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Carceri, da Nessuno tocchi Caino appello a detenuti: «Non è con violenza che si ottengono condizioni migliori»

Elisabetta Zamparutti, Sergio d’Elia e Rita Bernardini, rispettivamente tesoriere, presidente e segretario di Nessuno tocchi Caino
I vertici dell’associazione, d’Elia, Bernardini e Zamparutti, si rivolgono all’«intera comunità penitenziaria», ma anche ai familiari dei reclusi: «Umana reazione a paura per coronavirus rischia di provocare errori madornali»
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Di fronte alle notizie di rivolte in corso nelle carceri, l’associazione Nessuno tocchi Caino – Spes contra spem rivolge «un appello all’intera comunità penitenziaria, fatta di detenuti, dirigenti e operatori penitenziari», perché «i comportamenti siano all’insegna della nonviolenza e del dialogo».

L’appello è rivolto anche ai mezzi di informazione affinché facciano conoscere «le misure adottate dal governo volte a contenere la diffusione del virus nelle carceri». Su quest’ultimo punto, si legge nel comunicato di Nessuno tocchi Caino «è un segnale positivo che il decreto raccomandi alle autorità di valutare l’adozione di misure alternative di detenzione domiciliare (articolo 2, lettera u) del decreto legge 11».

Secondo i responsabili dell’associazione Sergio d’Elia, Rita Bernardini ed Elisabetta Zamparutti, rispettivamente segretario, presidente e tesoriere, «l’umana reazione alla paura rischia di provocare errori madornali, come vediamo accadere in queste ore. Invitiamo tutti a desistere da reazioni violente convinti che non è questo il modo per mettersi al riparo dai pericoli».

«Occorre invece ponderare, restare vigili e perseguire la via del dialogo. Vale per chi ricopre ruoli dirigenziali e di custodia ed anche per i detenuti e i loro familiari», scrivono i vertici di Nessuno tocchi Caino, «che invitiamo a non manifestare davanti alle carceri per non alimentare tensioni. Per noi in questo momento è importante che tutti si attengano alle misure di precauzione sanitaria».

«È un momento che va anche colto per diffondere conoscenza e consapevolezza su quelle che sono le condizioni di vita in carcere affette, prima che dal Covid-19, dal problema del sovraffollamento. Un problema che a nostro avviso va affrontato con misure quali la moratoria dell’esecuzione penale (tanto degli ordini di esecuzione pena che dell’esecuzione della pena stessa) ed anche l’amnistia e l’indulto, a partire da chi deve scontare brevi pene o residui di pena da espiare, tenuto conto», prosegue la nota, che ci sono «8.682» reclusi con «un residuo pena da scontare inferiore ai 12 mesi e altri 8.146 che devono scontare pene tra 1 e due anni».

Tuttavia, conclude Nessuno tocchi Caino, «non è con la violenza che si possono ottenere misure di buon governo delle condizioni di vita in carcere. Non bisogna mai giocare al tanto peggio tanto meglio e tenere sempre presente che i mezzi che si adottano, se violenti o sbagliati, pregiudicano la bontà degli obiettivi e dei fini a cui si aspira».

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