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Amato: «Nel Dna degli italiani la ricetta antivirus. La politica rispetti i sentimenti popolari»

L'ex presidente del Consiglio dopo l'appello di Mattarella all'unità: «L’invito del Quirinale si va facendo strada e le persone reagirebbero con fastidio ai partiti che si fanno la guerra»
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Quell’appello – ma forse sarebbe più corretto definirlo un’invocazione – fa eco nella mente di Giuliano Amato. Ripropone una necessità che però è anche una virtù: forse la migliore del popolo italiano. Nella lotta al virus e nella voragine economica che ne fa seguito, bisogna agire «come nel dopoguerra», ha esortato Sergio Mattarella. Con quello spirito, con quell’impeto, con quella consapevolezza e solidarietà. Ma è possibile? E come? L’ex presidente del Consiglio e ora giudice costituzionale, dal suo ufficio alla Consulta, parla con pacatezza e incisività. «Eh sì, l’appello del capo dello Stato è sacrosanto. Indubbiamente oggi le circostanze sono molto diverse, per mille ragioni. Allora noi avemmo un fenomeno impressionante testimoniato dall’Assemblea Costituente dove c’erano partiti che avevano per il futuro dell’Italia visioni opposte non riguardo a come risolvere questo o quel problema bensì in termini di “sistema”. C’era infatti chi era schierato con la democrazia liberale dell’Occidente, chi perseguiva la fuoriuscita dal capitalismo e l’instaurazione di un regime come quello sovietico. Come è stato possibile che partiti così diversi riuscissero a costruire un’opera comune come alla fine fu la Costituzione, e a lavorare insieme apparentemente con molta più facilità di quanto sembra possibile oggi?».

Ecco, è questo il cuore del problema. Che Amato sviscera impugnando la leva della Storia e indicando, o se si preferisce, suggerendo, un metodo. Che non è semplicemente “tecnica” bensì sostanza democratica, di grana fine e preziosa. «I politologi ci spiegano che oggi la categoria dell’avversario politico è stata sostituita da quella del nemico. E che c’è una fortissima propensione, quell’avversario, a delegittimarlo. Nel ’45 non era così. Per capirlo dobbiamo prendere in considerazione fondamentalmente due cose. La prima, che allora i partiti erano vissuti dagli italiani come espressione delle proprie identità. C’era un autoriconoscimento nell’essere appartenenti alla Dc, al Pci, al Psi, al Pli. Come meglio di ogni altro ha scritto Alessandro Pizzorno, i partiti avevano fornito e fornivano identità collettive che, in un Paese come l’Italia, erano addirittura più forti dell’identità nazionale. La Francia aveva creato quell’identità attraverso lo Stato. L’Italia, costituitasi in Stato unitario nel 1861, in realtà non ha mai avuto la forza di dare un’identità collettiva diffusa e fortemente sentita. Per svariate la ragioni. Forse la prima: il conflitto con la Chiesa. La maggioranza degli italiani, lo si capì assai presto, seguivano più il parroco del governo. Non era forte l’identificazione con lo Stato. Divenne invece forte l’identificazione coi partiti e paradossalmente il partito che più si adoperò per rafforzare lo Stato, si avvalse della prima forte identità politica di massa: mi riferisco al Partito fascista».

Ed ecco come si struttura il legame identitario degli italiani con i partiti. C’è una data precisa: «E’ l’8 settembre, quando quel poco di Stato che c’era va al Sud mentre al Nord rimane, fino a scomparire, il governo Quisling di Salò. Sono i partiti che, in particolare nel Settentrione, diventano insieme espressioni di identità, di attività comuni e anche di statualità. Saranno loro, nel dopoguerra a far funzionare tutto». Già: l’energia elettrica, l’acqua… «Infatti. C’è un uomo che per me è simbolo di quella vicenda, ed è Riccardo Lombardi. Opera nel Cln del Nord, è uno di quelli che incontra il cardinale Schuster quando fu stipulato il patto, poi non eseguito, sulla sorte di Mussolini e che infine diventa Prefetto di Milano. E’ legittimato dalla Resistenza che si oppone ai nazisti, a ciò che è diventato il nemico comune degli italiani. E’ un punto fondamentale: l’importanza che ha la Resistenza nel dare forza ai partiti del Cln».Un supporto identitario che poi porterà alla scrittura della Costituzione. Forse sta qui l’elemento più importante e Giuliano Amato ne fa l’asse del suo ragionamento. «Quando parlo della Costituzione italiana e la confronto con la coeva legge fondamentale tedesca, sottolineo che questa non è figlia di una Assemblea Costituente liberamente eletta dai cittadini tedeschi, ed espressione di sovranità nazionale. Al contrario, è frutto di una assemblea di poche persone nominate dai governatori dei Lander, su direttiva dei governi Alleati. E quel testo diventerà vigente solo dopo aver avuto il loro avallo. Non nasce come espressione di sovranità. Perché la Germania, Paese sconfitto come l’Italia, subisce quella procedura e invece l’Italia adotta con referendum popolare la decisione fondamentale su repubblica o monarchia e poi la Costituente – eletta dai cittadini non dimentichiamolo! – senza interferenze di nessuno scrive una Costituzione? Perché alle spalle l’Italia aveva la Resistenza. Che aveva formato un gruppo di guida capace di diventare interlocutore dei governi Alleati e che non può non essere riconosciuta come la nuova classe dirigente italiana».

Sta qui lo straordinario patrimonio storico, civile, democratico, degli italiani. «Quella situazione ha fatto sì che noi, con un nostro atto – il famoso decreto Luogotenenziale n. 98 – decidessimo il nostro futuro destino. Chi non si riconosce nella Costituzione e considera la Resistenza una vicenda di parte altrui, è bene che si ristudi la Storia e che si renda conto che senza la Resistenza la Costituzione non sarebbe stata possibile. Quel passaggio è anche il momento di massima legittimazione dei partiti i quali hanno la forza ed esprimono l’atteggiamento di solidarietà respirata nella lotta d’insieme contro il nemico comune». Con una specificazione fondamentale. «Lo diceva sempre Pietro Nenni. E cioè che in ogni caso nella polemica politica il linguaggio doveva sempre essere quello che si usa in una battaglia delle idee e non in una guerra tra persone. Perché l’attacco personale era esattamente ciò che aveva caratterizzato il fascismo. In un sistema finalmente democratico, tutti i partiti politici dovevano coltivare la consapevolezza di essere ciascuno portatore di una verità parziale e non di una verità assoluta. Le rivelo una esperienza personale. Mi sono laureato nel 1960 e in quell’epoca entrai in contatto con il professor Sergio Cotta che era un filosofo del diritto ed un cattolico. E che dunque in quanto tale aveva dentro di sé una verità che in termini di fede non poteva che considerare la Verità. Ebbene fu lui a spiegarmi che il valore massimo della Costituzione risiedeva nel fatto che nessuno era portatore di verità assolute e che c’è un articolo della Carta, il 49, che spiega come attraverso i partiti i cittadini concorrano a determinare la politica nazionale. Insomma visioni diverse sono legittime, ma devono trovare un punto di equilibrio. La Costituzione fu fatta con questo spirito». Ed è lì – questo il senso della ricostruzione storica – che bisogna ritornare. E’ quello spirito e quelle modalità che è necessario riscoprire come bussole in questo momento così complicato, nell’ora più buia. Soprattutto oggi dobbiamo dimostrare di saper usare quella lezione. Oggi che invece di “respirare solidarietà” inaliamo nei polmoni un nemico invisibile che è contemporaneamente dentro e fuori di noi. Adesso, come dobbiamo comportarci, come ricostruire quella sintonia di popolo e politica?

«Non c’è il minimo dubbio», osserva Amato. «I fatti esterni, il nemico invisibile appunto, dovrebbero essere già più che sufficienti a creare un sentimento che è insieme di autoconservazione e di solidarietà verso gli altri. Ecco, io sono convinto che nella nostra collettività, pian piano è proprio quel che sta accadendo. Diciamo la verità: questa storia è cominciata senza che nella coscienza di buona parte dei cittadini si percepisse che dovevamo subordinare le nostre egoistiche abitudini alle ragioni di contenimento, di rispetto delle misure restrittive. Ci abbiamo messo un pò. Qualcuno dice: in Cina si fa prima…». Beh, lì non è complicato: un ordine e via. Amato non ha dubbi. «Il confronto tra una democrazia e un regime autoritario, in situazioni di emergenza così drammatiche, è un confronto in cui le somme si tirano alla fine. Non c’è dubbio che quando un regime autoritario dice: tutti in casa, ci si sta con maggiore osservanza che dipende dalla consapevolezza della forza degli apparati repressivi. Da noi, le misure restrittive sono efficaci via via che la coscienza collettiva ne assorbe il significato e lo fa proprio. Una democrazia funziona così. Qualcuno osserva: ci mette più tempo. Forse troppo. Beh, io ci metto un bel punto interrogativo. Perché i regimi autoritari prima di accettare il fatto che la situazione è davvero grave, condannano per diffusione di notizie false e tendenziose i medici che lanciano l’allarme. E’ in quel tipo di raffronto che ci rendiamo conto che per sapere come stanno le cose, noi abbiamo la trasparenza, i mezzi di informazione, la libera stampa. E se chi governa dice, per esempio, che le mascherine ci sono anche a Ovada, c’è qualcuno che può dire: no, non è vero, a Ovada non ci sono. E magari a quel punto le mascherine a Ovada ci arrivano per davvero. Io credo che la nostra condizione attuale è di un Paese nel quale lo spirito di solidarietà stia prevalendo a passi da gigante. Le città sono deserte, il jogging a grappoli non lo vediamo più, la consapevolezza che il tuo medico rischia di morire per te, è entrata nelle coscienze».

Va bene. Questa è la società. E la politica? Deve fare come le stelle di Cronin e restare a guardare lasciando tutto lo spazio a tecnici e scienziati, oppure è chiamata anch’essa a svolgere un ruolo, possibilmente attivo? Esattamente quale?

La risposta di Giuliano Amato è netta. «A me pare evidente che la responsabilità della politica è di rispettare i sentimenti collettivi che ho descritto. Rispettarli, non negarli. Non avrebbe senso che si pretendesse che tutti fossero d’accordo su tutto: ciascuno può ritenere di avere il suo contributo da dare. Ma il clima non può essere quello che caratterizza la “normalità” diciamo così, del confronto politico. Sia chiaro, nella posizione in cui mi trovo ora, io non posso esprimere giudizi sulla politica. Però, se posso dire, è un fatto innegabile che nel giro di qualche giorno o settimana i linguaggi sono venuti cambiando. Credo che sia di per sé molto positivo. Fanno capolino, è vero, qua e là sui media posizioni arcigne di critica delle misure adottate. Tuttavia nell’insieme mi pare che l’appello del capo dello Stato si faccia strada. E in un clima collettivo del tipo che abbiamo cominciato a respirare, credo che chi non accogliesse quell’appello e si comportasse in politica con gli atteggiamenti ostili, distruttivi che hanno caratterizzato altre fasi, desterebbe un senso di fastidio nell’opinione di molti cittadini. Perché ora gli italiani sentono più di ogni altra cosa il bisogno di unità. Capiscono che occorre tenere gli occhi aperti per mettere riparo laddove si manifestano situazione negative. Ma che ci sia guerra politica mentre c’è la guerra al Coronavirus, credo che susciti in tutti la sensazione di qualcosa che non serve, che davvero è fuori luogo». Prima di chiudere la conversazione, è impossibile non fare riferimento all’Europa. Nel momento di massima crisi, l’edificio continentale è squassato dagli egoismi nazionali. E’ la fine di un sogno, anche quello innaffiato dalle speranze del dopoguerra? Anche qui Amato non ha esitazioni. «Io all’Europa ci credo. Abbiamo un interesse che definirei esistenziale a che si facciano delle cose insieme per uscire da una situazioni in cui si trova non solo l’Italia. Gli egoismi non è che risorgono: purtroppo sono anni che da quando sono cresciuti i debiti pubblici di alcuni Paesi si è prodotta nella Ue una frattura tra Stati del Nord e del Sud. Tutta legata al rischio della condivisione dei rischi. Il rischio che i Paesi del Nord Europa – ripeto: non da oggi, da anni – non vogliono correre è di dover condividere i rischi finanziari creati dai Paesi del Sud. Non è una novità. Si tratta di lavorare, e i margini ci sono, per trovare soluzioni comuni che evitino la mutualizzazione dei debiti nazionali ma mettano comunque in campo strumenti finanziari europei che allarghino il potenziale delle risorse per rimettere in piedi le economie esaurito il Coronavirus. L’ho sentito dire dal nostro presidente del Consiglio: attenti colleghi del Nord, non vi stiamo chiedendo gli Eurobond come strumento di mutualizzazione dei debiti nazionali. Perciò cerchiamo l’accordo su altri interventi. Ecco: prima di dire che l’Europa è finita, ci penserei».

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