L’Onu chiede di tutelare i detenuti. E anche l’Italia deve fare la sua parte

L’intervento dell’alto commissario per I diritti dell’uomo Michelle Bachelet che invita gli stati ad applicare le misure alternative alla reclusione

L’Alto commissario ONU per i diritti dell’uomo Michelle Bachelet ha chiesto agli stati di adottare misure urgenti per tutelare la salute e la sicurezza dei detenuti nel quadro delle misure necessarie per contenere il diffondersi della pandemia da coronavirus ( Covid- 19). Il commissario Onu fa riferimento alla circostanza che molte carceri, così come centri per rimpatrio dei migranti e hotspot, registrano casi di positività al coronavirus e che, in molti stati, le strutture penitenziarie sono sovraffollate, tanto da non rendere possibile il rispetto della distanza minima tra le persone, prescritta dalle autorità sanitarie. Tutto ciò, unitamente alla carenza di servizi igienici, aumenta i rischi per i detenuti e gli operatori penitenziari. Da qui l’appello ai Governi ed alle Autorità competenti a porre in essere tutte le azioni necessarie per decongestionare le carceri ed a prendere tutte le misure necessarie nel rispetto dei diritti dell’Uomo. Il documento dell’ONU riguarda tutti quei Paesi che, come l’Italia, ha un irrisolto, grave problema di surplus della popolazione carceraria rispetto alla capienza regolamentare. Non sono bastate due condanne da parte della Corte europea dei diritti dell’Uomo nel 2009 e, poi, nel 2013 per porre rimedio seriamente al problema. La situazione è ben nota, basti pensare che, secondo i dati forniti dal Ministero della Giustizia, al 29 febbraio 2020 la presenza dei detenuti negli istituti penitenziari italiani aveva raggiunto la soglia di 61.230 a fronte di una capienza regolamentare pari a 50.931. Pure il Comitato del Consiglio d’Europa per la prevenzione della tortura e dei trattamenti inumani o degradanti ha adottato una “Dichiarazione di principi” richiamando l’attenzione sulla particolare e drammatica situazione nelle carceri, esortando gli Stati membri a compiere tutti gli sforzi per “ricorrere ad alternative alla privazione della libertà … in particolare in situazioni di sovraffollamento”. Inoltre ha sancito che “le autorità dovrebbero fare maggior ricorso a misure meno afflittive della custodia cautelare, alla commutazione della pena, al rilascio anticipato” con particolare riferimento ai luoghi dove a causa del sovraffollamento e del superamento della capacità massima non sia possibile rispettare il distanziamento sociale prescritto, in generale, per tutta la popolazione. Si moltiplicano le prese di posizione e gli appelli: dopo quelli dell’Avvocatura e di settori della Magistratura associata, hanno sottolineato la necessità di adottare ulteriori misure per limitare i contagi il Consiglio Superiore della Magistratura, il mondo accademico, il Presidente della Repubblica, ed il Papa.

Le misure adottate dal nostro governo in tema di sovraffollamento, tra le quali, principalmente, la concessione degli arresti domiciliari, da valutare caso per caso dal Magistrato di Sorveglianza, di coloro che debbono scontare fino a 18 mesi, anche se residuo di maggior pena, subordinata ad una serie di condizioni, tra le quali, per coloro che devono scontare più di 6 mesi, la disponibilità dei braccialetti elettronici, appaiono del tutto insufficienti. I braccialetti elettronici disponibili sono pochi e non sembra che la situazione possa mutare nell’immediato. Urgono, pertanto, soluzioni più incidenti, come richiesto a gran voce dall’Avvocatura, al fine di tutelare la salute non solo dei detenuti ma anche di tutti gli operatori penitenziari, tra le quali, come sottolineato dall’Unione Camere penali italiane, la detenzione domiciliare, indipendentemente dalla disponibilità del braccialetto elettronico, per residui di pena inferiori a 2 anni e la sospensione, fino al 30 giugno, della emissione degli ordini di carcerazione di pene fino a 4 anni divenute definitive.

In altri Paesi, alcuni dei quali violano i diritti umani, sono stati preannunciati provvedimenti di amnistia, come ad esempio in Turchia. Numerose associazioni hanno lanciato un appello affinchè, contrariamente a quanto previsto, il provvedimento si applichi anche ai numerosi avvocati ( oltre 600 attualmente), giornalisti, magistrati, professori universitari, arbitrariamente arrestati o condannati a pesanti pene detentive. In tal senso anche l’Osservatorio Internazionale degli Avvocati in pericolo ( OIAD) ha richiesto la scarcerazione degli avvocati detenuti, sottolineando come occorra impedire la propagazione del virus nelle 375 carceri turche all’interno delle quali sono recluse circa 280 mila persone. L’OIAD sottolinea in particolare la presenza all’interno delle prigioni turche di donne incinte, e di ben 743 bambini ( dei quali 534 d a 0- 3 anni e 200 da 4- 6 anni). Inoltre la perdurante presenza in una unica camerata di 20- 30 persone. L’emergenza ha attraversato anche l’Atlantico e si apprende che anche negli USA è stato sospeso il diritto di visita ai detenuti per 30 giorni.

* Componente commissione rapporti internazionali e Paesi del Mediterraneo del C. N. F.

 

 

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