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Spazzacorrotti, primi effetti della Consulta: libero dopo sette mesi di ingiusta detenzione

Il caso di un funzionario in carcere da luglio. L'avvocato: "Il mio assistito ha patito il carcere vedendosi negare tutti i possibili benefici"
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Primi effetti della sentenza della Corte Costituzionale sulla irretroattività della cosiddetta legge “Spazzacorrotti”. In attesa delle motivazioni, dopo sette mesi di detenzione ed una lunga battaglia giudiziaria, torna in libertà I. R., funzionario comunale finito in carcere lo scorso luglio per l’espiazione di una pena. L’accusa a suo carico era quella di corruzione in atti giudiziari. Successivamente alla nota della Corte Costituzionale, il difensore del funzionario, il penalista Giovanni Vitale, ne aveva chiesto l’immediata scarcerazione, ottenendo dalla Procura Generale di Napoli un nuovo ordine di carcerazione ma questa volta sospeso, così come sancisce la norma codicistica in vigore all’epoca della commissione del reato, ottenendo quindi una celere applicazione della pronuncia costituzionale.

«Ci aspettavamo un adeguamento rapido degli organi dei tribunali di merito e degli organi di sorveglianza – ha commentato al Dubbio Vitale -, poiché era ampiamente prevedibile un intervento della Corte Costituzionale. Il mio assistito ha patito sette mesi di carcerazione vedendosi negare tutti i possibili benefici a causa di una legge chiaramente priva di logica giuridica nella parte in cui veniva applicata retroattivamente».

Secondo la Consulta, infatti, l’applicazione retroattiva della norma «è costituzionalmente illegittima con riferimento alle misure alternative alla detenzione, alla liberazione condizionale e al divieto di sospensione dell’ordine di carcerazione successivo alla sentenza di condanna. Secondo la Corte, infatti, l’applicazione retroattiva di una disciplina che comporta una radicale trasformazione della natura della pena e della sua incidenza sulla libertà personale, rispetto a quella prevista al momento del reato, è incompatibile con il principio di legalità delle pene, sancito dall’articolo 25, secondo comma, della Costituzione».mo. mu.

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