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Strutture sanitarie inesistenti: i domiciliari a quei 376 mafiosi sono inevitabili

La Repubblica grida allo scandalo per i domiciliari concessi ai presunti boss, ma la verità è che le strutture sanitarie in carcere sono inadeguate a garantirne il diritto di salute dei detenuti: è questo il vero scandalo.
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Le polemiche per la detenzione domiciliare a 376 boss reclusi in alta sicurezza, solo tre al 41 bis, continuano a essere al centro del dibattito. Indirettamente si ritorna all’attacco dei magistrati di sorveglianza o i Gip che hanno emesso queste ordinanze. In un articolo di Repubblica si grida allo scandalo, perché in realtà i magistrati delle procure distrettuali antimafia dicono che basterebbe trasferirli nei centri medici penitenziari, considerati – a detta loro – strutture di eccellenza della nostra sanità. Ma è esattamente così? Forse c’è bisogno di fare chiarezza. Più volte è stato detto che basterebbe mandare i detenuti con gravi patologie fisiche nei centri clinici penitenziari di Roma e Viterbo. Partendo dal fatto chela detenzione domiciliare è stata concessa perché tali patologie sono quelle che possono provocare una morte certa, se contagiati dal Covid 19 (e già tre detenuti sono morti per questo), bisogna capire se effettivamente, allo stato attuale, i magistrati hanno possibilità di scelta e quindi possano assecondare le istanze dei procuratori.

Un conto è la teoria, l’altra è la realtà che ben pochi conoscono.Il garante dei detenuti della regione Lazio Stefano Anastasìa, interpellato da Il Dubbio sul punto, spiega: «Vorrei chiarire che parliamo di due situazioni diverse: una cosa sono i vecchi centri clinici penitenziari (ora Sai), destinati a lungodegenze croniche in ambito penitenziario (Regina Coeli a Roma), altro sono i reparti ospedalieri di medicina protetta (Viterbo Belcolle e Roma Pertini), con pochi posti destinati a ricoveri funzionali a diagnostica, terapia e pre-ospedalizzazione per interventi chirurgici. Questi ultimi sono anche qualificati, ma con pochi posti e per periodi brevi. I vecchi centri clinici, invece, sono delle specie di Rsa penitenziarie. Non mi pare che si possa parlare di eccellenze.

Almeno fino a quando governo e regioni non decideranno che cosa farne, dopo la riforma del 2008 (il passaggio dalla sanità penitenziaria al Servizio sanitario nazionale, ndr)».Questo è il punto. I famosi centri sanitari di “eccellenza” più volte citati dai chi si indigna per le scarcerazioni, si trovano nei reparti ospedalieri di medicina protetta di Viterbo e Roma, ma sono pochi i posti per ricoverare i detenuti bisognosi di terapia. Altra questione. A causa dei pochi centri clinici che, come ha sottolineato Anastasìa sono delle vere e proprie Rsa, non il massimo ai tempi del Covid 19, molti detenuti vengono trasferiti nel reparto di assistenza intensiva del carcere di Parma. Il risultato? Non ci sono posti letto liberi, occupati da detenuti con degenze lunghissime, anche di molti mesi e pertanto con un ricambio praticamente inesistente. E tutto ciò crea un altro problema ancora più volte segnalato dal garante locale Roberto Cavalieri: costringe detenuti parimenti ammalati, rispetto a quelli ricoverati al Sai a restare in celle ordinarie di sezioni ordinarie, con i conseguenti problemi di conciliazione tra necessità sanitarie e spazi detentivi inadeguati. Anche Rita Bernardini del Partito Radicale denuncia il problema. Lo ha ricordato durante la trasmissione di Radio Carcere condotta da Riccardo Arena. «La sanità penitenziaria è a pezzi e non è in grado di assicurare a decine di migliaia di detenuti i livelli minimi di assistenza. Il coronavirus porta alla luce il tradimento della riforma di 12 anni fa che prevedeva il passaggio della medicina penitenziaria al Servizio sanitario nazionale.

Quanti documenti in proposito ha prodotto, inascoltato, il dottor Francesco Ceraudo?». Recentemente, infatti, è stata presentata una interrogazione parlamentare da parte di Roberto Giachetti proprio su questa questione.L’altro problema riguarda la Sardegna, dove sono concentrati numerosi detenuti in alta sicurezza o al 41 bis. Già nel 2017, in un Rapporto inviato all’Amministrazione penitenziaria, dopo una visita regionale in Sardegna e successivamente pubblicato sul sito, il Garante nazionale delle persone private della libertà aveva evidenziato «l’esigenza di avere nella regione almeno un servizio di assistenza intensiva (Sai) in grado, in base alle caratteristiche strutturali, di proporre assistenza sanitaria ospedalizzata, seppure per brevi periodi, alle persone detenute in regime di alta sicurezza o in regime speciale ex articolo 41-bis o.p.».A tal fine aveva formulato la seguente raccomandazione (tenendo in conto della presenza nella regione rispettivamente di 520 e 90 persone detenute in Alta Sicurezza o in regime speciale): «Il Garante nazionale raccomanda al Provveditorato regionale di provvedere con urgenza ad attivare un Servizio di assistenza intensiva (Sai) in grado di rispondere alle esigenze di tutela della salute di tutte le persone detenute nella regione, compresi coloro che sono in regime di alta sicurezza o in regime ex articolo 41-bis o.p., attraverso la stipula di un protocollo con l’Azienda per la tutela della salute (Ats) della regione. Chiede di essere tempestivamente informato sia dell’avvio di tale interlocuzione con le autorità sanitarie sia delle conseguenti scadenze concordate per la risoluzione del problema». Purtroppo non c’è stata alcuna da parte dell’Amministrazione.Come se non bastasse, in un Rapporto tematico sul 41 bis, il Garante aveva osservato le difficoltà di traduzione di una persona detenuta in alta sicurezza o in tale regime speciale laddove non esistesse un Sai che garantisse tutela della salute e sicurezza. Si legge in quel Rapporto: «è il caso della Sardegna, ove non è disponibile un Sai che possa essere utilizzato a tutela della loro salute, giacché quello dell’Istituto di Sassari – strutturato originariamente per tale popolazione detenuta – è stato recentemente trasformato in un Centro di osservazione psichiatrica e l’unico altro Sai della regione, che si trova nell’Istituto di Cagliari-Uta, è riservato al circuito della media sicurezza».

Il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria – fa sapere Il garante Mauro Palma tramite il bollettino odierno – aveva risposto relativamente alle traduzioni in termini generali citando l’estrema rarità della ipotesi prospettata dal Garante. Proprio per questo, il tema era stato ribadito nel Rapporto redatto a seguito della visita condotta nel luglio 2019 e il Garante nazionale, richiamando la Raccomandazione già formulata nel 2017, aveva rilevato come la peculiarità della collocazione delle persone detenute in alta sicurezza in istituti della Sardegna potesse rischiare di determinare la compressione di un diritto fondamentale, quale il diritto alla salute.Se da una parte si parla dei detenuti scarcerati per motivi gravi di salute, dall’altra non nasce lo scandalo per tutti quei detenuti che muoiono per patologie. In ognuno di loro c’è una storia, in molte riguarda proprio il diritto alla salute violato. E a proposito di ciò, sarebbe il caso di ricordare della morte dell’ergastolano ostativo Mario Trudu. Da 41 anni in carcere, mai usufruito di alcun permesso. Era gravemente malato e l’unica possibilità di curarsi adeguatamente era quella di andare via dal carcere. Dopo una lunga battaglia condotta dal suo legale Monica Murru, era riuscito ad ottenere la detenzione domiciliare e finalmente avrebbe avuto la possibilità di curarsi adeguatamente. Ma troppo tardi: dopo pochi giorni di “libertà” morì in ospedale. Facile dire che il sistema penitenziario ha strutture di eccellenza per curare i detenuti gravemente malati. Difficile, però, guardare in faccia alla realtà, riconoscere il problema e risolverlo.

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