A chi importa se il virus ci acceca di fronte al dramma dei profughi

Abbiamo sviluppato uno sguardo distratto: ci si abitua a tutto, comprese le tragedie, soprattutto a quelle degli altri, così “lontane”

Guardare un telegiornale qualsiasi di questi tempi è avvilente. La scaletta è obbligata: si apre sul Coronavirus e poi si passa ai rifugiati di Siria e Afganistan, utilizzati da Erdogan come strumento di pressione sull’Europa per strappare altro denaro a uno dei paesi più ricchi del mondo. I due eventi vengono presentati contigui, si passa da uno all’altro con la naturalezza del voltar di pagina di un giornale, con il cinismo incanaglito di chi si rifiuta di fare anche un accenno di parallelismo tra le vicende. Non parlo di rapporto causa- effetto: mi spingerei su di un terreno insidioso. Mi limito alla superficie, a quello che si vede e si sente. Che si sa. I primi pezzi dei telegiornali mostrano noi italiani, la popolazione di un Paese ferito: le strade deserte, i mezzi pubblici che girano semivuoti, i musei ai quali si accede senza problemi di coda, le porte della scuole sbarrate, i controlli ai posti di blocco attorno alle zone rosse.

Seguono gli interni degli ospedali, dove il personale medico e paramedico si prodiga a tentare di salvare preziose vite umane impiegando le apparecchiature più moderne, girando i pazienti per farli giacere proni, in modo da permettere loro di respirare con maggior facilità. Poi arrivano le immagini dal confine greco che per analogia con ciò che pretendiamo per le nostre spiagge, dovremmo definire europeo. Nostro, per intendersi. Migliaia di persone, tra di loro donne e tanti bambini, mentre tentano di avvicinarsi a sbarramenti degni dei lager più malfamati e vengono respinti da agenti in tenuta da combattimento che lanciano lacrimogeni, e chissà che altro, appoggiati da blindati e altri mezzi pesanti. Si passa allora ai campi dove queste persone vivono di stenti, dormendo in baracche cadenti, più spesso sotto tende svolazzanti, cucinando e lavando pochi panni in mezzo al fango. Ci viene detto che circolano voci di bambini che si suicidano, di pestaggi di chi tenta di avvicinarsi al confine, di furti e spoliazioni.

Noi guardiamo. Abbiamo sviluppato persino uno sguardo distratto. Ci si abitua a tutto, anche alle tragedie, soprattutto a quelle degli altri. L’attenzione si risveglia quando si passa ai servizi sulle Borse, su come reagisce l’economia all’epidemia del Coronavirus. Dei rifugiati che premono sul confine greco- europeo si disinteressano in tanti: per loro una soluzione si troverà. Erdogan vuole dei soldi per rinchiuderli in qualche campo profughi dove staranno persino un po’ meglio di quelli rinchiusi in Libia. I soldi si troveranno e glieli daremo. Che i profughi siano donne, uomini e bambini uguali uguali a quelli che vediamo accuditi nei servizi d’apertura non vogliamo saperlo. Lo cancelliamo dai pensieri senza dover nemmeno chiudere gli occhi davanti al televisore.

 

 

Notizie correlate