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La rincorsa alla paura che rischia di colpire al cuore la democrazia

Chi esercita il potere non può abusarne fino ad annullare le istituzioni. Anche perché al consenso immediato potrebbe presto subentrare una frustrazione che travolgerebbe proprio chi ora trae forza dall'emergenza
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Caro Direttore,

come Lei ha meritoriamente segnalato, l’emergenza virale non è solo una minaccia per la salute delle persone, ma anche per quella dello Stato. È, infatti, esperienza nota alla storia delle istituzioni politiche che le conquiste di civiltà sono messe a dura prova là dove si affaccino pericoli percepiti come straordinari. Lo abbiamo visto nella guerra al terrorismo internazionale, con gli episodi di legalità sospesa in nome della ragion di Stato minacciata.

Come qualcuno ha detto, gli uomini sono persino disponibili a rinunciare alle proprie libertà, quando temono per la propria vita. Ma non bisogna abusare. Anzi la sfida dello Stato costituzionale consiste proprio nell’evitare questo baratto della disperazione.È una sfida difficile, perché la prima cosa che l’emergenza travolge è il tempo. Il tempo per riflettere, digerire, confrontarsi. Non a caso, accanto alle contrazioni delle libertà si assiste, in tali circostanze, anche alla contrazione delle procedure che richiedono più tempo: quelle democratiche. Per non parlare poi del nostro caso specifico, in cui l’esercizio delle libertà (di circolazione ad esempio) e delle procedure (parlamentari, ad esempio) appaiono addirittura fattori incrementali del pericolo incombente: quello del contagio. Nessuno che abbia a cuore il patrimonio liberal-democratico può, però, rassegnarsi ad abbassare la guardia. Perché è molto sottile il confine tra un sacrificio necessario, proporzionato e temporaneo di alcuni valori e ciò che ne rappresenta sostanzialmente l’abiura.Il sacrificio ingiustificato alla lunga è sicuramente è dannoso. Perché, malgrado l’arridere del consenso nell’immediato, ben presto delegittima chi quei sacrifici impone, rischiando di travolgerlo sull’onda della frustrazione generale.

Pensare che, di per sé, l’emergenza possa legittimare qualunque cosa è un’illusione che ha la durata della paura. Ma a un certo punto la paura finisce. E il conto viene presentato all’incasso. Come fare, dunque, a individuare quel confine tra sacrifici legittimi e imposizioni esiziali, che è tanto labile da sembrare invisibile? Innanzitutto con la coerenza delle decisioni. Faccio un esempio. Meno di dieci giorni fa è stato decretato per sessanta milioni di italiani un regime che si avvicina molto a quello degli arresti domiciliari, con concessione dell’ora d’aria (per fare un po’ di sport o passeggiare) e permesso per lavoro e per altre gravi necessità di sussistenza. Sempre nel rispetto delle norme igienico-sanitarie. Gli italiani, nella situazione data, hanno accettato queste misure di limitazione delle loro libertà. Anche perché, è stato detto loro, quei quindici giorni sarebbero serviti per sperare in una drastica riduzione del contagio che non si sarebbe potuta verificare nell’immediatezza. Un esperimento a tempo da prolungare solo se effettivamente necessario.

Che cosa succede oggi, a qualche giorno di distanza? Succede che da più parti, nelle istituzioni, come nell’informazione, ahimè, ci si affretta a richiedere limitazioni ancora più stringenti delle libertà. Motivo: la curva epidemica continua a crescere e per giunta ci sono degli italiani che non rispettano le direttive impartite.

Ora è proprio questo il punto. È proprio qui che si misura il rispetto di quella linea di confine tra ragionevolezza e abuso di potere. E raccogliere in modo generalizzato e acritico quelle richieste di maggiori restrizioni è deleterio. È un tradimento delle ragioni per cui il sacrificio è stato chiesto. Imputare all’inadempimento (pur deprecabilissimo) dei cittadini l’aggravarsi drammatico di una situazione che tutti sapevamo si sarebbe comunque aggravata ancora per almeno quindici giorni, significa esattamente sconfessare quelle ragioni. Derubricarle a pretesto. E ancor più inaccettabile (e pericoloso) è subire la tirannia della minoranza. Per cui non conta nulla che la stragrande maggioranza dei cittadini sia virtuosa e adempia agli obblighi. Tutti devono pagare per le violazioni di una minoranza, che lo Stato non è in grado di contenere. Un sorta di esecuzione sommaria e dimostrativa.

C’è da augurarsi che chi ha la gravosa responsabilità di decidere conservi la consapevolezza della posta in gioco, senza lasciarsi tentare dall’inseguire il consenso della paura, che presto potrebbe trasformarsi nel rabbioso dissenso della frustrazione. Perché in gioco ci sono quei valori; e la sottile linea di confine tra sacrificio legittimo delle libertà e la loro esecuzione sommaria.

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