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Le aziende del Nord in pressing per la “Fase 2”. E qualcuno ha già riaperto

Pressing degli insdutriali sui governatori "padani" per ripartire con le attività. Ma Roma resiste
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Si contano a migliaia, anzi a decine di migliaia, le aziende del nord che nel week- end hanno deciso di riaprire senza aspettare fasi 2 di sorta. Spronate dall’ impellenza, dal miglioramento della sinistra curva dei contagi e dei decessi, dalla spinta fortissima che forza la mano del governo per accelerare “la ripartenza”, hanno convocato gli operai, chiesto ai prefetti di poter riaprire, quasi sempre praticando l’obiettivo, subissato le prefetture di autocertificazioni. Proprio ai prefetti spetta l’onere di di verificare quali aziende rientrano nelle categorie ( peraltro vaghe) “essenziali e queli rispettano le norme di sicurezza. Ma va da sé che di fronte a una carica di questo tipo i prefetti possono fare dovendosi per forza limitare, con le forze a disposizione, a una verifica “a campione”.

E’ evidente l’intenzione di esercitare una pressione non solo in termini di opinione sul governo. L’obiettivo è ottenere che chiuda un occhio su quella riapertura parziale immediata che Confindustria aveva chiesto invano e soprattutto fare del 14 aprile il punto di partenza di un percorso di riapertura accelerato. Il problema è che la “Fase 2” promette di essere meno tragica di quella in corso, ma se possibile di ancor più difficile gestione e al momento di idee chiare in proposito non ce ne è nemmeno uno. Il riflesso più eloquente di questo stato confusionario è lo scontro sulle mascherine che ha toccato il piccola settimana scorsa, quando la Lombardia ha deciso l’ordinanza che rende la copertura di naso e bocca obbligatoria e il capo della Protezione civile Borrelli, serafico, ha replicato con un difficilmente concepibile «Io la mascherina non la metto». Ma quello è stato solo il momento di massima e più incresciosa visibilità di uno scontro che era cominciato ben prima ed è lungi dal concludersi.

A prima vista la replica di Borrelli poteva sembrare stizzita e persino infantile. In realtà, probabilmente, la faccenda è ben più seria. Borrelli insiste sulla priorità del distanziamento sociale, ed evidentemente teme che l’enfasi sulle mascherine attenui la portata, anche in termini piscologici, della prescrizione. Il rischio, insomma, è che in noma delle esigenze economiche, e facendo leva sulla stanchezza dei cittadini in quarantena, passi di fatto una parola d’ordine del tipo: «Tutto può riprendere come prima, purché ci si coprano naso e bocca».

Mantenere il distanziamento sociale nella “Fase 2” sarà in effetti difficilissimo. Già la ripartenza lenta somiglia a un miraggio. L’idea è partire solo con alcune aziende, quelle in sé non essenziali ma fondamentali per quelle invece di conclamata essenzialità. E’ uno scaglionamento che reggerà poco: prima di tutto perché la pressione delle aziende costrette a restare chiuse diventerà irresistibile e in secondo luogo perché l’eventualità di una ripresa degli scioperi in quelle che verranno riaperte è altissima. Di fatto il percorso dovrà essere veloce.

Ma una riapertura generale delle aziende e degli uffici implica per forza l’affollamento sui mezzi pubblici, sui quali mantenere il metro di distanza si rivelerà impossibile. La riapertura delle aziende, inoltre, spingerà i negozianti a chiedere a loro volta di riprendere le attività e anche questo renderà il distanziamento una chimera o quasi.

C’è poi un aspetto piscologico, già comprovato, del quale non si può non tenere conto. Inevitabilmente la riapertura suonerà come la campanella della ricreazione per chi dovrebbe restare in quarantena. Il solo annuncio, poi rimangiato, dell’ “ora d’aria” per i minori è bastato per riempire di nuovo le strade. Non ci vuole molto per prevedere quale sarebbe la reazione a una riapertura generalizzata, pur se progressiva.

Proprio per fronteggiare una fase che sarà di difficilissima gestione il segretario del Pd Zingaretti ha proposto una cabina di regia ad hoc. E’ un’idea che potrebbe rivelarsi ottima come pessima. Nella “cabina” dovrebbero infatti trovare posto: esponenti del governo, dei partiti di maggioranza e d’opposizione, governatori e probabilmente sindaci dei comuni principali, medici, ricercatori, responsabili della forze dell’ordine. Più che una tolda di comando, una ciurma: di quelle solitamente poco coese e niente disciplinate.

Questo mucchio, si spera non troppo selvaggio, dovrà decidere se scaglionare le uscite per fasce d’età, oppure per aree geografiche, quadrare il cerchio coniugando uscite e mantenimento almeno di un certo distanziamento. Ma soprattutto dovrà prepararsi a fronteggiare, stavolta sul nascere e sul territorio invece che negli ospedali, il previsto accendersi di nuovi focolai. Non sarà un’impresa facile.

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