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I ristoratori a un passo dal fallimento consegnano le chiavi dei locali ai sindaci

L’emergenza coronavirus ha messo in ginocchio il comparto gastronomico, uno dei più importanti ambasciatori del made in Italy nel mondo, che secondole stime Fipe- Confcommercio ha già perso 34 miliardi di euro dall’inizio della crisi
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Un’insegna accesa in segno di protesta e poi tutti dal sindaco a consegnare le chiavi dei propri ristoranti con una raccomandazione: spedirle al presidente del Consiglio. È questa l’iniziativa che migliaia di ristoratori hanno messo in piedi, grazie al telefono senza fili del web, in tutta Italia. Un flash mob iniziato ieri sera alle 21, con l’illuminazione dei locali, che si concluderà stamattina con la “spedizione” alle case municipali.

L’emergenza coronavirus ha messo in ginocchio il comparto gastronomico, uno dei più importanti ambasciatori del made in Italy nel mondo, che secondole stime Fipe- Confcommercio ha già perso 34 miliardi di euro dall’inizio della crisi ( considerando anche bar, pizzerie e società di catering). A rischiare il fallimento sono circa 50 mila imprese che genereranno a loro volta un esercito di 350 mila disoccupati. Una vera e propria carneficina che ha spinto molti esercenti ad auto organizzarsi per farsi sentire. Tra loro, Giovanni Favia, volto noto più per ragioni politiche ( primo consigliere regionale della storia pentastellata e primo esponente di peso a essere espulso dal Movimento per eresia) che culinarie. Ma dopo la lunga parentesi nelle istituzioni Favia è diventato un imprenditore: prima un ristorante a Bologna, il Va mo là, poi l’espansione, fino a controllare otto attività, due in maniera diretta e cinque date in gestione ai dipendenti. «Quello di oggi è un piccolo gesto di protesta», spiega l’ex pentastellato, «un segnale spontaneo, nato dal basso, visto che il percorso istituzionale non offre i risultati adeguati». Se salta un comparto che occupa milioni di persone salta l’intero paese, è il messaggio che i ristoratori vogliono recapitare al governo centrale. «Siamo l’unico paese in cui alle aziende non è ancora arrivata una lira, non è arrivata neanche la cassa integrazione ai dipendenti», si inalbera Favia, che nei suoi ristoranti impiega una ventina di persone. «Io ho pagato la parte di mia competenza, lo Stato no». Ma perché è potuto accadere tutto questo nonostante i soldi ci fossero? Si domanda dell’ex consigliere regionale. «Per l’inadeguatezza burocratica, che in una fase straordinaria come questa non è stata superata. Hanno sospeso la Costituzione ma non le procedure Inps. Tutti gli altri Stati hanno utilizzato canali straordinari», è la risposta che si dà Favia.

E mentre i dipendenti aspettano i primi di maggio per vedere i soldi della cassa, agli imprenditori il governo offre la data del primo giugno come giorno di riapertura. Nel frattempo molte aziende potrebbero essere già sparite, ma per quelle che restano la situazione potrebbe non essere esattamente esaltante. «Prima hanno deciso di chiudere tutto per contenere il contagio. E va bene, evito di entrare nel merito di certe decisioni», spiega ancora Giovanni Favia. «Ma la riapertura, per come è concepita è delirante. Non puoiprima abbandonarci e poi chiederci di aprire mutilati, con un terzo dei coperti e una gestione sanitaria da ambulatorio, significa condannarci al fallimento». Con un terzo dei tavoli disponibili nel migliore dei casi e l’attenzione sanitaria necessaria per ripartire, le imprese non riuscirebbero nemmeno a coprire i costi del personale. «Anche se licenziassi il 40 per cento dei miei dipendenti, avrei bisogno di un numero minimo di persone per mandare avanti un’attività che non sarei in grado di pagare in queste condizioni».

In queste condizioni la fase 2 rischia di creare più danni della fase 1, anche perché alle difficoltà organizzative e di cassa si aggiunge il problema del periodo previsto per la riapertura, l’estate, che per molte città significa bassa stagione. E intanto le spese mensili si sommano. Affitto dei locali, mutui per le ristrutturazioni, flusso di cassa evaporato col pagamento dei fornitori. Per questo gli imprenditori del settore chiedono al governo misure di sostegno urgenti, che vanno dai prestiti darantiti dallo Stato all’annullamento delle imposte per l’anno in corso e quello prossimo, dalla rottamazione delle cartelle Equitalia all’istituzione di contributo a fondo perduto per sostenere i costi del periodo di lockdown. «Se non vuoi farci schiantare devi darci un paracadute», dice Favia, che invoca il sostegno pubblico per coprire almeno i costi fissi. «Non ci sono solo le utenze o gli affitti. Il commercialista, il consulente del lavoro, i progetti per la sicurezza, la disinfestazione. Sono tutte voci annuali su cui costruire il pareggio di bilancio. Su quelle devono darci una mano subito».

La protesta è servita.

 

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