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Il generale Mario Mori: «Così bruciarono la cattura di Matteo Messina Denaro»

stato mafia
L’ex sindaco di Castelvetrano Vaccarino aveva, per conto del Sisde diretto da Mario Mori, intrapreso un contatto epistolare con il superlatitante Matteo Messina Denaro. Dell’operazione in corso ne era messo a conoscenza Pietro Grasso, l’allora capo della Procura di Palermo. Ma una fuga di notizie ha vanificato l’operazione
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L’ex sindaco di Castelvetrano, Antonio Vaccarino, è sotto processo con il colonnello dei carabinieri Marco Zappalà e l’appuntato Giuseppe Barcellona, con l’accusa di aver favorito la mafia e in particolare Matteo Messina Denaro. Gabriele Paci, procuratore aggiunto di Caltanissetta, è stato sentito come teste nel processo che si sta svolgendo presso il tribunale di Marsala. Domani sarà la volta dell’ex ufficiale dei Ros, Giuseppe De Donno. Sul Dubbio del 7 maggio scorso abbiamo riportato la deposizione del procuratore Paci, nella quale ha spiegato che la Procura aveva dato la delega al colonnello Zappalà per condurre indagini sulle stragi di Capaci e Via D’Amelio nelle quali è attualmente imputato il superlatitante Matteo Messina Denaro. Ma, soprattutto, aveva avuto la delega per rapportarsi con l’ex sindaco di Castelvetrano Antonio Vaccarino, ritenuto fonte affidabile di importanti informazioni.

I Pm Guido, Padova e Dessì della procura di Palermo che hanno fatto arrestare gli imputati, tra le altre cose, hanno scritto che, alla luce dei nuovi fatti, nel passato di Vaccarino si coglierebbero «ambiguità, zone d’ombra, dichiarazioni tanto reticenti quanto fuorvianti».A che cosa si riferiscono? Alla sua passata collaborazione con il Sisde per la cattura di Matteo Messina Denaro attraverso dei contatti epistolari. Poi tutta l’operazione si fermò quando ci fu una fuga di notizie e una indagine – poi subito archiviata – della procura di Palermo proprio sul fatto che Vaccarino scrivesse i pizzini al superlatitante firmandosi “Svetonio”, pseudonimo indicato proprio da Matteo Messina Denaro. L’epistolario di “Alessio” (così invece amava firmarsi il super latitante), minuziosamente argomentato, talora orgoglioso e nello stesso tempo strategicamente vittimistico, è pubblico e si trova in un libro reperibile su Amazon. Il super boss esprimeva la condizione di una certa mafia siciliana sospesa tra l’antica fase contadina e quella metropolitana e transnazionale. Ma non solo. Matteo Messina Denaro cita Jorge Amado, scrive che la giustizia è marcia fin dalle fondamenta e dice di pensarla come Toni Negri. Non esita a bollare come «venditore di fumo» chi allora dirigeva il Paese, ovvero Silvio Berlusconi. Addirittura parla di questioni interiori. «Registro – scrive il boss in una delle sue missive – il travaglio interiore di un uomo che ha raggiunto livelli tanto elevati quanto non programmati, che dirige con ferma bacchetta la capacità dei singoli maestri». Segnali quasi di cedimento. Ma poi si riprende rimettendo al centro la sua persona, quasi un avvertimento: «Ancora si sentirà molto parlare di me, ci sono ancora pagine della mia storia che si devono scrivere. Non saranno questi “buoni” e “integerrimi” della nostra epoca, in preda a fanatismo messianico, che riusciranno a fermare le idee di un uomo come me.

Questo è un assioma».L’operazione del Sisde parte dai primi di ottobre 2004 fino a una buona parte del 2006 e ed era sotto la dirigenza del generale Mario Mori. Ma tale operazione non era tenuta all’oscuro all’autorità giudiziaria. Ogni volta che c’era un contatto tra Vaccarino e Matteo Messina Denaro, l’allora dirigente del Sisde Mori relazionava il tutto all’allora capo della procura di Palermo Pietro Grasso (ora senatore di Liberi e Uguali). Ma per capire meglio ci affidiamo alle parole dello stesso generale Mario Mori, sentito come testimone il mese scorso al tribunale di Marsala proprio durante il processo di cui è imputato Vaccarino.Alla domanda posta dall’avvocato Baldassarre Lauria che, assieme alla sua collega Giovanna Angelo, difende l’ex sindaco di Castelvetrano, Mario Mori spiega che Vaccarino stesso interessò il Sisde mettendosi a disposizione per una eventuale attività contro Cosa nostra. «Ci fu quindi – racconta Mori – un contatto diretto tra funzionari del servizio da me delegati e il signor Vaccarino, il qual prospettò l’ipotesi di attività in direzione del latitante Matteo Messina Denaro di cui conosceva personalmente anche il suo ambito di riferimento familistico e di amicizie».

Il metodo è quello classico che Mori ha sempre adottato anche quando era ai Ros. Non solo catturare direttamente il latitante, ma anche individuare i suoi circuiti di fiancheggiamento e attività imprenditoriali illecite. «Attraverso quindi i contatti che il signor Vaccarino fu sollecitato a prendere nell’ambito delle sue conoscenze dell’entourage di Messina Denaro – spiega sempre Mori –, verso l’ottobre del 2004 arrivò una lettera al Vaccarino tramite un circuito specifico di corrispondenza applicato dal Messina Denaro e dai sui fiancheggiatori». Da lì quindi iniziò lo scambio epistolare che è durato circa due anni. Una operazione che, nonostante poi sia in seguito saltata, ha comunque prodotto dei risultati. Si sono identificate un certo numero di persone, in particolare riuscirono ad ottenere l’individuazione di un imprenditore che era colui che rappresentava gli interessi del superlatitante. Così come l’individuazione di Vincenzo Panicola, il cognato di Matteo Messina Denaro. Ma come mai l’operazione sfumò? È sempre Mori a spiegarlo. «Mentre era in corso questo scambio epistolare – racconta il generale -, nella primavera del 2006 viene catturato Bernardo Provenzano. Nel materiale di cui fu trovato in possesso emersero alcuni pizzini. Uno scambio tra lui e Matteo Messina Denaro, nel quale quest’ultimo segnalava il suo collegamento con Vaccarino». L’attività si fermò, teoricamente solo temporaneamente, perché lo stesso Messina Denaro scrisse una lettera a Vaccarino per dirgli che non poteva al momento più scrivergli visto che avevano arrestato Provenzano. Il generale Mori spiega che si recò da Pietro Grasso, che nel frattempo era diventato capo della Procura nazionale Antimafia, e spiegò la situazione. Grasso poi lo richiamò informandolo che la Procura aveva preso atto dell’importanza della collaborazione di Vaccarino, ma che riteneva di non volerlo trattare come fonte o collaboratore.A quel punto ci fu una fuga di notizie. Il nome di Vaccarino fu pubblicato su alcuni organi di informazione, la Procura di Palermo che, ricordiamo, non era più guidata da Grasso, aprì un’inchiesta su di lui per associazione mafiosa, subito dopo archiviata da ben nove PM di Palermo.

L’avvocato Lauria ha posto una domanda ben precisa al generale Mori, ovvero se quell’indagine aperta nei confronti di Vaccarino abbia pregiudicato la cattura di Matteo Messina Denaro. «Se la collaborazione di Vaccarino non fosse stata esplicitata pubblicamente e fosse rimasta riservata, forse lo Sco o qualche altra polizia giudiziaria avrebbe potuto continuare a sfruttare la collaborazione di Vaccarino e raggiungere a migliori risultati».I fatti sono questi. Prima iniziò la fuga di notizie sul ritrovamento del nome di Vaccarino tra i pizzini sequestrati alla dimora di Provenzano il giorno che fu catturato. Poi partì l’indagine della Procura di Palermo ed emerse pubblicamente che Vaccarino collaborava con il Sisde. L’operazione quindi si vanificò. Dopo qualche tempo, esattamente il 2 novembre del 2007, giunge a Vaccarino l’ultima lettera – ma questa volta minacciosa e rabbiosa – di Matteo Messina Denaro. «Non ha neanche da sperare in una mia prematura scomparsa o nel mio arresto – scrive il super boss nella parte conclusiva della lettera – perché qualora accadesse una di queste ipotesi, per lei nulla cambierebbe, in quanto la sua illustre persona fa già parte del mio testamento, ed in mia mancanza verrà sempre qualcuno a riscuotere il credito che ho nei suoi confronti, comunque vada lei o chi per lei pagherà questa cambiale che ha forsennatamente firmato. Lei è un essere snaturato che non ha voluto bene neanche alla sua famiglia, si vergogni di esistere».

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