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Testare il vaccino in Africa? Quando i miserabili sono cavie da laboratorio

In Francia hanno creato scandalo e polemiche le parole di due noti medici che in diretta tv hanno proposto questa soluzione per accelerare la lotta al Covid- 19
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La scorsa settimana, quando anche i francesi si sono accorti che il Covid- 19 non si ferma alle frontiere nazionali e la malattia ha iniziato a mietere centinaia di vittime anche oltre le Alpi, Jean- Paul Mira, direttore del reparto di terapia intensiva dell’ospedale Cochin ha lanciato una proposta choc: «Perché non testiamo il vaccino in Africa dove in ogni caso non ci sono mascherine e strutture sanitarie adeguate?».

Parole che hanno fatto sobbalzare dalla sedia milioni di persone visto Mira ha parlato sugli schermi di Lci, la rete di informazione televisiva più seguita in Francia.

Per corroborare la sua idea Mira ha citato candidamente i precedenti: «Abbiamo fatto la stessa cosa per alcuni studi sull’AIDS, e d’altra parte anche tra le prostitute, che, come si sa, sono molto esposte e non si proteggono».

Ancora più sconcertante la risposta in studio di Camille Locht, direttore di ricerca al celebre Istituto Pasteur che gli dà man forte: «Lei ha ragione e infatti stiamo già pensando a degli studi da realizzare proprio in Africa».

I centralini e gli indirizzi di posta elettronica di Lci sono stati comprensibilmente inondati di proteste, sui social sono spuntate petizioni con centinaia di migliaia di firme per pretendere le scuse immediate dei vertici della rete i quali hanno replicato in modo goffo e parziale.

Il dialogo raggelante dei due luminari francesi scandalizza noi gentili ma sorprende solo gli ingenui.

Lo sfruttamento inumano delle popolazioni del Terzo mondo, in questo caso dei loro stessi corpi trasformati in cavie da laboratorio, è una pratica che viene da lontano, nata nell’era coloniale e mai del tutto abbandonata dall’Occidente. Nell’esperienza francese esiste una sterminata letteratura e una consolidata tradizione storica e intellettuale.

In fondo anche un periodo radioso come l’Illuminismo teorizzava una gerarchia precisa delle razze ( Voltaire era un noto antisemita) in cui i neri, naturalmente, occupavano l’ultimo gradino della scala, concetti poi formalizzati da Arthur de Gobineau, padre del razzismo moderno e autore dell’Essai sur l’inégalité des races, il cui materialismo biologico ha ispirato l’ideologia del Terzo Reich.

Nel migliore dei casi quei popoli colonizzati e vinti erano “selvaggi” da istruire e assimilare, un approccio “zoologico” cristallizzato nelle stampe e nelle illustrazioni d’epoca in cui il negro veniva raffigurato come una specie di scimmia indolente, fenomeno da baraccone sub- umano, da far esibire assieme ai gorilla e alle giraffe. Nella buona coscienza occidentale c’è un’intenzione “filantropica” nel civilizzare il selvaggio che serve da cauzione permanente per giustificare le atrocità commesse.

In questo campo la medicina coloniale è emblematica, il materiale di cui dispone sono veri e propri corpi di riserva, poco più che ratti e molto più utili di questi ultimi perché, in fondo anche i razzisti lo sanno, per la biologia apparteniamo tutti alla stessa specie.

Lo storico americano Deirdre Cooper Owens nel suo Medical Bondage fa luce sui raccapriccianti esperimenti dell’irlandese James Marion Sims uno dei fondatori della ginecologia moderna, compiuti sugli schiavi africani. Pagine insostenibili di bassa macelleria in cui si racconta di operazioni chirurgiche senza anestesia con strumenti sperimentali, di urla e sofferenze atroci, di trattamenti estremi contro le malattie che spesso portavano alla morte dei malcapitati.

All’inizio degli anni 30 il direttore dell’Istituto Pasteur Émile Roux aveva preparato un vaccino contro il virus della Febbre gialla ma aveva timore di effetti collaterali e quindi esitava a sperimentarlo sulla popolazione. Ci pensò un suo collega virologo Charles Nicolle a trovare la soluzione: «Lo proviamo sui tunisini, lì ilo materiale umano non manca». Se in quel caso i medici furono fortunati, vent’anni dopo le cose andarono molto peggio. Nel 1954 le autorità coloniali francesi decidono di provare un vaccino contro la Malattia del sonno( la Tripanosomiasi Africana) a Gribi, un villaggio del Camerun. Gli effetti sono devastanti: nei giorni che seguono il tentativo di vaccinazione muoiono quasi mille persone, e lo fanno tra atroci tormenti, vittime di cancrene e necrosi folgoranti che si sviluppano a partire dall’area della puntura non dando alcuno scampo ai malati. La vicenda è raccontata con crudezza e profondità dallo storico Guillaume Lachenal, in Le médicament qui devait sauver l’Afrique: Un scandale pharmaceutique aux colonies, il lavoro più completo sulla vergogna di Gribi.

Anche se le colonie non esistono più, le vecchie potenze ma soprattutto le multinazionali non esitano a proseguire la tradizione. Nel 1996 la Pfizer sperimenta a Kano in Nigeria la Tovrafloxacina, una molecola creata nei suoi laboratori per contrastare la meningite. Il risultato è funesto e porta alla morte di undici bambini. Stesso copione ma con esiti meno drammatici per i test clinici del Tenofivir, un farmaco antivirale che tiene a bada la progressione del Hiv, somministrato a diverse migliaia di persone in diversi Stati africani. Se in quel caso non ci sono stati decessi, il ministero della Salute nigeriano è riuscito a fermare i test perché i protocolli non erano stati autorizzati.

Basta un rapido sguardo a questa storia lugubre e rimossa per non restare stupiti dalle parole dei due medici francesi e dalla loro idea di provare i vaccini contro il Sars- Cov2 sui selvaggi africani. Anche perché in molti a pensarla come loro, persino tra la comunità scientifica.

 

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