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E’ diabetico, ha avuto un tumore e ora ha il Covid: ma gli negano i domiciliari

Rigettate tutte le istanze per chiedere gli arresti domiciliari. La moglie: "Me lo vogliono far morire"
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È in attesa di giudizio, presenta due noduli proprio dove era stato operato di tumore, soffre di diabete mellito e di altre gravi patologie. Ma, come se non bastasse, ha contratto il coronavirus. Nonostante tutto questo, il giudice ha sentenziato che può rimanere in carcere. Parliamo di M.P., uno dei cinque detenuti attualmente reclusi al carcere di Tolmezzo che hanno avuto esito positivo al tampone. Sono proprio coloro che provengono dal carcere di Bologna dove c’è un focolaio (contagiati diversi detenuti, agenti e personale sanitario) e dove si è verificato il primo decesso di un recluso per Covid- 19. La vicenda personale di questo uomo è tragica e si aggiunge al problema dei trasferimenti da un carcere all’altro con il rischio di veicolare il virus ovunque. Sua moglie, Giusy, è disperata. «Me lo vogliono far morire!», denuncia a Il Dubbio.

Il marito, come detto, ha gravi patologie che di fatto lo rendono incompatibile con l’ambiente carcerario. Eppure le istanze per chiedere gli arresti domiciliari sono state tutte rigettate. Compresa l’ultima, quando l’avvocato difensore, Giuseppe Napoli del foro di Catania, ha scritto nero su bianco che M. P. è risultato positivo al tampone. Come oramai è consolidato dalla comunità scientifica, il virus può essere letale quando colpisce le persone con altre patologie pregresse. Ma è anche vero, se accuditi in un ambiente sano, che si può essere monitorati meglio. Ora l’uomo, con gravi patologie tumorali, condivide la cella con un altro detenuto positivo. «È buttato lì come le bestie – denuncia Giusy, la moglie -, nella sporcizia perché non gli fanno lavare le lenzuola, gli operatori sanitari aprono appena appena la porta per fargli la puntura per la trombosi e via, lasciati lì».

Giusy è disperata, ha paura di perdere suo marito e il pensiero è andato proprio al suo ex compagno della stessa sezione del carcere di Bologna. Parliamo di Vincenzo Sucato che, già fiaccato da altre patologie, è morto in ospedale. Ma non solo. A Giusy è già morto un figlio e il pensiero di perdere suo marito, tratto in arresto per reato associativo e condannato in primo grado a nove anni di carcere, le crea un dolore enorme. «Mio marito è innocente, era capitato in un giro strano proprio per salvare nostro figlio!», ci tiene a sottolineare Giusy. Diverse sono state le istanze, poi prontamente rigettate dal giudice nonostante il parere favorevole del Pm. C’è anche una analogia con il caso Sucato, il detenuto di Bologna morto in ospedale per coronavirus. L’avvocato aveva chiesto il referto medico alla direzione del penitenziario bolognese, ma la richiesta è rimasta inevasa.

Lo ha evidenziato il difensore in una delle istanze urgenti per chiedere i domiciliari. Una risale al 4 aprile scorso, quando il detenuto era stato appena trasferito al carcere di Tolmezzo. «Chiedo – si legge nell’istanza rivolta al Gup di Milano – un sollecito della S.V. affinché la direzione sanitaria del carcere di Bologna provveda a redigere la relazione medica circa le condizioni di salute del detenuto, previa acquisizione della cartella clinica presso la direzione sanitaria del carcere». L’avvocato ha sottolineato che il 19 marzo aveva presentato istanza per i domiciliari e che il Gup , il 23 marzo, ha chiesto “con urgenza” la relazione medica dal carcere di Bologna. Ma «nessuna risposta ad oggi», ha precisato l’avvocato nell’istanza. Il difensore ha sottolineato che il carcere di Tolmezzo, dove nel frattempo il suo assistito è stato trasferito, non aveva ancora ricevuto la cartella clinica dal carcere bolognese. Nel frattempo, sabato scorso il Gip ha risposto all’istanza. A sorpresa -, dopo aver potuto finalmente leggere la cartella clinica del carcere bolognese -, nonostante abbia sottolineato che le patologie del detenuto sarebbero compatibili con il carcere, scrive nero su bianco che c’è «l’elevato rischio di sviluppare complicanze severe e fatali in caso di contagio Covid-19». Ma non accoglie l’istanza. Perché? «Non risulta indicato né il luogo ove M.P. vorrebbe rimanere in stato di arresto, né se presso tale luogo convivano familiari e se questi siano disponibili ad accoglierlo», si legge nell’ordinanza. L’avvocato Napoli prontamente ha mandato una istanza urgente al Gup di Milano, soprattutto dopo aver appreso che il suo assistito ha contratto il Covid-19. Quindi – come il giudice ha sottolineato qualora dovesse contrarlo – in pericolo di vita. «Meraviglia – scrive l’avvocato – il fatto che il giudice non abbia avuto l’amabilità di attenzionare l’istanza primaria del 19.03.2020, nella quale era riportato l’indirizzo presso il quale il detenuto avrebbe scontato gli arresti domiciliari, che, peraltro, è la residenza anagrafica della moglie (che ovviamente sin da subito si era resa disponibile ad accoglierlo) ed esattamente lo stesso luogo dove è stato tratto in arresto per il procedimento de quo». L ’istanza è tutta concentrata per l’immediata scarcerazione visto che l’uomo ha contratto il coronavirus.

Martedì è arrivata la risposta e Giusy, la moglie di M. P., si è vista crollare il mondo addosso. «Il giudice – si legge scritto a penna – rilevato che nessun elemento nuovo o fatto diverso viene addotto in merito alle esigenze cautelari; che la compatibilità delle condizioni di salute col regime carcerario viene estratta dalla relazione sanitaria; valutata la gravità dei fatti commessi; rigetta tutte le istanze di revoca e sostituzione della misura». Nulla da fare. Nonostante le sue gravi patologie e l’esito positivo al Covid-19, l’uomo in attesa di un giudizio definitivo può rimanere in carcere. Il caso è stato sottoposto all’attenzione dell’esponente del Partito Radicale Rita Bernardini che ha promesso che farà di tutto per chiedere un sindacato ispettivo nelle carceri di Bologna e Tolmezzo. Evidenziando la questione dei trasferimenti da un carcere all’altro quando, ai tempi del Covid- 19, dovrebbero essere limitatissimi.

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