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Mentre gli egoismi nazionali trionfano iperliberismo e mercati sono alle corde

Avvertiamo i limiti delle ricette tradizionali che hanno formato le nazioni nel corso dei secoli
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Ci si interroga su come sarà il mondo dopo il Coronavirus. Le scuole di pensiero, al momento, si dividono almeno in due grandi filoni. Ci sono quelli, non tanti, in verità, che pensano che tutto tornerà come prima. Nei comportamenti individuali, come in quelli collettivi. Nella geopolitica e nella geoeconomia. All’opposto, la platea di coloro che affermano che “niente sarà più come prima” si allarga ogni giorno.

Anzi, più la pandemia si diffonde, più aumentano i contagi e si contano i morti, più crescono le probabilità di una palingenesi terrestre dai contenuti ancora tutti da definire.

Ora, appare evidente che abbiamo a che fare con un mostro sconosciuto e invisibile, che ha infettato la nostra vita e stravolto i ritmi quotidiani di una parte consistente di umanità, costringendo in quarantena circa un miliardo e mezzo di persone. Così come è di piena evidenza che, nei termini in cui si cerca di arginare il Covid- 19, si è imposta, dopo iniziali tentennamenti, una omogeneità di azioni restrittive e cautelative, sia nei regimi autoritari e dittatoriali sia nei sistemi democratici. Cambiano i metodi, ma la sostanza è la stessa. Tutti chiusi fra le mura domestiche, sperando che il virus si depotenzi e rallenti la sua corsa.

Nell’attesa messianica di un vaccino che ci liberi dal Male, qualcosa, in effetti sta già cambiando. Forse, non ne abbiamo ancora piena coscienza e non riusciamo a percepirne gli effetti. Non ci riferiamo alla psiche delle persone, al loro modo di comportarsi, una volta tornate alla normalità e superata la paura. Né ai modelli e agli stili di vita in comune che si assumeranno negli anni avvenire. Questa è materia di psicologi, sociologi, antropologi. Qui ci interessa sondare alcuni elementi che si muovono nell’ombra. Ma che, statene certi, di qui a non molto, apriranno spazi smisurati di confronto e di riflessione, fino a mettere in discussione paradigmi, categorie e sistemi ( non solo di governo), mandando a ramengo antichi capisaldi giuridici ed economici su cui abbiamo fissato “incrollabili” certezze e solidi ideali.

Amin Maalouf, acuto saggista e romanziere libanese, in un bellissimo libro di poco tempo fa, aveva spiegato come siamo giunti alle soglie di un naufragio globale. Che riguarda tutte le civiltà. La causa l’aveva riassunta nella Frammentazione: “La paura più grande è quella di vedere gli elementi che frammentano la società umana prevalere su quelli che la uniscono”. Difficile dargli torto. Viviamo il paradosso sconcertante di un mondo che non smette di fare progressi, nelle innovazioni tecnologiche e nello sviluppo economico, ma che in altri ambiti essenziali, soprattutto per quel che riguarda i rapporti tra le diverse comunità umane, langue e sembra perfino regredire.

Il Coronavirus non ha forse amplificato egoismi nazionali e messo in luce solidarietà farlocche tra Nord e Sud dell’Europa, e persino nel cuore stesso di un continente apparso disunito e recalcitrante anche nel fornire aiuti umanitari al nostro Paese? Cos’è la perdita di senso civico se non la denigrazione del ruolo regolatore dello Stato e il decadimento di valore di ogni autorità costituita? Non stiamo forse saggiando sulla nostra pelle la diminuzione costante dei fattori di coesione, nel mentre combattiamo la più dura lotta per la vita che il destino ci abbia inferto dalla fine della guerra? Ciò è tanto più evidente quanto più sono in gioco gli interessi dei singoli Stati e delle diverse nazioni.

Avvertiamo i limiti delle ricette tradizionali che hanno formato le nazioni nel corso dei secoli. Allo stesso tempo appaiono messi all’angolo, privi ormai di forza vitale, gli stessi organi internazionali chiamati a scandire una linea retta in grado di convogliare le popolazioni della Terra verso un comune destino. E se, fino all’altro ieri, erano i mercati, lasciati alla “mano invisibile” di Adam Smith, i luoghi nei quali affogare ogni ansia di consumo e di edonismo, ora anche sui lidi iperliberisti affiora l’idea che sia lo Stato a riprendere in mano le leve dell’economia, e a mettere vincoli contro il dumping sociale e la corsa alle speculazioni, alimentate da una globalizzazione non governata. Le ombre prendono forma. La pandemia ci chiama a riequilibrare i rapporti tra lo Stato e i mercati. Mentre l’Europa, se non vorrà scomparire del tutto dopo essere finita ai margini, schiacciata dal nuovo tripolarismo di Usa, Cina e Russia, dovrà ripensare se stessa. E diventare quel che non è mai stata.

 

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