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“Roma era una bomba virale, per ora l’abbiamo fermata”

"L'Organizzazione mondiale della sanità dice che le mascherine non servono? Diceva anche che la trasmissione da asintomatici non è rilevante"
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30 marzo

Carlo Signorelli, professore di Igiene
“Roma era una bomba virale. Per ora l’abbiamo disinnescata”

“Penso che Roma abbia beneficiato più della Lombardia del lockdown nazionale imposto dal Governo. Non siamo ancora certi, ma è stata la misura che ha consentito alla Capitale di non avere un picco epidemico, con tutte le conseguenze a livello di ricoveri ospedalieri. Era una bomba, siamo riusciti per ora a fermarla”. A dirlo all’Adnkronos Salute è Carlo Signorelli, ordinario di Igiene dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. “Lo scorso 9 di marzo – ricorda – è stato dichiarato un lockdown nazionale, che si pensava in un primo momento di attuare solamente al Nord. Si è fatta la scelta difficile di estendere la misura e col senno di poi, da commentatore scientifico, dico che quel provvedimento a distanza di 3 settimane è stato preso nei tempi giusti, e ha consentito di contenere i contagi nelle regioni senza focolai. Ecco, quel provvedimento è riuscito a contenere le infezioni in queste zone. Roma è stata fra le città che hanno beneficiato maggiormente della chiusura totale. Poi la mancanza di urgenza estrema ha consentito di condurre un’azione di preparazione sul territorio e di gestire gli infetti più in una logica di gestione a casa”.
“L’Organizzazione mondiale della sanità dice che le mascherine non servono? Diceva anche che la trasmissione da asintomatici non è rilevante e che questa non era una pandemia. In tempi di ‘pace’ la mascherina nei sani non serve, in tempo di ‘guerra’ può davvero avere un senso. E non si arreca danno a nessuno indossandola”continua Signorelli.

 

29 marzo

Roberto Burioni, Virologo
La speranza del farmaco antimalarico

Nuove speranze contro il coronavirus potrebbero venire da un vecchio farmaco. Al laboratorio di virologia del San Raffaele di Milano sono stati condotti test in laboratorio su Plaquenil, farmaco in uso da quasi 70 anni contro la malaria. E i test hanno dato risultati oggettivamente incoraggianti. Lo ha annunciato sul suo sito Medical Facts il virologo Roberto Burioni.

Nel 2005, ricorda Burioni, “alcuni ricercatori statunitensi si sono accorti” che l’antimalarico “aveva in laboratorio una forte attivita’ antivirale contro il coronavirus responsabile della SARS, sparito nel 2004. Siccome l’attivita’ antivirale era diretta contro un virus non piu’ esistente la notizia era passata inosservata. Naturalmente quando e’ saltato fuori questo nuovo virus, cugino di quello della SARS, molti hanno pensato di utilizzare il Plaquenil per curare questa infezione. L’efficacia di questa terapia non e’ ancora chiara e non sono neanche chiari i meccanismi attraverso i quali il Plaquenil infastidisce la replicazione virale. Siccome fare gli esperimenti sulle persone e’ sicuramente piu’ complicato, molti ricercatori hanno pensato di studiare l’effetto del Plaquenil sul nuovo coronavirus in laboratorio, tra questi noi. Per studiare un virus in laboratorio bisogna prenderlo e metterlo a contatto con cellule nelle quali si possa replicare: in generale l’effetto e’ la loro completa distruzione. Dunque: abbiamo preso il coronavirus e l’abbiamo messo a replicare, aggiungendo una quantita’ di Plaquenil abbondantemente raggiungibile nel polmone dopo la somministrazione del farmaco”.

“Pero’ – aggiunge Burioni – abbiamo esplorato non una, ma tre possibilita’. Nella prima abbiamo aggiunto il Plaquenil dopo l’infezione delle cellule con il virus, simulando la situazione in cui si troverebbe un paziente se il farmaco gli venisse somministrato al momento della diagnosi, quando e’ gia’ infettato. Poi abbiamo provato ad aggiungerlo solo prima dell’infezione delle cellule, simulando l’uso del Plaquenil in profilassi. E poi abbiamo fatto anche un terzo tentativo: l’abbiamo aggiunto sia prima che dopo l’infezione delle cellule, simulando una somministrazione continuativa del farmaco”. I risultati sono stati che l’esito nettamente migliore per le cellule infettate si e’ avuto con il farmaco somministrato prima e dopo l’infezione.

“Chiaramente questo non e’ un punto di arrivo, ma un punto di partenza – aggiunge il virologo – i dati che abbiamo ottenuto suggeriscono che una sperimentazione clinica di questo farmaco dovrebbe essere svolta somministrando il farmaco non solo quando il paziente sta gia’ male, ma gia’ prima dell’infezione agli individui che sono a maggior rischio. Non correte a comprare il Plaquenil e non assumetelo di testa vostra – raccomanda – mentre l’efficacia non e’ ancora certa, gli effetti collaterali del farmaco sono comunque possibili. In ogni caso, pero’, se uno studio clinico riuscisse a confermare che il Plaquenil e’ utile nel modo in cui questo studio suggerisce, ovvero associando profilassi e terapia, avremmo fatto un passo verso il ridimensionamento di questo virus. Un passo che, per esempio, potrebbe rappresentare una protezione in piu’ per tutti i colleghi in primissima linea nella gestione clinica de pazienti infetti. Quanto grande sara’ questo passo non possiamo saperlo, ma e’ di questi passi che e’ fatto il ritorno alla vita normale. Vorrei qui ringraziare – oltre a Massimo Clementi che coordina tutto il laboratorio – anche Nicasio Mancini e Nicola Clementi che hanno diretto il gruppo di giovanissimi ricercatori che ha svolto questo lavoro: Elena Criscuolo, Roberta Antonia Diotti, Roberto Ferrarese e Matteo Castelli. Perche’ fare gli esperimenti con questo virus non e’ una cosa da poco: bisogna maneggiarlo, e maneggiare un virus potenzialmente letale e’ cosa che significa letteralmente rischiare la vita mentre si fanno gli esperimenti”.

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