Il Dubbio di oggi

Il Dubbio del lunedì

La reclusione e l’insostenibile “doppia diagnosi”: imbottito di psicofarmaci non mangia da 20 giorni

Il suo difensore, Carolina Schettino spiega: «È il solito “scaricabarile” tra il Sert e il Dipartimento di salute mentale quando siamo in presenza di questo tipo ammalati»
Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

Che il carcere sia ridotto a discarica umana dove rinchiudere persone che la società non riesce a prendere in carico, questo è un dato di fatto. Ancora più grave quando le persone recluse, con complicate problematiche fisiche e psichiche, si riducono a larve umane a causa degli psicofarmaci che alleviano apparentemente il dolore causato dalle patologie fisiche, tanto da apparire secondo le relazioni sanitarie «in discrete condizioni di salute». C’è un caso, emblematico, che reclama giustizia e dove è difficile capire quale sia il senso della pena carceraria.

Ma non solo. A causa di un rimpallo di responsabilità tra Sert e centro di salute mentale, il detenuto che ha tutto il diritto di chiedere i domiciliari per motivi umanitari, rischia di vedersi rigettata l’istanza di scarcerazione per l’ennesima volta.

Parliamo di Antonio Bevilacqua, classe 1976, recluso attualmente nel carcere di Poggioreale. Deve scontare una pena di ben 12 anni di carcere. Questa lunga pena, di primo impatto, farebbe pensare che abbia commesso un gravissimo reato. In realtà la pena è dovuta da un cumulo di piccoli reati (furti, truffa, violazione codice della strada) dovuti dal suo stato di tossicodipendenza e relativi disturbi psichiatrici.

Ultimamente il suo difensore, l’avvocata Carolina Schettino del foro di Avellino, l’ha sentito telefonicamente e appariva sedato di psicotici in maniera devastante. Appariva come un automa, voce impastata, depressa. Viene nuovamente da chiedersi in che cosa consista il senso della pena carceraria per un uomo in queste condizioni. Risulta essere affetto sin dall’infanzia da gravissimi disturbi psichiatrici causati da fattori genetici (figlio di genitore schizofrenico e fratello di detenuto morto suicida a Poggioreale), sociali (ha sempre vissuto in un tessuto sociale e familiare disastrato) e tossicomani, dedito alla droga sin dall’età di 13 anni, nonché da disturbi borderline di personalità. Il carcere non ha nient’altro che aggravato la sua patologia portandolo a numerosi gesti di autolesionismo e tentativi di impiccagione.

La sua condizione psichiatrica risulta ulteriormente compromessa da una quasi totale limitazione della deambulazione dovuta da una frattura della quarta vertebra lombare che lo costringe alla sedia a rotelle e al piantone, nonché da una frattura del polso, oltre che da pregresse patologie al fegato ed epatiche. Un cocktail esplosivo che lo rende, di fatto, incompatibile con l’ambiente carcerario. A tutto ciò si aggiunge che durante questi tre anni di detenzione ha intrapreso più volte lo sciopero della fame. Tuttora non mangia da più di 20 giorni. Ad accertarlo è Pietro Ioia, il garante dei detenuti del comune di Napoli. Qualche giorno fa è andato al carcere di Poggioreale e ha approfittato per avere informazioni direttamente dal direttore. Bevilacqua da 20 giorni ha iniziato lo sciopero della fame e a causa dei suoi problemi psichiatrici è sorvegliato a vista onde evitare che si impicchi. Tutte patologie che però, grazie alla continua sedazione, appaiono “discrete”.

Gli psicofarmaci, di fatto, camuffano la sofferenza. «Bevilacqua è una delle tante vittime dell’assoluta inefficienza dell’apparato giustizia, con la sua lentezza processuale, della dirigenza sanitaria delle carceri campane, prive di ogni protocollo terapeutico per malati psichiatrici, infine, delle insidie burocratiche per la presa in carico da parte delle Asl dei pazienti cosiddetti a “doppia diagnosi”», spiega l’avvocata Schettino a Il Dubbio. «Da un anno e mezzo – sottolinea l’avvocata – chiediamo che il detenuto venga trasferito in un centro specializzato per fronteggiare le sue gravissime condizioni di salute e che possa somministrargli un programma terapeutico e riabilitativo adeguato». Ma ad oggi vienùù`e lasciato vegetare in carcere nonostante non sia accusato di alcun reato ostativo o di forte impatto sociale. Il motivo? «Non vi è il nulla osta da parte del dipartimento di salute mentale alla presa in carico del paziente – spiega l’avvocata Schettino – poiché a “doppia diagnosi”, sebbene, sulla scorta della consulenza psichiatrica di parte, presenti una netta prevalenza della patologia psichiatrica».

Un problema burocratico e di rimpallo di responsabilità che, di fatto, crea una situazione di limbo. «Di fronte a un paziente che presenta sia una diagnosi psichiatrica, sia una diagnosi di dipendenza da sostanze stupefacenti – sottolinea l’avvocata -, sarebbe di fondamentale importanza la reciproca comunicazione tra i servizi ambulatoriali Serd e Uoms e la loro collaborazione nella gestione del caso. Tuttavia nella stragrande maggioranza dei casi questo confronto non avviene, anzi si verifica uno “scaricabarile” del paziente da un servizio all’altro, così da lasciare il detenuto ed i familiari completamente disorientati all’interno di un limbo da cui sembrerebbe impossibile venir fuori».Grazie alla sentenza della Corte costituzionale, le patologie psichiche e quelle fisiche sono equiparate. Teoricamente Bevilacqua ha tutte le carte in regola per usufruire dell’ex art. 47 ter comma 1 ter dell’ordinamento penitenziario. Anche alla luce del Covid 19, l’avvocata Schettino ha fatto ulteriore istanza. Ma tutto rischia di vanificarsi a causa dello scaricabile tra il Sert e Salute Mentale.

Ultime News

Articoli Correlati