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«Amiche e compagne, l’8 marzo non è una festa ma ancora una lotta»

Sei novantenni alla Casa internazionale delle donne per parlare di emancipazione, politica e femminicido: Luciana Castellina, Cecilia Mangini, Elena Marinucci, Gianna Radiconcini, Marisa Rodano e Luciana Romoli
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Marisa Rodano, novantanove anni da poco compiuti e lungo cappotto rosso, entra nella Casa internazionale delle donne appoggiata al braccio Livia Turco e si ferma a salutare chi ha già preso posto in sala. Poi è il turno di Luciana Castellina, con la piega appena fatta e il cellulare che vibra di continuo, appena un po’ di lentezza nelle gambe a tradire i novant’anni.

Le due ex compagne del partito comunista fino al 1970, quando Castellina viene radiata coi colleghi del manifesto per i suoi articoli sulla Primavera di Praga, si siedono ai lati opposti della fila di sedie. A riempire i posti vuoti tra loro arrivano Cecilia Mangini, piccola e un po’ ricurva nei suoi novantatré anni ma ancora vispa come quando girava i primi documentari nelle periferie romane, e la socialista e avvocata Elena Marinucci, novantadue anni e tre legislature a cavallo degli anni Ottanta spese a lottare per i diritti civili e la parità tra uomo e donna. Si sono fatte le sei del pomeriggio e le sedie sono tutte piene sotto i quadri con le fotografie in bianco e nero delle manifestazioni femministe.

Per spezzare l’attesa si chiacchiera di partito, soprattutto dei circoli Pd di Roma e del fatto che «ci sono tanti militanti preparati, che non si meritano la classe dirigente attuale», vecchie amiche si incontrano e si aggiornano sui rispettivi figli ma soprattutto nipoti, Livia Turco in prima fila racconta dei preparativi per il centenario di Nilde Iotti. Le voci si uniscono in un unico brusio fino a quando non arriva anche Gianna Radiconcini, novantatré anni in cui è stata staffetta partigiana, poi membro del Partito d’Azione e infine prima donna ad essere corrispondente estero Rai a Bruxelles e Strasburgo. Si accomoda, distinta, in una nuvola di capelli bianchi e la sala si zittisce, la serata può iniziare.

Per un giorno, la Casa internazionale delle donne è tutta per loro: sei ultranovantenni che hanno fatto la storia del Paese e parlano ancora con voce di ragazze. Flavia Amabile, la giornalista della Stampa che le ha intervistate e riunite tutte in una stanza, spiega che le loro sono «parole che restano, per non dimenticare chi siamo state in vista di chi saremo». Nel luogo più caro al femminismo romano, instancabilmente, si parla di donne alle donne, ognuna con le proprie parole. Quella di Castellina, nemmeno a dirlo, è rivoluzione. «Nessuna rivoluzione è stata fatta senza spargimento di sangue, perchè per le donne dovrebbe essere diverso? Il femminicidio è la dimostrazione della nostra lotta, veniamo ammazzate quando ci ribelliamo», ragiona. Poi si guarda intorno: «Sono stati fatti passi avanti: oggi le donne che denunciano vengono finalmente credute. Abbiamo conquistato autorevolezza, ma non ancora il potere» e scandisce lo slogan del femminismo americano: «Patriarcato e capitale, alleanza criminale».

Magnini, invece, elenca le sue fortune. La prima, «di aver avuto una pessima madre a cui era facile opporsi», la seconda, «quella di aver potuto frequentare le scuole». Marinucci alza la voce contro le giovani, che «non devono, proprio loro, rinunciare a pensare di poter fare per prime la cosa più importante». Poi ricorda di quando, con Castellina, andarono in delegazione in America a raccontare alle sorelle d’oltreoceano la battaglia vinta per avere l’aborto. «Ci portammo dietro anche un prete che era favorevole, lui però si presentò in abiti civili e noi lo costringemmo a cambiarsi. Dimostrammo all’America che nel 1978 le donne siciliane erano più evolute di quelle di New York».

Anche Rodano striglia le donne di oggi che «ancora non fanno squadra ma tendono all’affermazione individuale, omologandosi a un modello maschile. Per questo, in politica, continuano ad essere scelte dagli uomini». Applausi ma anche brusio in sala, c’è chi non è d’accordo e lo dice alla vicina di posto. Del resto è stata la stessa Rodano a commuoversi quando è entrata, perchè quella sala che adesso è gremita lei la ricorda «come luogo di incontro con tante amiche e compagne, ma anche di scontri per decidere come portare avanti la nostra battaglia di emancipazione».

Radiconcini racconta la storia che fa tornare il silenzio. Lei, precaria in Rai e con un marito che conviveva con un’altra donna da cui era separata da cinque anni, era rimasta incinta. L’ex la minacciava di farla finire in galera come adultera, ma lei quel bambino lo voleva. A sessant’anni di distanza alza le spalle: «Come si nasconde una gravidanza? Non mangiando e con lunghe sciarpe. Poi sono andata a partorire a Milano ma prima sono andata a parlare coi magistrati. Gli ho raccontato la mia storia e ho seguito il loro consiglio». Quello di partorire senza riconoscere il figlio ma chiedendo contestualmente in adozione un bambino: «Quei magistrati mi hanno dato prima in affido e poi in adozione il mio stesso figlio, che poi finalmente ho potuto riconoscere con la riforma del diritto di famiglia». A guardarla, oggi, sembra una distinta signora in foulard di seta. «Ogni tanto la mia è stata una vita contro. Come quando portavo le bombe a casa durante la resistenza, ma non erano innescate, come spiegai a mia madre quando le trovò».

Improvvisamente, nella sala irrompe col suo fazzoletto tricolore la partigiana romana Luciana Romoli, appena novantenne e in ritardo perchè partecipava alla festa per i novantanove anni della collega dell’Anpi Iole Mancini. Afferra il microfono e si alza in piedi: «Io dico una cosa sola: ma che ve credete, che l’otto marzo sia una festa? E’ una lotta, l’8 marzo. E il motto deve essere sempre lo stesso: uguale salario, uguale lavoro».

Il dibattito continua e seguono le domande, ma se l’età non ha toccato la testa l’udito non è più lo stesso e le risposte somigliano a un telefono senza fili di parole ricorrenti: uguaglianza; emancipazione; scelta; lotta. Risuonano tra i muri della Casa internazionale delle donne da cinquant’anni e sono ancora le stesse, ma è la Casa a rischiare di non esserci più a causa dello sfratto voluto dal Comune di Roma con alla guida la prima sindaca donna della Capitale. Si alza allora l’ex presidente della Camera, Laura Boldrini, e assicura che «non ci siamo riusciti con un emendamento al Milleproroghe, ma troveremo il modo di salvare la Casa».

Ad ascoltarle, vien da credere a queste sei ultranovantenni: per portare avanti la battaglia per i diritti delle donne non servono nuove parole, solo rinnovata energia.

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