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Il medico, l’insegnante e lo studente. Ecco la vita nel nord sotto assedio

Viaggio nella prima zona rossa del Paese, tra medici che rassicurano i cittadini, professoresse di latino che ripristinano la didattica con lezioni online dal vivo e studenti universitari annoiati
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«Pronto dottore, ho la febbre, devo mettermi in quarantena?». Mentre parliamo con Vincenzo De Gaetano, medico di base a Bonate Sopra, comune della bergamasca sotto forte stress per la rapida diffusione del contagio, il suo telefono non fa altro che squillare. I suoi pazienti chiedono rassicurazioni, informazioni sul da farsi e diagnosi lampo. Lui mantiene la calma, ascolta e nella maggior parte dei casi suggerisce di rimanere a casa e prendere antipiretici senza allarmismi. «Risentiamoci nelle prossime ore per aggiornamenti, ma non c’è da preoccuparsi», prova a ripetere con tono rassicurante proprio mentre il governatore Attilio Fontana invoca restrizioni più severe per la sua Regione. Ormai sono settimane che la Lombardia convive con l’epidemia e tutti hanno imparato a gestire la paura: medici e pazienti. Come in una zona di guerra, ognuno fa ciò che può senza lamentarsi troppo. L’appuntamento col proprio medico di famiglia è consentito solo dopo triage telefonico e solo se indispensabile. A meno che non si dichiari di aver avuto contatti con persone positive al virus: a quel punto parte in automatico la segnalazione alle autorità e la quarantena obbligatoria. Ma tampone e ricovero sono previsti solo per i pazienti sintomatici, non basta la febbre o il contatto con chi ha già contratto il virus: senza insufficienza respiratoria si resta semplicemente a casa. «Continuo a sentire telefonicamente i miei pazienti nei giorni della quarantena, se mi accorgo che la situazione sta peggiorando faccio scattare la procedura d’emergenza». A quel punto un’ambulanza e personale specializzato si presentano a casa del malato e inizia il ricovero. Non bisogna mettere troppa pressione al sistema sanitario, già provato dall’emergenza.

All’ambulatorio del dottor De Gaetano gli accessi sono contingentati. Si entra massimo due alla volta: uno in sala d’attesa e uno nello studio del medico. In caso di sospetto contagio, la sola precauzione possibile è areare i locali tra una visita e l’altra. Qui non è mai arrivata, infatti, la strumentazione promessa dalle istituzioni: dispenser igienizzanti e camici monouso. «Giusto ieri ci hanno consegnato un kit di 18 mascherine, non distribuibili ai pazienti, e due pacchi di guanti. Tra l’altro si tratta di mascherine chirurgiche, forse utili a evitare di diffondere il virus, non a contrarlo». Così, il primo filtro sanitario sul territorio, i medici di famiglia, restano i più esposti. Per loro non è prevista neanche quarantena in caso di contatto con pazienti positivi. Meglio un medico untore che un medico in meno, è la politica adottata in questi casi.

E tra le vittime collaterali del Covid 19 ci sono i pazienti affetti da altre patologie: le sale operatorie sono aperte solo per le urgenze e intere corsie ospedaliere vengono trasformate in reparti per le emergenze respiratorie. E nei casi più estremi può capitare che trovare una semplice ambulanza “bonificata” dal virus sia tutt’altro che semplice, con attese per il soccorso lunghe anche quattro ore. «Sono inconvenienti gravi che purtroppo possono capitare in una situazione del genere, ma sono convinto che ne usciremo presto, la popolazione ha compreso totalmente ciò che sta succedendo e risponde in maniera razionale e disciplinata», conclude il medico.

Ma Covid 19 non significa solo “trincea” e paura, c’è anche chi si industria ed sperimenta nuovi metodi per normalizzare la quotidianità. È il caso degli insegnanti, passati in pochi giorni dallo spaesamento all’organizzazione alternativa. TeresaVazzana insegna italiano, latino e storia all’Istituto “Benini” di Melegnano, alle porte di Milano. Qui la didattica si è fermata il 24 febbraio, mandando nel panico famiglie e docenti. «La prima settimana è stata dura», racconta la professoressa, «ma abbiamo provato a reagire subito. All’inizio, tramite registro elettronico, ci siamo limitati a inviare “compiti” per tenere in attività i miei alunni, ma nel giro di pochi giorni abbiamo deciso di utilizzare altri strumenti». Google classroom e Google meet si sono trasformati in un surrogato della classe. «Con la prima applicazione ho iniziato a registrare audio lezioni e a caricare vari materiali di approfondimento per gli studenti, ed è stato un primo passo prezioso per non perdere il contatto con loro». Ragazzi e professori accedono ai contenuti attraverso un account certificato dalla scuola e ogni lezione a distanza è tracciata sul registro elettronico. «Ma è con la seconda applicazione, Google meet, che abbiamo fatto un salto incredibile nel rapporto con i ragazzi: le lezioni avvengono in diretta». Non solo materiali scaricabili, dunque, ma compresenza a distanza. Certo, non si fa alcun appello, sarebbe una forzatura soprattutto nei confronti degli studenti impossibilitati ad accedere al sistema, per motivi di connessione o di mancanza di supporti adeguati, ma è già una rivoluzione rispetto alla continuità didattica.

Tutto frutto di auto organizzazione, senza direttive ministeriali o centralizzate. «Non assegno voti a nessuno, ma posso coinvolgerli, capire dove sono arrivati, correggere insieme le versioni che mi spediscono il giorno prima. Così tentiamo di ricostruire la normalità, si tratta comunque di ragazzi costretti a rimanere a casa tutto il giorno», spiega Vazzana. «Magari all’inizio qualcuno era anche contento di saltare le lezioni, ma col tempo la noia prende il sopravvento e avere un appuntamento fisso quotidiano è già qualcosa». Per ora, ogni docente convoca le lezioni in maniera autonoma, in base alle esigenze orarie degli alunni, ma dalla prossima settimana partirà una nuova sperimentazione al “Benini”: per via telematica, e in diretta, verrà ripristinato l’orario scolastico normale, con l’alternanza di ogni professore al suono della campanella. Tutti in classe, ma dal proprio divano.

Infine, c’è la vita degli studenti universitari, sballottati tra sessioni d’esame sospese e vita sociale annullata. Come Giampy, al secondo anno di Farmacia all’Università di Pavia. «Non so quando potrò recuperare la sessione di febbraio», spiega, «spero non vada troppo avanti questa situazione». Anche perché alternative allo studio casalingo ne esistono poche, persino gli allenamenti della sua squadra di rugby sono sospesi da settimane. «Non ci resta che incontrare qualche amico in casa, evitando comunque di stare a contatto con troppe persone. Mi sa che ora vado a dormire un po’».

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