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Caso Cucchi, la procura: «Nessuna attenuante per i carabinieri»

La procura di Roma impugna la sentenza di condanna. La sorella del giovane: «Sono d'accordo»
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La procura di Roma ha deciso di impugnare la sentenza con la quale a novembre scorso la corte d’assise ha condannato i due carabinieri Raffaele D’Alessandro e Alessio Di Bernardo a 12 anni di reclusione per omicidio preterintenzionale in relazione al pestaggio subito da Stefano Cucchi la sera tra il 15 e il 16 ottobre del 2009, quando venne arrestato per detenzione di stupefacenti e portato in caserma. Pestaggio da cui scaturirono lesioni così gravi che portarono alla morte, appena 6 giorni dopo, il geometra di 31 anni nel frattempo ricoverato nel reparto detenuti dell’ospedale Pertini. La procura contesta che ai condannati siano state concesse le attenuanti generiche, il cui riconoscimento ha contribuito a mantenere pi ùbasse le condanne. «Non posso non essere d’accordo», ha commentato su Facebook Ilaria Cucchi. La corte d’assise aveva concesso le attenuanti anche al maresciallo Roberto Mandolini (comandante della stazione Appia dove venne portato e picchiato Cucchi) condannato a 3 anni e otto mesi per falso per aver contribuito a manomettere le relazioni di servizio e nascondere che c’era stato un pestaggio.

Secondo quanto stabilito dalla sentenza, Cucchi morì a seguito del violento pestaggio subito in caserma la notte dell’arresto. Mentre nulla, secondo i giudici, ha avuto a che fare con quella violenza gratuita l’imputato-teste Francesco Tedesco, assolto dall’accusa di omicidio ma condannato a due anni e sei mesi per falso, per la compilazione del falso verbale di arresto. I giudici hanno poi riqualificato in falsa testimonianza l’originario reato di calunnia, che sarebbe stato prescritto, compiuto ai danni dei tre agenti di polizia penitenziaria, accusati ingiustamente e poi assolti del pestaggio di Cucchi, assolvendo Tedesco, Mandolini e Vincenzo Nicolardi perché il fatto non costituisce reato. Per la corte d’assise, infatti, i tre militari furono sentiti, in occasione del primo processo, senza le garanzie di legge, e cioè senza l’assistenza di un difensore. Per il sostituto procuratore Giovanni Musarò, attorno alla morte di Cucchi sarebbe stata realizzata un’opera di depistaggio che ha «toccato picchi da film dell’orrore», con l’unico scopo di far ricadere la responsabilità di tutto su alcuni agenti della Polizia penitenziaria, poi assolti in maniera definitiva. Musarò, il 3 ottobre scorso, aveva chiesto una condanna a 18 anni per Di Bernardo e D’Alessandro per l’omicidio, chiedendo l’assoluzione per non aver commesso il fatto per Tedesco e invocando per lui una condanna a tre anni e mezzo per l’accusa di falso e a 8 anni per il maresciallo Mandolini. Infine, il magistrato aveva invocato una sentenza di non procedibilità per prescrizione per il carabiniere Nicolardi e i colleghi Tedesco e Mandolini, con riferimento all’accusa di calunnia. Non un processo all’Arma dei Carabinieri, aveva sottolineato Musarò nella sua accorata requisitoria, ma «un processo contro cinque esponenti dell’Arma dei Carabinieri che nel 2009 violarono il giuramento di fedeltà alle leggi e alla Costituzione, tradendo innanzitutto l’Istituzione di cui facevano e fanno parte».

Per il pm sarebbe «impossibile» negare il nesso di causalità tra il pestaggio e la morte. «I periti – aveva spiegato – parlano di multifattorialità a produrre la morte di Cucchi. E tutti i fattori hanno un unico denominatore: sono connessi al pestaggio, sono connessi al trauma subito da Cucchi».

Una vicenda contorta e intricata, quella di Cucchi, dalla quale sono scaturiti già sette processi e riaperta grazie alla tenacia della famiglia del giovane, in particolare della sorella Ilaria, assistita dall’avvocato Fabio Anselmo. Dopo la morte del geometra, la procura di Roma aveva aperto un’inchiesta mettendo sotto accusa tre agenti di polizia penitenziaria che accompagnarono il ragazzo il giorno dopo il suo arresto in tribunale per la convalida. Nel 2011 il gup rinviò a giudizio dodici persone, tra agenti, accusati di lesioni personali, medici e infermieri, accusati di abbandono di persona incapace. I poliziotti vennero assolti, mentre i medici vennero condannati a pene comprese fra gli 8 mesi e i 2 anni di reclusione. Nel 2015 l’inchiesta ripartì da zero, finendo nelle mani di Musarò. Il 15 dicembre 2015 la Cassazione confermò l’assoluzione di agenti, infermieri e del primo dei medici (Rosita Caponetti) che visitò Cucchi al Pertini. Ma ordinò un nuovo processo d’appello per gli altri medici dell’ospedale, concluso a luglio 2016 con una nuova assoluzione. Ad ottobre dello stesso anno, venne eseguito un incidente probatorio sulle cause della morte del giovane: secondo il pool era da escludere il nesso tra pestaggio e morte, addebitando il fatto ad un improvviso attacco di epilessia. L’inchiesta di Musarò si chiuse il 17 gennaio 2017, con l’accusa di omicidio preterintenzionale a Carico di Di Bernardo, D’Alessandro e Tedesco e negando che la causa della morte sia l’epilessia. A luglio il gup Cinzia Parasporo rinviò a giudizio i cinque carabinieri, mentre procedeva, in parallelo, il terzo processo d’appello ai medici e l’indagine sui depistaggi nei confronti di otto militari dell’Arma. La svolta è arrivata ad aprile scorso, quando Tedesco ha raccontato in aula le fasi del pestaggio di Cucchi, indicando nei due colleghi gli autori materiali. «Questo non è un processo all’Arma dei Carabinieri ma è un processo contro cinque esponenti dell’Arma dei Carabinieri che nel 2009 violarono il giuramento di fedeltà alle leggi e alla Costituzione, tradendo innanzitutto l’Istituzione di cui facevano e fanno parte». È con queste parole che il pm Giovanni Musarò ha chiesto alla Corte d’Assise la condanna dei carabinieri coinvolti per la morte di Stefano Cucchi, arrestato per droga nell’ottobre 2009 e pestato con così tanta violenza da morire nel giro di una settimana. Una morte attorno alla quale è stata realizzata un’opera di depistaggio che ha «toccato picchi da film dell’orrore», con l’unico scopo di far ricadere la responsabilità di tutto su alcuni agenti della Polizia penitenziaria, poi assolti in maniera definitiva. Musarò ha chiesto una condanna a 18 anni per omicidio preterintenzionale e abuso d’autorità per i carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, ritenuti autori del pestaggio nella caserma. Mentre per il carabiniere Francesco Tedesco, l’imputato che con le sue dichiarazioni ha contribuito a fare luce su quelle violenze, il pm ha chiesto l’assoluzione dall’accusa di omicidio preterintenzionale per non aver commesso il fatto, e una condanna a tre anni e mezzo per l’accusa di falso. Inoltre ha sollecitato una condanna a 8 per il maresciallo Roberto Mandolini, all’epoca dei fatti comandante della Stazione dei carabinieri Roma Appia, dove la notte tra il 15 e il 16 ottobre 2009 Cucchi fu portato dopo il suo arresto. Infine, il magistrato ha chiesto una sentenza di non procedibilità per prescrizione per il carabiniere Vincenzo Nicolardi e i colleghi Tedesco e Mandolini, con riferimento all’accusa di calunnia. Al momento dell’arresto, ha evidenziato Musarò, Cucchi «era complessivamente in buone condizioni di salute, però era sottopeso. Non mangiava perché non stava bene; e il professor Vigevano dice che era dovuto anche a un disturbo post traumatico da stress. Aggredire con quelle modalità una persona fragile e sottopeso – ha aggiunto – significa aggredire una persona che può riportare anche danni più gravi, com’è accaduto a Stefano Cucchi. E di questo occorrerà tenerne conto». Sarebbe inoltre «impossibile» negare il nesso di causalità tra il pestaggio e la morte. «I periti – ha sottolineato il pm – parlano di multifattorialità a produrre la morte di Cucchi. E tutti i fattori hanno un unico denominatore: sono connessi al pestaggio, sono connessi al trauma subito da Cucchi».

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