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Albamonte: «Aspettare i braccialetti? Non c’è tempo da perdere. Ora subito i domiciliari»

Albamonte: «La comunicazione di alcuni magistrati è scriteriata»
L'ex capo dell'Anm: «Si rischia un disastro sanitario. Pensare che si possa “buttare la chiave” è un’idea metastorica e pre costituzionale»
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«Non è il momento di fare campagna elettorale sui detenuti». Il pm Eugenio Albamonte, segretario di Area Democratica per la Giustizia ed ex presidente dell’Anm, chiede alla politica uno sforzo di responsabilità per affrontare l’emergenza Covid nelle carceri.

L’accesso semplificato alle misure alternative, previsto dal Cura Italia, rischia di trasformarsi in una chimera a causa della scarsa disponibilità di braccialetti elettronici. C’è una soluzione?

Sono convinto che siamo ancora in tempo per consentire l’accesso alla detenzione domiciliare a prescindere dal braccialetto elettronico. Ciò può avvenire in due modi: o eliminando proprio la previsione del braccialetto elettronico dal decreto o rimettendo la valutazione al giudice di sorveglianza, anche se questa soluzione comporterebbe un inevitabile prolungamento dei tempi. Quindi delle due ipotesi è preferibile la prima.

Manterrebbe i presupposti esistenti per accedere alla misura alternativa, cioè un residuo di pena non superiore ai 18 mesi, o allargherebbe la platea dei possibili beneficiari?

Secondo me si può certamente ampliare la platea fino a comprendere chi deve scontare un residuo di pena fino a due anni. Anche perché stiamo vivendo una fase così particolare della storia del nostro Paese in cui c’è poco da temere rischi derivanti da un’eventuale ammissione ai domiciliari: non c’è mai stato un controllo del territorio così efficace, sia per la forte mobilitazione delle forze dell’ordine, sia per le pochissime persone in giro. In più sappiamo benissimo che di norma l’immissione a un beneficio ha una portata positiva, che incentiva al rispetto delle prescrizioni, su chi ne usufruisce. Non c’è nessun azzardo o pericolo per la sicurezza pubblica.

Ma perché è necessario far respirare un po’ le carceri in questo momento?

C’è un documento adottato in queste ore dalla Procura generale della Cassazione in cui si afferma autorevolmente che se in questa fase l’unica misura sanitaria che possiamo adottare è il distanziamento sociale, bisogna fare in modo di ottenere questo distanziamenti anche negli istituti penitenziari. Abbiamo circa 11mila persone in più rispetto alla capienza delle nostre strutture, il che significa che in carcere non c’è lo spazio sufficiente per adottare queste misure.

Estendendo i benefici a chi deve scontare ancora due anni di pena si arriva quasi a eliminare il sovraffollamento?

In base ai calcoli che mi vengono riferiti sembrerebbe di sì.

Eppure, secondo alcuni suoi autorevoli colleghi, come il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, i detenuti sarebbero più al sicuro in carcere che fuori. A chi bisogna credere?

Non sono affatto d’accordo che all’interno del carcere si sia più sicuri che all’esterno. Secondo le analisi degli immunologi, negli ambienti chiusi il contagio si diffonde più lentamente ma si diffonde. Il carcere non è un ambiente a tenuta stagna, è un luogo in cui ogni giorno entrano ed escono operatori sanitari, personale penitenziario, religiosi, detenuti che hanno scontato la pena. E cosa accadrebbe se si verificassero in un istituto focolai come quelli esplosi in alcuni paesi italiani? Prevenire è meglio che intervenire dopo. E forse siamo ancora in tempo a evitare disastri.

Intanto un detenuto è morto per Covid e la quantità di tamponi disponibili è tutt’altro che certa. Chi vive in carcere è considerato un cittadino sacrificabile?

Anche chi è attaccato a una visione del diritto metastorica e pre costituzionale deve comprendere che ciò che accade dentro un istituto di pena è destinato a ripercuotersi molto velocemente anche sulla comunità esterna. Anche una parte della politica è condizionata dall’idea un po’ populista del “buttiamo la chiave”, convinta che il carcere sia un non luogo in cui è possibile sospendere il diritto. C’è molta ideologia nel ritardo con cui l’amministrazione e il governo stanno affrontando il tema. E c’è anche molta propaganda.

Oltre ai ritardi del governo, però, sul carcere sono soprattutto le opposizioni a erigere barricate…

Proprio nel momento in cui si dice che le istituzioni devono marciare compatte e che anche le opposizioni devono farsi carico della loro parte di responsabilità nella gestione dell’emergenza, mi sembra solo un’operazione di speculazione politica quella di far leva su un certo tipo di sensibilità dell’opinione pubblica a scopo elettorale. Non è questo il momento.

Paesi non certo liberali come l’Iran hanno scarcerato più di 85 mila persone per evitare una strage nelle prigioni. Perché in Italia parlare di misure alternative anche in tempo di emergenza è un tabù?

Io ricordo che prima delle ultime elezioni politiche era pronta una riforma del diritto penitenziario che tutti attendevano da tempo ma l’allora governo di centrosinistra decise di non farla andare in porto perché temeva effetti sul consenso. Questo significa che tanti anni di campagne demagogiche sul carcere hanno prodotto i loro effetti. Lo stesso ministro della Giustizia è molto meno libero nel prendere i provvedimenti che dovrebbe assumere anche in virtù del fatto che il suo partito ha partecipato attivamente a questa campagna di orientamento, o disorientamento, dell’opinione pubblica rispetto al carcere.

Cosa consiglierebbe di fare al ministro Bonafede per tutelare i detenuti?

Smettiamo di parlare di braccialetti e possibilmente eleviamo la detenzione domiciliare ai due anni. E per poter prevenire eventuali focolai avviamo una campagna massiva per eseguire tamponi all’interno delle strutture carcerarie. Se non sappiamo quanto è diffusa la malattia negli istituti non possiamo fare alcuna attività di prevenzione.

Oltre al tempo di pena residuo e al tipo di reato, si potrebbe pensare di tutelare i soggetti più vulnerabili, per esempio gli ultrasessantenni?

Si possono trovare dei parametri per combinare la maggiore o minore pericolosità sociale dei detenuti con la maggiore o minore esposizione al pericolo per quelle stesse persone. Ma è chiaro che se non conosciamo la situazione sanitaria all’interno del carcere non possiamo fare nessun ragionamento.

Anche i detenuti per reati gravi hanno diritto a una tutela. Come si può realizzare?

Liberando gli spazi all’interno del carcere. Solo così si tutelano anche le persone che si sono macchiate dei reati più gravi e non possono uscire per un più elevato rischio di pericolosità sociale.

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