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La piccola Napoli che ha ucciso Ugo Russo

La Napoli "mutata" che ha risucchiato la vita di Ugo Russo ha perso un quarto dei suoi abitanti nel giro di trent'anni
Era una capitale. È diventata periferia. Con una politica sempre più marginale e persino una camorra senza vertici né strutture. Una città nuova, diversa, ma spesso minima anche nei buchi neri che risucchiano la vita di un quindicenne
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Napoli non c’è più. È un’altra città. Altra da come la si immagina. È diversa nel suo splendore, sfiorito e rinato allo stesso tempo. È stravolta nelle sue piaghe, solo in apparenza uguali a loro stesse. Se non si crede alla diversità di Napoli non si capisce la tragedia di Ugo Russo. Non ci si dà una logica per un quindicenne che gioca con la pistola. Non basta, a spiegare tutto, l’eventuale eccesso — o addirittura impulso omicida, se venisse dimostrato — del carabiniere che lo ha ucciso.

Napoli nei giorni scorsi si è trovata a contemplare l’ologramma consunto di un suo vecchio e sanguinario re, Raffaele Cutolo, malato e riemerso dopo anni dal buio del 41 bis. Ha riscoperto per un attimo il suo passato di morte. A inizio anni Ottanta la capitale del Mezzogiorno si trovò lacerata dalla più feroce guerra fra eserciti del crimine che la storia del Dopoguerra ricordi: la Nco del “professore” e la Nuova famiglia dei Nuvoletta, degli Alfieri e di Bardellino. Furono anni di sangue, lutti, ferocia e soggezione dello Stato. Non si poteva che assistere inermi. Prevalse la fazione più giovane e, pur nell’instabilità delle logiche malavitose, Napoli conobbe un consolidarsi di alcune potenti famiglie camorriste: oltre agli Alfieri e ai Galasso, padroni in provincia ma influenti ovunque, anche i Nuvoletta, i Polverino e poi via via verso l’epicentro della metropoli i Contini, i Giuliano di Forcella, Misso alla Sanità. Tiranni del bronx criminale che si fecero guerre spietate, ma che pure erano orientati da un animalesco ordine. Se paragonato con quel passato di sangue, la Napoli di oggi è quasi una città bonificata dai lupi. Grandi boss non se ne vedono, la statistica degli omicidi di camorra è lontana dalle medie spesso prossime ai 200 di un quarto di secolo fa. Persistono grandi enclave dell’antistato come a Scampia e i mille tentacoli del riciclaggio fra il Vomero e il Rettifilo, ma non esiste alcuna direzione strategica del crimine inteso come esercito in armi: esiste solo l’anarchia. Nell’anarchia germoglia la microdelinquenza, anzi la microdevianza. Ugo Russo non era un ragazzo segnato, lo è il contesto in cui la devianza giovanile è pratica ordinaria. Ma tutto questo cosa c’entra con il grande epicentro del crimine e della violenza camorrista che Napoli è stata fino a alla faida di Scampia dei primi anni Duemila?

C’entra poco, come c’entra poco con la Napoli dei ministri onnipotenti che negli anni Ottanta ha convissuto con l’underground criminale di Cutolo e Alfieri. La guerra camorrista di allora era un alibi per una politica potente che non poteva mantenere tutte le sue promesse. L’anarchia da banditismo molecolare di oggi è il riflesso di un’anarchia politica in cui la scena nazionale, a Napoli, non offre più alcuna proiezione di sé. I soli leader riconoscibili, de Magistris e De Luca, sono due figure nettamente isolate dal contesto nazionale.

Non si trova un senso alla morte di Ugo. E si fatica a trovarlo anche a quel ventre molle che Napoli non smette di avere. Ma forse il solo significato possibile è in questa condizione anarcoide e ormai periferica, marginale. Priva di poteri criminali veri e stabili, ma priva anche di un potere politico capace di radicarsi. Napoli non è più capitale. È una meravigliosa e inquietante città di periferia, alle propaggini remote dello Stivale. Non vive né di sogni industriali come l’Italsider e le fabbriche che un tempo appestavano la Zona Orientale, né di grandi provvidenze pubbliche. Sopravvive di turismo, del turismo molecolare dei bed and breakfast. Non ha più il ceto medio dinamico e clientelare di trent’anni fa. Non ha più alcun ceto medio. Fra l’aristocrazia dei patrimoni (ereditari o di opaca origine) e il sottoproletariato immerso nell’illegalità, esiste solo un unico indistinto ceto intermedio, che confonde popolari e borghesi. Vivono tutti di ciò che resta: l’accoglienza turistica diffusa, appunto, il solito impiego pubblico e un tessuto di microimprese larvale e incerto, con punte di eccellenza e grandi improvvisazioni.

Napoli è insomma diventata piccola. Ancora grande nelle sue tragedie, ma spogliata di abitanti (rispetto al 1991 ne ha persi quasi 300mila, circa un quarto), di intelligenze, di giovani, di insediamenti produttivi. È una città quasi solo turistica, come certi luoghi del Sud della Spagna, Marbella per esempio, ma senza poterselo davvero permettere vista la pressione demografica comunque imponente, se si considera l’hinterland. È deprivata del suo passato, grande e terribile, del potere politico e del potere criminale. È diventata nuova, diversa, ma spesso minima anche nei buchi neri che risucchiano la vita di un quindicenne, tradito dall’illusione di una pistola finta.

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