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Il giallo dei braccialetti elettronici: appena 2600 fino a metà maggio.

Il decreto del governo prevede che la detenzione domiciliare sia subordinata alla effettiva disponibilità del braccialetto elettronico
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Le norme in materia penitenziaria, inserite all’interno del nuovo decreto del governo per far fronte all’emergenza coronavirus, prevede che la detenzione domiciliare sia subordinata alla effettiva disponibilità del braccialetto elettronico. Ad oggi però i braccialetti risultano insufficienti. Lo spiega la stessa relazione tecnica che parla, al momento, di circa 2600 braccialetti disponibili fino al 15 maggio. Teoricamente, però, dovrebbero esserci almeno 15 mila braccialetti, visto che il contratto con Fastweb (la compagnia che ha vinto il bando di gara nell’agosto del 2017) prevede la fornitura di 1000-1200 braccialetti mensili per l’intera durata triennale, in scadenza al 31 dicembre del 2021 per un importo annuo di circa 7,7 milioni di euro ed un onere complessivo di circa 23 milioni di euro. Fastweb in tandem con l’azienda Vitrociset aveva presentato l’offerta più conveniente dal punto di vista economico: parliamo del bando di gara a normativa Europea, sulla base del criterio dell’offerta più vantaggiosa, relativa alla produzione dei braccialetti elettronici.Sono passati oramai tre anni fa da quando ha vinto il bando. Infatti, la commissione nominata per le valutazioni tecnico/ economiche delle offerte pervenute, aveva affidato alla compagnia la fornitura, l’istallazione e attivazione mensile di 1000 braccialetti elettronici, fino a un surplus del 20 per cento in più, con connessi servizi di assistenza e manutenzione per un arco temporale di 27 mesi.Il servizio sarebbe dovuto partire già da ottobre del 2018.

Ma c’era bisogno che il ministero dell’Interno, guidato da Matteo Salvini, nominasse la commissione di collaudo di tutto il sistema: l’emissione del servizio, quindi l’infrastruttura, la sala di controllo e i device. In quel periodo Il Dubbio ha contattato direttamente Fastweb. L’azienda rispose che la commissione sarebbe stata nominata a novembre dell’anno scorso e quindi il collaudo sarebbe dovuto partire a metà dicembre 2018.Ma quando è partito il contratto? Secondo la relazione tecnica sarebbe partito il 31 dicembre del 2018, ma nello stesso tempo dice che, ad oggi, “nell’arco temporale di 15 mesi ne sono stati attivati circa 5200 con una media circa di 350 dispositivi”. Se è vero – come relazionato nella scheda tecnica – che il contratto è partito al 31 dicembre del 2018, i braccialetti elettronici dovrebbero essere di un numero decisamente superiore. Eppure, Il Dubbio, verso la fine dell’anno scorso ha contattato Fastweb per sapere se ci sia stato o no l’avvio dell’emissione dei braccialetti: ha risposto che la compagnia si occupa solo della fornitura e di aver ricevuto l’ordine dal ministero dell’Interno di non dare ulteriori notizie sullo sviluppo, perché questo compito spetta al Viminale. Il Dubbio, con tanto di lettera scritta come prevede la prassi, ha chiesto informazioni nel merito al ministero, ma tuttora la richiesta è rimasta inevasa.Ora, però, dalla relazione tecnica leggiamo che il contratto sarebbe partito da tempo, ben 15 mesi fa. Ma quindi il collaudo è effettivamente avvenuto? Almeno dal sito della Polizia di Stato, risulta che la procedura è aperta. Infatti si ferma alla data del 17/12/2018 quando viene pubblicato il decreto di approvazione del verbale di collaudo positivo relativo alla fase uno. Almeno fino a ieri, dal sito della Polizia di Stato non risulta il “Piano di collaudo della fase 2”, che rappresenta la base di tutte le attività di verifica di conformità della fornitura e sottoposto a valutazione e approvazione da parte dall’Amministrazione.

Resta il dato oggettivo che Il servizio erogato dalla compagnia telefonica vincitrice dell’appalto deve consentire, mensilmente, l’attivazione media di un 1000 dispositivi con la capacità di attivarne anche il 20% in più per un periodo minimo di 27 mesi. Per “attivazione” si intende l’intero ciclo di vita di un braccialetto associato ad un soggetto destinatario del provvedimento dell’Autorità Giudiziaria che comprende la fornitura, l’attivazione, la manutenzione e la disattivazione del dispositivo stesso. Ma quindi è partita la fornitura o no? E se è partita, perché di fatto ci ritroviamo solo con 2600 braccialetti da qui fino al 15 maggio come relazionato nella scheda?

Critico l’avvocato Gianpaolo Catanzariti dell’osservatorio carceri delle camere penali. «Dinanzi agli accorati appelli a “fare presto” per scongiurare un disastro umanitario – tuono il penalista -, il governo adotta un decreto legge con misure davvero insufficienti se non irresponsabili. Preoccupato di “percorrere moderate ed accorte soluzioni” volte ad alleggerire la concentrazione davvero elevata della popolazione penitenziaria, si è infilato in un angolo cieco senza dare le risposte congrue rispetto al delicato momento». Il presidente dell’osservatorio carcere prosegue: «Si introduce una procedura non solo farraginosa, ma addirittura impraticabile e ciò al di là del consenso manifestato dai detenuti sull’utilizzo dei dispositivi elettronici di controllo che, ad oggi, non ci sono, se è vero che diversi sono i casi di detenuti in carcere in attesa della disponibilità del braccialetto nonostante un provvedimento favorevole del magistrato». E conclude: «Pare che entro il 15 maggio potranno essere reperiti 2600 braccialetti. Insomma il coronavirus galoppa e non aspetterà, anche sulla base delle notizie che filtrano dalle carceri, la tempistica lenta individuata dal Dap. L’Italia è sì un modello per l’emergenza coronavirus in carcere, ma da evitare».

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