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Pochi i mafiosi “eccellenti” ai domiciliari. E il Covid non c’entra

I detenuti al 41 bis che fecero tanto scalpore, ovvero Francesco Bonura (fine pena tra pochi mesi) e Pasquale Zagaria (finito in detenzione domiciliare per 5 mesi e poi ritorna dentro), avevano ottenuto il differimento pena per gravissimi motivi di salute e il Covid non c’entra nulla. Ma non finisce qui.
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Mentre è arrivata una nuova lista sul tavolo del Dap composta da nominativi di persone reclusi al 41 bis o in alta sicurezza che hanno fatto istanza per i domiciliari, c’è il capo della procura nazionale Federico Cafiero De Raho che si dice sorpreso per la concessione della detenzione domiciliare visto che – soprattutto per i reclusi al 41 bis – non c’è rischio di contagio da Covid 19. Il problema è che per quanto riguarda i nomi “eccellenti”, il coronavirus c’entra ben poco. O meglio, in alcuni casi è solo un problema aggiuntivo. Come detto e ridetto, i detenuti al 41 bis che fecero tanto scalpore, ovvero Francesco Bonura (fine pena tra pochi mesi) e Pasquale Zagaria (finito in detenzione domiciliare per 5 mesi e poi ritorna dentro), avevano ottenuto il differimento pena per gravissimi motivi di salute e il Covid non c’entra nulla. Ma non finisce qui.

C’è ad esempio il nome dell’ergastolano Franco Cataldo, uno dei carcerieri del piccolo Giuseppe Di Matteo che fu poi ucciso e sciolto nell’acido, il quale ha ottenuto il differimento della pena per 6 mesi. Qui il Covid 19 è un problema aggiuntivo. Anziano e malato terminale perché affetto da due tumori, nei mesi scorsi era stato trasferito nel carcere di Opera proprio per essere curato, ma poi la zona di Milano è diventata l’epicentro del contagio e i giudici non hanno avuto molte alternative, viste le sue condizioni di salute. Nella famosa lunga lista, ma scarna di detenuti “eccellenti”, compare il nome di Rosalia Di Trapani, la moglie del boss Salvatore Lo Piccolo e condannata a 8 anni per estorsione aggravata. Ha ottenuto la detenzione domiciliare per gravi motivi di salute, non a casa – perché per la sua pericolosità le è assolutamente vietato mettere piede a Palermo – ma in una casa di riposo di Messina. Tuttavia, come ormai sta emergendo in molti casi simili, a dispetto degli allarmi, il Coronavirus ancora una volta non c’entra proprio nulla. Il permesso per un mese le è stato concesso per motivi di salute perché la struttura carceraria non poteva garantire le cure indispensabili. Il Tribunale, oltre a vietare ogni tipo di contatto con i parenti, anche telefonici, le ha imposto di restare appunto a Messina. L’altro eri il gup di Palermo aveva respinto l’istanza di scarcerazione del vecchio boss di Pagliarelli, Settimo Mineo, recluso al 41 bis a Sassari e in attesa di giudizio con l’accusa di aver presieduto la nuova Cupola di Cosa nostra, smantellata a dicembre 2018 dai carabinieri. Il giorno prima – per l’ennesima volta – è stata negata la detenzione domiciliare a Gaetano Riina, fratello dell’ex capo dei capi. Non è un ergastolano e nemmeno un recluso al 41 bis. Ha 87 anni e presenta diverse patologie.

Ha scontato nel carcere torinese una condanna a otto anni per estorsione e associazione mafiosa comminata dalla corte d’appello di Palermo per aver sostituito il fratello dopo la carcerazione nel 1993 – questa era l’accusa – alla guida del mandamento di Corleone. La pena era stata espiata interamente a luglio dell’anno scorso, ma Gaetano Riina resta in cella per un’altra condanna – ma non per mafia – dei giudici di Napoli e il fine pena è fissato al 2024. Ma se venisse concessa la liberazione anticipata, lui finirebbe di scontare la pena il prossimo anno. Ora il vice capo del Dap Roberto Tartaglia sta esaminando i fascicoli riguardanti le 456 richieste per i domiciliari (riguarda chi è in attesa di giudizio) o detenzione domiciliare (i definitivi), ma bisogna capire quanti siano per motivi legati al Covid 19. Attualmente ci sono casi di persone con gravi patologie dove i centri clinici penitenziari sono insufficienti e la detenzione risulta incompatibile. Un problema, quello sanitario, che deve essere risolto con un investimento nell’approntare all’interno degli istituti dei presidi specialistici idonei. Inasprire le norme, senza curare questi aspetti, rischierebbe di violare i diritti dell’uomo.

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