Positivo al Covid ma ancora in carcere. Un detenuto di Torino si appella alla Cedu

La Corte europea dei diritti dell'Uomo chiede chiarimenti al governo italiano
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Gli avvocati Pina Di Credico e Roberto Ghini, grazie alla loro richiesta di adozione di misura provvisoria urgente alla Corte europea dei Diritti dell’uomo per quanto riguarda il caso del loro assistito (mancata concessione della detenzione domiciliare), hanno aperto il varco a una valanga di altre procedure urgenti. Ora è il caso di un detenuto presso il carcere di Torino, risultato positivo al Covid-19 ma che continua a rimanere in carcere. A darne notizia è L’associazione StraLi che ha supportato l’avvocato Benedetta Perego del Foro di Torino nella presentazione di un ricorso d’urgenza alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo relativamente alle condizioni di salute di un detenuto del carcere di Torino risultato positivo al Covid-19 e affetto da pregresse patologie.

La Corte ha chiesto subito delucidazioni al governo italiano, anche chiedendo chiarimenti circa le condizioni dei detenuti reclusi nel carcere “Le Vallette” di Torino. L’accesso alla Corte è motivato dal fatto che un soggetto detenuto presso il carcere di Torino, risultato positivo al Covid-19, continua ad essere trattenuto, nonostante la direzione sanitaria dell’istituto abbia rilevato, già in data 8 aprile 2020, l’incompatibilità della malattia con la prosecuzione della detenzione. I giudici di Strasburgo, preso atto del contenuto del ricorso che evidenziava tale circostanza nonché, in generale, il proliferare del contagio all’interno del carcere di Torino e la connessa impossibilità di garantire assistenza sanitaria continua a tutti i detenuti, ha dunque sollecitato il governo italiano a riferire in merito alle condizioni attuali del ricorrente e alle misure predisposte dalla direzione del carcere per evitare il rischio di complicazioni della malattia. L’associazione StraLi, in coerenza con la propria attività, auspica che la proposizione del ricorso ed il conseguente intervento della Corte possano chiarire come è stato gestito il rischio sanitario derivante dalla diffusione del Covid-19 all’interno del carcere di Torino e, in secondo luogo, contribuire alla piena tutela della salute delle persone oggi detenute negli istituti di pena italiani.Nel frattempo è giunta una buona notizia per il caso sollevato dagli avvocati Pina Di Credico, referente dell’Osservatorio della Camera Penale di Reggio Emilia, e Roberto Ghini, membro della Camera Penale di Modena e iscritto al Partito Radicale.

Come già riportato da Il Dubbio, sappiamo che dopo un duro braccio di ferro tra gli avvocati e il governo, repliche e controrepliche, dove non sono mancate le risposte incongruenti da parte dello Stato italiano che ha dovuto poi giustificare parlando di errori dovuti dalle interpretazioni letterarie, alla fine la Cedu ha deciso di non intervenire. La buona notizia è che la mancata concessione della detenzione domiciliare si è risolta favorevolmente: il Tribunale di Sorveglianza di Verona, dopo aver fissato udienza con tempi assolutamente da record, tre giorni fa ha ordinato che il detenuto venisse posto in detenzione domiciliare. Ma gli avvocati non sono comunque soddisfatti per l’esito avuto con al Cedu. Per questo con molta probabilità, proseguiranno nel giudizio davanti alla Corte europea al fine di ottenere il riconoscimento del fatto che per il loro assistito vi è stata comunque violazione dell’art. 3 (costringere inutilmente una persona, in un contesto di pericolo di contagio, a rimanere in carcere quando non assolutamente necessario costituisce, per gli avvocati Di Credico e Ghini, un trattamento inumano e degradante) e se vi è stato – nelle repliche del governo – un atteggiamento sanzionabile. La battaglia per i diritti umani, quindi, non finisce qui.

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