, poi la stampa e ora il fedelissimo di Bonafede

Prima le indiscrezioni su Luca Palamara, poi quelle sui giornalisti "amici" dei pm e ora l'uomo di fiducia del ministro della Giustizia...
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Ormai è un vero e proprio virus, quello che dalla Procura di Perugia contagia chiunque ruoti intorno all’inchiesta contro Luca Palamara. O meglio, che contagia chiunque abbia parlato al telefono con l’ex membro dell’Anm e che dunque sia finito nei brogliacci delle intercettazioni ora nelle mani dei magistrati. La sorte toccata al capo di Gabinetto del Ministro Bonafede, Fulvio Baldi, infatti, è solo l’ultimo caso in ordine di tempo. Prima del suo, sono stati molti i nomi a finire direttamente dagli atti di indagine alle pagine dei giornali, in un flusso all’apparenza inarrestabile che sgorga direttamente da Perugia.

Poche settimane fa e a qualche giorno dalla notizia della conclusione delle indagini, a risultare “schedati” dalla procura erano stati i principali cronisti di giudiziaria, da Liliana Milella di Repubblica a Giovanni Bianconi del Corriere, ma i nomi citati sono circa una ventina. Le intercettazioni delle loro conversazioni private con Palamara, pur senza contenere alcun elemento utile alle indagini, erano finite pubblicate in un articolo della Verità. L’esito è stato quello di un discreto imbarazzo, oltre al disvelamento di rapporti riservati tra stampa e magistratura, ma nessuna conseguenza diretta per i colleghi. Solo, al massimo, un certo biasimo per il metodo con cui vengono compilate le informative della polizia giudiziaria, che pur dovrebbero contenere solo le trascrizioni delle intercettazioni rilevanti. Lo stesso è poi successo, con esiti ben più pesanti, anche all’ex pg di Cassazione Riccardo Fuzio.

Anche in questo caso il Trojan installato nel cellulare di Palamara ha registrato le loro conversazioni, date alla stampa prima della conclusione delle indagini. Fuzio non è politicamente sopravvissuto allo scandalo: ha scelto la via del pensionamento anticipato ed è finito a sua volta indagato. Infine – terminando il percorso a ritroso nei fatti collaterali all’indagine che ha fatto tremare il Csm nel giugno scorso – la stessa sequenza è toccata anche a cinque togati del Csm. Tutti intercettati di riflesso a Palamara, tutti finiti nelle trascrizioni pubblicate da mezza stampa italiana. Contro di loro, conversazioni con Palamara per la decisione di alcune nomine di magistrati. Alla fine, i togati di Magistratura Indipendente Antonio Lepre, Corrado Cartoni e Paolo Criscuoli e quello di Unicost Gianluigi Morlini e Luigi Spina (unico indagato) si sono dimessi dal ruolo di consiglieri al Csm.La beffa, in questa maxi inchiesta che ha terremotato l’organo di autogoverno della magistratura, è che potrebbe concludersi in un nulla, almeno sul fronte prettamente giudiziario. Sono cadute, infatti, tutte le ipotesi di reato a carico di Palamara per le presunte nomine pilotate e che è stata chiesta l’archiviazione anche per corruzione aggravata e in atti giudiziari.

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