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Processo da remoto: «Prendiamo il buono e mettiamolo a sistema»

Una parte dell’avvocatura, gli Ordini per primi, cerca gli strumenti per governare la nuova realtà telematica
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Dubbi sì, ma anche la consapevolezza che il processo in videoconferenza sia un “male” necessario in questa fase di emergenza e possa insegnare qualcosa per il futuro. Accanto al fronte compatto capitanato dall’Unione camere penali italiane, che mette in guardia contro le storture e i rischi del processo da remoto, esiste anche una parte di avvocatura che sta cercando di adattare il proprio lavoro ai nuovi strumenti. I presidi di aiuto ai colleghi, nella maggior parte dei casi, sono gli Ordini territoriali.

Non a caso la situazione è stata riassunta in questi termini dal presidente dell’Ordine degli avvocati di Milano, Vinicio Nardo: «Stiamo vivendo un momento storico impegnativo — ha spiegato qualche giorno fa al Corriere della Sera — che prepotentemente ci impone cambiamenti di abitudini e un nuovo modo di concepire la quotidianità. La rivoluzione digitale si fa strada nell’emergenza. A noi il compito di intercettare il buono che ne deriva e canalizzarlo per crescere professionalmente e isolare le criticità. L’importanza dunque della formazione in questo momento diviene cruciale; ci consentirà di individuare nuove competenze, spunti di riflessione e tracciare nuove strade. Ritengo che il compito dell’avvocato e di un’istituzione come l’Ordine sia di vigilare e indirizzare il futuro con il quale già oggi iniziamo a confrontarci».

Proprio l’Ordine di Milano ha già organizzato corsi di formazione per gli iscritti e sposato la filosofia di provare a governare i processi che l’emergenza sanitaria ha attivato: «Fare l’avvocato da casa è una delle sfide che questa emergenza ci sta proponendo. Decidiamo di considerarla un’opportunità che potrà rendere il nostro lavoro più agile. Anche in futuro», si legge sulla pagina web dell’Ordine.

In molti, soprattutto civilisti, ricordano spesso nei gruppi di confronto sui social – dove oggi, complice il lockdown, è concentrata una parte del dibattito tra professionisti – come la stessa avversione che si percepisce oggi per il processo a distanza montò anche nel 2014, con l’avvio del Processo civile telematico.

Anche all’epoca, dubbi e ritrosie erano stati forti, ma oggi proprio il Pct, oggi ormai realtà consolidata, può diventare una sorta di prototipo (soprattutto per il settore penale) da cui attingere il meglio e imparare dagli errori.

In ambito civilistico, alcuni approfondimenti sul tema sono stati proposti dalla Fiif (Fondazione Italiana per l’innovazione Forense), i cui membri Giovanni Rocchi e Giuseppe Vitriani hanno sottolineato alcune mancanze (la difficoltà nella produzione delle prove e nel deposito degli atti), ma, pur riconoscendo che «L’emergenza probabilmente non consentiva interventi di maggior portata, che peraltro avrebbero anche richiesto oneri formativi non da poco», hanno evidenziato come «si sia comunque segnato un passo in avanti in ottica digitale. La speranza è che il passo successivo possa essere quello di ripensare il processo abbandonando l’idea di trasporre il rito cartaceo sul digitale».

Se l’auspicio di tutti sembra essere un ritorno alla normalità nel minor tempo possibile, dunque, esiste però la sprone ad immaginare come uno strumento emergenziale – se affinato e soprattutto bilanciato con le ragioni del diritto di difesa – possa trasformarsi in prassi virtuosa anche in futuro, per far fare alla giustizia italiana un salto qualitativo in termini di efficienza, nell’interesse dei cittadini.

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