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«Chi è molto malato deve uscire dal carcere. Anche se è accusato di mafia. Lo dice la nostra Costituzione” »

Brandimarte, ex Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Taranto: "Il differimento di una pena per grave infermità fisica è una misura che riguarda indistintamente tutti i detenuti e risponde all'esigenza di salvaguardare un diritto soggettivo primario tutelato dalla Costituzione, quello alla salute"
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«Il sergente Marco Galli, interpretato da Raf Vallone, nel film del 1949 Riso amaro diceva “Il carcere l’ha inventato qualcuno che non c’era mai stato”». Questo riferimento cinematografico è uno dei passaggi migliori di questa nostra intervista a Massimo Brandimarte, già presidente del Tribunale di Sorveglianza di Taranto. Lo abbiamo contattato per commentare le polemiche nate a seguito della concessione dei domiciliari a Pasquale Zagaria decisa per motivi di salute da parte del Tribunale di Sorveglianza di Sassari.

Cosa pensa di tutte queste polemiche?

È giusto che se ne parli perché la giustizia è amministrata in nome del popolo. Ma se poi il dibattito deve trasformarsi in uno scarica barile non serve a niente. Per giudicare bisogna conoscere i fatti. Ma soprattutto esistono dei principi cardine dell’ordinamento penitenziario: il differimento di una pena per grave infermità fisica è una misura che riguarda indistintamente tutti i detenuti, indipendentemente dal reato commesso, e risponde all’esigenza di salvaguardare un diritto soggettivo primario tutelato dalla Costituzione, quello alla salute. L’altro principio secondo me importante è che tutte le misure alternative al carcere sono dinamiche: oggi posso ritenere che ci sia una situazione tale da dover predisporre i domiciliari, ma se domani la situazione cambia posso tornare indietro sulla mia decisione. Poi c’è il principio dell’autoresponsabilità del magistrato: qualunque magistrato nel momento in cui ha preso una decisione ponderata e vagliata può stare tranquillo senza temere nulla.

A lei è mai capitato di non ricevere risposte dal Dap?

In merito a possibili trasferimenti di detenuti, capitava spesso che il Dap rispondesse in ritardo o non rispondesse proprio. Il Dap è comunque una grande struttura burocratica e credo che il capo del Dipartimento non possa interessarsi di ogni singolo caso. Comunque quando ero in servizio, per i casi urgenti alzavamo il telefono per sentire direttamente i funzionari del Dap. E se non c’era risposta, io mi rivolgevo direttamente al ministro, perché i magistrati di sorveglianza rispondono direttamente a lui.

Il ministro Bonafede sta valutando di coinvolgere la Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo nelle decisioni relative ad istanze di scarcerazione di condannati per reati di mafia.

Credo che sia un modo per cautelarsi a futura memoria. La mia esperienza mi dice che questi organismi investigativi sicuramente possono fornire elementi di valutazione di primissimo ordine. Sarebbero fondamentali. Il fatto è che le informazioni che andrebbero a fornire, essendo di carattere investigativo e non giudiziario, potrebbero avere una forza prevalente rispetto all’elemento che bisogna considerare in questi casi che è quello della salute che è appannaggio del magistrato di sorveglianza. Quindi potrebbe diventare una forzatura che andrebbe ad inficiare la tutela del diritto alla salute, specialmente se il magistrato di sorveglianza che deve decidere non è esageratamente coraggioso.

Quindi potrebbe minare l’indipendenza della magistratura di sorveglianza.

Da un punto di vista legale assolutamente no. Da un punto di vista psicologico il pericolo potrebbe essere una certa pressione che si andrebbe a riflettere nei confronti del Tribunale di Sorveglianza.

Lei che soluzione propone?

Si potrebbe ricomporre il quadro con armonia e tranquillità senza scaraventare colpe nei confronti di qualcun altro. Tutti lavorano al servizio della giustizia. Se c’è stata una valutazione non del tutto perfetta si può ricominciare dall’inizio, si può rivedere la decisione. Mi piacerebbe che tra tutti tornasse la concordia e mi aspetterei che da parte degli organi requirenti, cioè la Procura Generale, si acquisissero degli elementi seri e fondati, che una volta comunicati ai Tribunali di Sorveglianza possano servire per far riesaminare i casi.

In questi giorni Di Matteo, Ardita, Maresca, De Raho hanno rilasciato numerose interviste dicendo che lo Stato è debole, cede al ricatto dei mafiosi. Ne esce una magistratura debole e irrispettosa delle vittime di mafia.

Queste prese di posizione possono avere un effetto boomerang perché si riflettono in negativo sulla indipendenza di tutta la magistratura. Credo che a nessuno convenga avere una magistratura di sorveglianza che sia avvolta dal timore di dover prendere certe decisioni giuste ma che non le prende perché ha paura di assumere provvedimenti impopolari.

Quando si parla di 41 bis, è facile dipingere tutti i detenuti come mostri, come mafiosi sanguinari tralasciando le singole storie processuali e anche i possibili percorsi rieducativi fatti in tanti anni di carcere.

Bisogna parlare con dati alla mano e non come se stessimo al bar dello sport. Parlare in maniera generica agevola le confusioni: ci può essere un boss che non si è mai macchiato di reati di sangue come Pasquale Zagaria. Ogni posizione va valutata singolarmente. E poi come diceva il sergente Marco Galli, interpretato da Raf Vallone, nel film Riso amaro, “Il carcere l’ha inventato qualcuno che non c’era mai stato”.

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