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Quel medico ungherese che disse: «Lavatevi le mani», ma lo presero per pazzo

Ignace Semmelweis con quel semplice gesto ha salvato migliaia di vite
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«Lavatevi le mani!». Un consiglio anodino che, in questi giorni di virali passioni, è diventato un mantra imprescindibile per tutti noi. Eppure, questo gesto così semplice è stato ignorato per secoli dalla medicina con catastrofiche conseguenze per la salute pubblica. In particolare negli ospedali, autentici ricettacoli di virus e batteri.
Ci è voluto un medico ungherese, Ignace Semmelweis, per scoprire quante vite umane possono essere salvate d quel semplice gesto. Verso la metà dell’Ottocento nei reparti di ostetricia degli ospedali viennesi una donna su cinque moriva durante il parto a causa di una patologia molto insidiosa: la febbre puerperale. Semmelweis, che all’epoca lavorava proprio in uno di quei reparti, non accettava le giustificazioni della medicina ufficiale che attribuiva quei decessi a cause oscure, come i “miasmi”, i “fliuidi dell’utero” o a oscuri “squilibri” organici, concetti privi di evidenza sperimentale derivati dall’antichità.

Semmelweis, che era un tipo pratico, non prestava molta fede a quella psudo- scienza. Preferiva dunque affidarsi all’osservazione e infatti notò una particolare coincidenza: un suo collega professore di anatomia era deceduto a causa di un’infezione molto simile a quella che colpiva le madri dopo aver praticato un’autopsia. E allo stesso tempo vide che il tasso di mortalità nel padiglione di ostetricia aumentava quando erano presenti i medici e calava quando c’erano soltanto ostetriche e infermieri..

Molti di coloro che praticavano le autopsie spesso passavano da un reparto all’altro e in quei passaggi maturavano le infezioni. Da qui l’intuizione di Semmelweis che chiese ai colleghi di lavarsi le mani con una soluzione di ipoclorito di calcio prima di entrare nel suo padiglione. Anche gli strumenti operatori dovevano essere igienizzati alla stessa maniera. Questa “accortezza” che oggi ci sembra una cosa più che ovvia produsse risultati straordinari: in meno di due anni il tasso di mortalità post- parto precipitò dal 12% all’ 1%.

Una scoperta che avrebbe dovuto ricevere pubblico encomio e che ha aperto la strada allo studio della moderna batteriologia e virologia ma che fece letteralmente infuriare i grandi baroni degli ospedali dell’impero austro- ungarico. Non solo Semmelweis non ottenne alcun riconoscimento, ma venne apertamente osteggiato per una scoperta che metteva in discussione i dogmi e le superstizioni dell’onorata società medica.

Il direttore dell’ospedale Johann Klein era profondamente irritato da quel giovane dottore ungherese ( aveva 27 anni) dal piglio anticonformista ( era un nazionalista che avversava l’impero) che aveva imposto l’obbligo di lavarsi le mani a chiunque entrasse in contatto con i suoi pazienti. Un’isolenza che non poteva avere scuse: «Non siamo degli untori», gli rispose a muso duro negando qualsiasi relazione tra la pulizia delle mani e il calo delle morti. Semmelweis viene progressivamente isolato, lo prendono per un pazzo fanatico, lo escludono dai convegni, fino a quando non riceve una lettera di licenziamento firmata direttamente dal dottor Klein. E a poco sono serviti i suoi appassionati memoriali in cui rivendicava l’evidenza clinica della sua scoperta e il contributo per la salute pubblica, Nessuna rivista diede spazio alle sue teorie che vennero liquidate come delle puerili scorciatoie mentre proliferavano le illazioni sul suo equilibrio mentale. E dire che di lì a poco più di un decennio le ricerche di Louis Pasteur confermarono alla lettera le intuizioni di Semmelweis.

Ma ormai era troppo tardi, la sua strada era segnata. Prima il ritorno in Ungheria dove lavora in nella clinica Szent Rokus applicando gli stessi metodi e ottenendo gli stessi risultati: tra il 1851 e 1855 su mille partorienti solo otto donne persero la vita a causa di un’infezione.

Finalmente un editore locale decide di pubblicare le sue scoperte in un volume che però non ottiene alcuna visibilità. Anzi, i pochi “luminari” germanofoni che lo citano lo fanno per infierire su di lui, definendolo un «ignorante», un «esaltato», un «irresponsabile», un «nemico della comunità medica».

La frustrazione, la rabbia, la tristezza e la depressione prendono il sopravvento e, a forza di sentirsi dire di essere pazzo, Semmelweis diventa pazzo davvero.

I suoi ultimi anni di vita sono pura agonia; viene ricoverato in un manicomio alla periferia di Vienna dopo essere caduto nell’alcolismo ed essersi allontana dalla famiglia.

All’interno dell’asilo psichiatrico Semmelweis perde completamente la ragione, aggredisce gli infermieri che ricambiano pestandolo a sangue a più riprese. Ironia e crudeltà della sorte muore nel 1865 in seguito a un’infezione batterica che prolifera sulle sue ferite, prima provocate e poi trascurate dal personale della clinica Ha lasciato al mondo della medicina un’eredità che gli verrà riconosciuta soltanto post- mortem quando la moderna microbiologia spazza via le antiche credenze.

«Il destino mi ha scelto per essere il missionario della verità nella dura battaglia contro la febbre puerperale. Ho smesso da tempo di rispondere agli attacchi di cui sono costantemente l’oggetto da parte della comunità accademica ; l’ordine delle cose proverà presto ai miei avversari che iuo avevo ragione e loro completamente torto, Ora per me non c’è più alcun bisogno di partecipare a queste sterili polemiche».

Si tratta di una delle ultime lettere scritte da Semmelweis quando era ancora lucido mentalmente, Una lettera citata da Louis Ferdinand Céline all’interno della sua tesi di medicina discussa nel 1924.

Un eretico reietto che alternava genio e follia come l’ungherese Ignace Sommelweiss non poteva non piacere al grande scrittore francese.

 

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