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Figli dei condannati lasciati senza buoni pasto. Anche le toghe si indignano

I magistrati Area: «Difendere la società dalla criminalità non può tradursi in un'ingiusta compressione dei diritti fondamentali»
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«Ragionare nei termini prospettati dalla Commissione straordinaria del Comune di Africo è sbagliato e pericoloso». A parlare è la sezione di Reggio Calabria di Area Democratica per la Giustizia, che stigmatizza il comportamento dei commissari del piccolo Comune calabrese, decisi a escludere dalla lista dei beneficiari dei buoni pasto concessi per via dell’emergenza Coronavirus coloro nel cui nucleo familiare siano presenti soggetti condannati o indagati per associazione mafiosa o per altri reati aggravati dell’agevolazione mafiosa. Una decisione che la triade – insediatasi dopo lo scioglimento dell’amministrazione comunale a dicembre 2019 – ha comunicato ai cittadini lo scorso 31 marzo, attraverso un avviso affisso all’albo pretorio contenente i criteri per la concessione dei buoni.

Il Comune, spiega l’annuncio, è destinatario di una somma di poco superiore ai 25mila euro per poco meno di tremila abitanti, le cui richieste verranno smistate in base al reddito e alla composizione del nucleo familiare. La selezione operata dalla Commissione ha scatenato le proteste di cittadini e avvocati della zona, portando i magistrati di Area Democratica a criticare la scelta dei tre funzionari prefettizi.

«Non si esplicita nell’avviso se gli eventuali precedenti o le pendenze per reati di criminalità organizzata costituiscano una pregiudiziale causa di esclusione dai benefici (anche per il mero familiare convivente del reo o dell’indagato ancora sub judice) ovvero elementi acquisiti in via preliminare dall’amministrazione, in vista di accertamenti patrimoniali più approfonditi da eseguirsi in un momento successivo», scrivono le toghe. Secondo cui il ragionamento della Commissione è «sbagliato e pericoloso». Sbagliato in quanto «il contributo economico previsto dal Governo è esclusivamente di carattere solidale, ha cioè la sola finalità di far fronte alla mancanza di mezzi di sostentamento venutasi a determinare nelle famiglie italiane a causa e in conseguenza della crisi economica provocata dall’emergenza sanitaria in atto, a prescindere dal fatto che a richiederlo sia un cittadino virtuoso ovvero chi abbia commesso il delitto di cui all’art. 416 bis o altro reato aggravato ex art. 7 dl. 152/91». Ed è pericolo in quanto «si pretende di applicare, in assenza della previsione generale di cause ostative e, dunque, in chiave sanzionatoria (nei confronti di chi non possa fornire l’attestazione negativa richiesta, riferita – addirittura – anche solo a pendenze giudiziarie di congiunti), meccanismi presuntivi che operano su piani e in contesti normativi affatto diversi, nei quali sono stati introdotti dal legislatore regimi speciali finalizzati a contrastare sempre più efficacemente l’emergenza mafiosa».

Difendere la società dalla criminalità, senza tentennamenti né esitazioni, non può tradursi, secondo i magistrati reggini, «in un’ingiusta compressione dei diritti fondamentali».«Lo ‘ndranghetista non è una vittima del sistema, è semmai il responsabile dei guasti del sistema e l’autore della più grave violazione del patto sociale: lo è tanto più se, a dispetto della stantia e falsa rappresentazione secondo cui egli aiuterebbe il popolo creando lavoro e opportunità, agisce come un parassita, come un virus che depreda le risorse pubbliche e affama (lui sì, da sempre) i cittadini», si legge nella nota. Ma la priorità, ora, «è sostenere senza indugio chi dichiara di non avere i mezzi per sopravvivere, riservando a controlli successivi – da eseguirsi, su un piano di parità, su tutto il territorio nazionale, sulla base non di mere evidenze formali, ma di elementi concreti ed effettivi acquisiti attraverso riscontri di tipo sostanziale – la verifica di eventuali situazioni di abuso fondate sulla falsità della dichiarazione resa».

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