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Mafiosi ai domiciliari, uno su tre aspetta ancora il primo grado

Su 376 “boss” usciti durante la pandemia, 196 non hanno ancora una condanna definitiva, di questi, in 125 aspettano una sentenza di primo grado
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La “lista Basentini”, l’elenco dei 376 “boss” finiti ai domiciliari nella fase della pandemia, non ha ancora finito di dividere il Paese che già sbuca un nuovo elenco.Eppure, a scorrere quel primo documento, che ha spinto il ministro Bonafede ad annunciare un nuovo decreto per far tornare in cella i “mafiosi” scarcerati dai giudici, si scoprono dettagli importanti. Tanto per cominciare: le condanne. Su 376 persone ammesse alle misure alternative, a scontare una pena definitiva sono in 180. Di questi, solo tre in regime di carcere duro (41 bis): i boss Francesco Bonura, Vincenzo Iannazzo e Pasquale Zagaria. Ma il grosso dell’elenco, 196 nomi, è composto da detenuti in attesa di sentenza definitiva e in regime di sorveglianza speciale. Non solo, la stragrande maggioranza di questo gruppo, 125 persone, aspetta ancora il giudizio di primo grado. Molti di loro sono accusati di aver rivestito ruoli all’interno o all’esterno dei clan, ma ancora nessuna aula di Tribunale si è pronunciata in merito. Eppure, la pubblicazione della lista ha creato un vero e proprio terremoto politico, col ministro della Giustizia Alfonso Bonafede accusato di aver liberato centinaia di boss e constretto a un ditrofront per non prestare il fianco a strumentalizzazioni, soprattutto dopo il colpo contemporaneo arrivato dall’ex pm della “trattativa Stato-mafia” Nino Di Matteo. Ora sul ministro pende addirittura una mozione di sfiducia individuale presentata dal centrodestra.

L’argomento “mafia”, del resto, è sempre molto scivoloso e basta solo nominare la parola “garanzie” per essere accusati di connivenza. L’unico a provare a sparigliare un po’ nei giorni scorsi è stato Roberto Saviano, che su Repubblica ha scritto: «Garantire la salute del detenuto, di qualunque detenuto, dall’ex boss al 41bis al detenuto ignoto, è fondamentale, è un atto che ha una efficacia antimafia immediatamente misurabile perché un carcere che non è democratico, diventa immediatamente un carcere dove comandano le mafie».

Ma non è bastato. Risultato: il capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria Francesco Basentini è stato costretto alle dimissioni. E proprio nel giorno in cui il Csm dà il via libera alla nuova nomina di Dino Petralia, sul Dap piovono nuove istanze di scarcerazione per l’emergenza Covid. Sono 456 i presunti mafiosi, detenuti in regime di alta sicurezza, a chiederla. Ma anche in questo caso, non tutti potranno essere definiti “boss”. In 225 hanno una condanna definitiva, ma ben 231 sono ancora in attesa del primo grado, appellanti e ricorrenti, recita il documento riservato inviato dal vicecapo del Dap Roberto Tartaglia al ministro Bonafede. Il Dipartimento ha subito dato inizio «all’acquisizione dagli istituti penitenziari delle istanze presentate e alla conseguente attività di analisi finalizzata alla predisposizioone di idonee misure organizzative», si legge nel testo. «Deve precisarsi. che il dato relativo al numero delle istanze prendenti presentate dai detenuti sottoposti al regime 41 bis e appartenenti al circuito dell’alta sicurezza non comprende quelle che i detenuti potrebbero avere avanzato per il tramite dei propri difensori di fiducia o per il tramite dei familiari, oppure potrebbero avere trasmesso in busta chiusa all’Autorità giudiziaria, per acquisire le quali saranno necessari sicuramente tempi più lunghi». Le richieste potrebbero dunque essere molte di più.

Attualmente sono 745 i detenuti sottoposti al regime del carcere duro e 9.069 in alta sicurezza.

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