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Troppe improvvisazioni, l’unico antidoto al virus è la normalità

Mi vergogno nel vedere tanti consumatori assaltare i supermercati. Me ne vergogno da cittadino, passato in quarant’anni dal colera alla SARS, dall’aviaria alla peste suina, e poi da un terremoto all’altro
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Ho l’impressione che il coronavirus abbia stufato gli italiani. Più che la paura ha potuto la noia. Ed a determinate l’atteggiamento di rifiuto hanno senza dubbio contribuito, come veri e propri antivirali, i dibattiti contraddittori e sconclusionati di medici, biologi, sedicenti scienziati, catastrofisti in servizio permanente effettivo, supportati da una e comunicazione pubblica da dilettanti allo sbaraglio, giustificata soltanto dal “confusionismo” governativo che ha dato solide prove di dilettantismo che in altri campi aveva peraltro già dimostrato (vedi il racconto esilarante e paradossalmente drammatico ad un tempo di Francesco Damato sul Dubbio di ieri a proposito delle intercettazioni). Si ha nostalgia, giustificata, di un’altra Italia. Correva l’anno 1957. Imperversava nel mondo la cosiddetta influenza asiatica. I morti furono due milioni. Trentamila nel nostro Paese. Ero un bambino, ma ricordo bene il clima. Se ne parlava con pacatezza. Nessuna scena di panico. La vita continuava come sempre. Sul canale unico televisivo non vedemmo volti scomposti di balbettanti politici per rassicurare una platea dopotutto piuttosto limitata ( il televisore ce l’avevano in pochi), né vennero chiamati illustri esperti per spiegare cosa stava succedendo. Ci si affidava alle notizie dei giornali, sobrie e chiare, corredate da qualche intervista, e la “pratica” venne affidata ad un commissario nominato dal governo, tale senatore Angelo Mott della Valsugana. Vennero chiuse le scuole elementari senza molti clamori per pochi giorni e si guardò bene il presidente del Consiglio d’allora, Adone Zoli, dall’apparire davanti alla sola telecamera della Rai o pronunciare concitati discorsi alla radio.

Ricordo che se ne parlava appena a tavola, con la bisnonna che apriva il pranzo dopo aver rivolto un pensiero ai disgraziati incappati nell’epidemia ed una preghiera al Signore per ringraziarlo di averci risparmiati. L’asiatica passò. Fu una tragedia, ma l’Italia, non diversamente da altre nazioni maggiormente colpite, diede una prova di dignità che paragonandola a quel che sta accadendo oggi con il coronavirus la dice lunga sul precipizio nel quale siamo caduti.

Trentamila morti cambiano il volto di un Paese; qualche decina di infettati o presunti tali, pochissimi morti per fortuna quasi tutti in età avanzata e affetti da gravi patologie, non possono essere elementi tali da scambiare una sia pur inquietante infezione dilagante ed ignota nelle origini in una Apocalisse.

Perciò, ben vengano tutte le precauzione, ci mancherebbe, ma la si faccia finita con questo balletto macabro del quale non sappiamo se apprezzare ( si fa per dire) di più la costanza degli informatori dalle facce contrite o la vanità di chi pensa di guadagnare un’ oncia di celebrità raccontando la “sua” verità e riuscendo perfino a litigare sul dolore e sulla paura di tanti Italiani che vivono come assediati, in particolare nel Veneto ed in Lombardia, questo “caso” che certamente ci tiene in apprensione, ma che non può essere vissuto, almeno nelle dimensioni fin qui manifestate, come un fulmine caduto dal cielo e prossimo a sterminarci tutti.

Mi vergogno, sinceramente, nel vedere tanti consumatori assaltare i supermercati facendo incetta di tutto. Me ne vergogno come cittadino che è passato in quarant’anni dal colera alla SARS, dall’aviaria alla peste suina, e poi da un terremoto all’altro: sembra che nulla ci sia mancato che comunque abbiamo bene o male superato.

Adesso dovremmo avvolgerci nelle nostre pur legittime preoccupazioni fino a dilatarle in incubi non governabili? Non mi sembra il caso. Altrove, facendo un rapido giro del mondo, non si rilevano scene di panico ( soprattutto orchestrate dalle autorità pubbliche) come quelle che stiamo vedendo nelle nostre città.

Qualche segnale comunque d’inversione di tendenza, si nota. I giornali degli ultimi due giorni hanno abbassato i toni, come si dice. Si fa quel che deve essere fatto e si racconta ciò che deve essere saputo. E mi sembra che le precauzioni siano state prese. Nessuno è così stupido da non osservare qualche regola igienica in più nell’attesa del salvifico vaccino.

Aspettiamo che in tutte le scuole riprendano le lezioni, che i locali restino aperti fino all’ora solita, che ci si stringa la mano senza timore di portarsi a casa il contagio e che i supermercati siano pieni ed efficienti.

La normalità è il solo antidoto al terrore. Una condizione vitale. A prescindere dalle querelles da cortile di presunti scienziati che tra provette ed alambicchi se ne sono dette di tutti i colori, volgarmente, non certo tranquillizzando gli italiani, ma deprimendoli più del dovuto.

 

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