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In carcere l’emergenza Covid non è finita

Il garante nazionale in un convegno è stato chiaro: «La tempesta non è passata»
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Mentre sta passando il messaggio, soprattutto a proposito delle fuorvianti polemiche sulla detenzione domiciliare date ai mafiosi, che l’emergenza Covid 19 in carcere sia passata, c’è il Garante nazionale Mauro Palma che avverte di non abbassare la guardia. Ad oggi ci sono 131 detenuti risultati positivi al coronavirus che sono attualmente in carcere. Un numero che non tiene conto di quelli che sono stati “scarcerati”, proprio per aver contratto il virus e dei 4 detenuti morti. Finora parliamo di numeri contenuti e che non creano allarme sociale nella comunità esterna. Ma in futuro ci si potrebbe ritrovare nel vortice di polemiche strumentali e controproducenti come quelle odierne. Le carceri proprio per il fatto che sono luoghi chiusi e con affollamenti sono predisposti per focolai improvvisi. Ed è quello che sta accadendo. Durante un interessante convegno online, organizzato dagli studenti universitari perugini dell’associazione Elsa, tra i vari ospiti ( Patrizio Gonnella di Antigone, il magistrato di sorveglianza Fabio Gianfilippi , il garante regionale Stefano Anastasìa e Fiammetta Modena della commissione Giustizia senato) è intervenuto Mauro Palma, il Garante nazionale delle persone private della libertà. Palma ha spiegato che se fosse intervenuto solo quattro giorni prima, avrebbe detto che al carcere di Saluzzo risultavano zero contagi. «Invece oggi devo riferire – ha detto il Garante – che ce ne sono ben 20 di positivi al Covid».

Ha così sottolineato come possa bastare poco, nelle carceri, perché si sviluppi un focolaio. L’emergenza, quindi, non è passata e non bisogna abbassare la guardia sulla necessità di garantire il diritto alla salute. «La tempesta non è passata, ma bisogna attrezzarsi per un eventuale ritorno», ha messo in guardia Mauro Palma. A proposito di ciò ha evidenziato una importante iniziativa e che dovrebbe essere replicata dappertutto per far fronte ai focolai che scoppiano all’improvviso. Si tratta dell’Hub del carcere milanese di San Vittore attrezzato per l’emergenza coronavirus. Parliamo di cinquanta posti su due piani, più altre 7 camere per detenuti addetti al lavoro nel reparto; un medico, due infettivologi, cinque medici di guardia e dieci infermieri che assicurano la copertura sanitaria 24 ore su 24, un operatore socio-sanitario. A supporto dell’Hub di San Vittore, è stato inoltre creato un reparto per i casi più leggeri, per gli asintomatici e i convalescenti presso l’Istituto penitenziario di Bollate. I due reparti sono destinati ad accogliere i detenuti positivi al Covid-19 provenienti dagli Istituti penitenziari della Lombardia. L’obiettivo dell’Amministrazione penitenziaria è stato quello di concentrare il rischio infettivo in poche aree particolarmente attrezzate e dotate di apparecchiature che consentono la diagnosi e la cura delle infezioni da coronavirus di lieve e media gravità.Perché è utile? «Ad esempio al carcere di Lecco, su 78 detenuti che vi sono ristretti, ben 25 sono risultati positivi al Covid e subito sono stati traferiti nell’Hub del carcere di San Vittore», ha spiegato Palma durante il convegno. Quindi è necessario creare in tutte le altre regioni delle strutture di questo tipo proprio per allentare la densità dei contagiati all’interno delle carceri. Ma tutto questo basta? Ovviamente no se non si dovesse continuare a ridurre la popolazione carceraria. Ad oggi, secondo i dati del Garante, sono 52.838 detenuti. Un numero significativo visto che al 17 di marzo erano 60.176.

Non basta, perché bisogna arrivare al di sotto della capienza regolamentare. «Se ci sono 100 posti disponibili – ha esemplificato il Garante – bisogna arrivare a meno di 90 detenuti, in maniera tale che ci siano posti liberi per ogni evenienza. E questo – sottolinea – deve esserci da sempre, proprio per non farci cogliere impreparati da eventuali emergenze come quella che viviamo oggi».I circa 9000 detenuti in meno sono dipesi da tre diversi fattori. Ben 3116 sono coloro finiti in detenzione domiciliare (dato di sabato), di questi sono 835 coloro che hanno il braccialetto elettronico. L’altro fattore è la riduzione degli ingressi in carcere, mentre il resto sono i provvedimenti ordinari usati dalla magistratura. Su questo ultimo punto è interessante riportare anche l’intervento del magistrato di sorveglianza Fabio Ginfilippi, il quale ha sottolineato che molte di queste istanze accolte sono dovute da un’accelerazione sugli arretrati. «La riduzione – ha spiegato Palma -, quindi è dovuta a un fattore complessivo di cause che ha messo al centro delle discussione la tutela della salute». Una discussione che è stata messa al centro con il coronavirus che ha fatto irruzione, mentre il dibattito si divideva tra chi urlava di più speculando sul tema complicato del sistema penitenziario. Ora, con l’inesistente scandalo del differimento pena ai 400 detenuti in alta sorveglianza (e tre al 41 bis) su un totale di 9000 persone recluse per reati di mafia, si rischia di abbassare la guardia su questo tema. Non per ultimo su quello dei 980 detenuti che attualmente stanno scontando una pena inferiore ad un anno. Molti di loro sono poveri, senza fissa dimora e privi di protezione sociale. «Un sistema non solo sovraffollato – ha denunciato sempre Mauro Palma-, ma un sistema sbilanciato perché accoglie in sé le contraddizioni che il territorio non ha saputo risolvere: la riduzione delle reti protettive individuali ha avuto negli ultimi anni un effetto devastante sulla tipologia dell’affollamento all’interno del carcere».

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