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Cristina Comencini: «Ritorno all’inconscio con il mio film più libero»

Sulle principali piattaforme on demand "Tornare". l'ultimo lavoro della cineasta con protagonista una bravissima Giovanna Mezzogiorno
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Con il suo quattordicesimo film, Tornare, Cristina Comencini ha chiuso l’edizione, guarda caso, numero 14 della Festa del cinema di Roma lo scorso ottobre.

Il film sarebbe dovuto uscire a marzo ma anche la regista e scrittrice, si è trovata di fronte alla scelta: uscire in digitale o aspettare la sala?  Comencini ha deciso di testare il suo film, dopo la prova festivaliera, con il pubblico virtuale e dal 4 maggio

Tornare è disponibile on demand su Sky Primafila Premiere, Timvision, Chili, Google Play, Infinity, CG Digital, Rakuten TV.

Siamo nella Napoli degli anni ‘90 e Alice (Giovanna Mezzogiorno) torna dopo molti anni in città dall’America per la morte del padre.

Ad accoglierla, non solo sua sorella e l’uomo, un amico di infanzia, che ha accudito suo padre negli ultimi momenti, ma il passato della donna che la sorprende, la risveglia e le apre le porte di ricordi e ferite che le stanno impedendo di andare avanti. Cristina Comencini descrive la genesi del film che ha definito il più libero della sua filmografia e ci accompagna attraverso il filo conduttore che lega tutti i suoi film ma soprattutto Tornare con La Bestia nel cuore.

Come nasce Tornare ?

Ha avuto una storia molto strana perchè avevo scritto un libro prima, che non ho pubblicato, perché avevo vissuto una vicenda personale mia. Nel libro, però, era contenuta questa idea:  abitavo sola in quel periodo ed è venuta a visitarmi la me diciottenne. Ho ripreso questa idea e abbiamo scritto Tornare.

Nelle note di regia lei parla di questo come il suo più libero, in che senso?

Intanto l’idea di non andare indietro nel passato ma fare arrivare il passato nel presente è già una scelta molto libera, è un grande colpo di scena nel film e nel momento in cui accade questo, tutto il suo percorso è molto libero. Ho scritto questo film con due giovani donne, Giulia Calenda e Ilaria Macchia e il nostro piacere ed anche la difficoltà è di comporre una specie di puzzle interno molto libero in cui ci sono come dei segni a cui la protagonista va dietro e deve capire e noi con lei. È libero nel modo in cui ho girato, nel modo in cui è scritto, almeno per me è stato un film in cui ho molto, molto inventato, è un film emozionale, dunque se sei dentro a questa emozione, la segui.

La protagonista è stata segnata dal rapporto con il proprio padre e con i genitori. In generale, crede che ci si possa affrancare da questo una volta adulti o incidono sempre?

E possibile affrancarsi ma certamente i genitori sono le figure fondanti anche quando non ci sono, anche un genitore che è scomparso, se n’è andato oppure non c’è stato, lo è.  Noi siamo legati ad un’origine, qualsiasi essa sia, la più terribile e la più tranquilla. Tutte le vite sono dei romanzi ma il romanzo comincia da una parte ed è chiaro che ci dobbiamo affrancare ed è desiderio di tutti andare oltre tutto questo ma proprio perché l’hai risolto e perché è dentro di te in qualche modo ti porti tutti questi pezzetti. Ho scritto un altro libro che era sull’adozione e su di una bambina adottata.  Anche i bambini adottati fantasticano sulla loro origine, quella dei genitori acquisiti ma anche quella che non conoscono ed è proprio nella mente umana fare una storia e per fortuna chiaramente le storie vanno avanti.

Il rapporto con il padre, nella vita della protagonista, incide molto di più di quello con la madre. È un cliché che il rapporto di una figlia con il proprio padre sia sempre più rilevante?

 La psicoanalisi ci dice appunto da molto tempo che è fondamentale ovviamente, il rapporto con la madre è più di identità. Nel film con la madre sono uguali, non c’è sempre ma in questo caso, c’è  un rapporto di identità. Il padre è il desiderato, il non conosciuto, a momenti anche odiato, però è il primo uomo e dunque in qualche modo lì si formano molte cose per cui ci si ritorna molte volte ma poi ad un certo punto si spera che si lascino dietro e si vada verso altre storie. A parte tutto quello che ne ha detto la psicanalisi, è sperimentato nella vita di tutti i giorni. Qualche volta invece il padre funziona molto bene e ci sono dei rapporti molto riusciti ma in generale comunque è un rapporto estremamente importante. Con la madre invece, nel bene o nel male c’è un’identificazione che è diverso.

C’è un legame che accomuna i suoi film e in particolare questo con La Bestia nel cuore? 

Questo film è parente a La bestia nel cuore, a parte per la protagonista , Giovanna Mezzogiorno, tutte e due hanno un’indagine, anche se condotta in maniera diversa, sulle parti più nascoste di una persona, di una donna utilizzando qui ancora di più che in La Bestia nel cuore , l’immaginazione, la fantasia e anche il sogno non tanto perché si sogna ma perché tutto il film è un sogno, è un modo di associare che non è razionale ma è emotivo e profondo. Dunque questo film assomiglia a quello anche se in questo sono andata oltre, l’inizio era tutto una parte realistica dove c’erano Angela Finocchiaro Stefania Rocca e tutta un’altra storia umana che faceva anche ridere a tratti c’erano pezzi di commedia questo è un thriller vero c’è un mondo che è quello della casa di questa città che lei attraversa fino in fondo e ne riemerge dall’altra parte È proprio un’immersione nelle parti più nascoste ma anche moto scoperte e belle perché quando si toccano delle cose, profondamente, dopo si sta meglio .

Come sta passando questa quarantena?

Ormai siamo dei veterani della quarantena perché sono quasi due mesi e io sono passata attraverso diversi stati d’animo e ho fatto molte acquisizioni perché intanto si è calmato il ritmo della vita, si è svuotato di tante cose, i rapporti di casa sono diventati molto più a conoscersi, a seguirsi perché i ritmi sono diversi. Hai la sensazione di esserti anche annoiato o di aver fatto un sacco di cose, abbiamo cominciato a lavorare sullo stare, a non muoverci e questo è nuovo per tutti noi e io penso che ce lo porteremo dietro come generazione. Tutti noi avremo avuto questa esperienza e dopo è importante tenerla dentro e non rinnegarla perché ci ha fatto entrare in certe parti, con i bambini, con i compagni, gli amici, che la fretta non ci permetteva di vedere. E poi c’è stata la perdita terribile di tanti anziani ed è proprio per questo che forse bisogna in qualche modo tenersi dentro questo fatto e capire che ci sono dei tempi e dei ritmi che possiamo vivere e che non sono spaventosi.

Da regista e artista che ne pensa del fatto che il governo non ha previsto piani per la ripresa dello spettacolo e della cultura?

 Io sono molto stupita che nessuno parli della cultura.  Il problema è che non si possono riaprire come prima e forse che non si possono neanche riaprire subito ma almeno che si faccia un piano. Per esempio,interveniamo sulle sale che già erano decimate, dunque cominciamo a lavorare in prospettiva cambiando, aprendo sale, rimettendo a posto. L’intervento dell’Europa deve servire anche a questo, ad aiutare gli imprenditori del cinema e del teatro, dello spettacolo in modo che possano cambiare e per esempio rifare le sale in modo che siano luoghi belli, confortevoli così che quando saremo in grado di riaprire, troveremo un’altra realtà. Bisogna cominciare a pensare come si possa produrre con delle regole ma non capisco come sia possibile non fare dei piani su questo.

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