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Unica colpa? Esser donna. Torna libera l’avvocata linciata perché bella

La giovane legale è indagata per corruzione in atti giudiziari in concorso con un giudice
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Le foto dell’avvocata Marzia Tassone, dal 15 gennaio scorso, sono ovunque. Usate gratuitamente come simbolo della corruzione, trafugate quotidianamente dal suo profilo Facebook, chiuso pochi giorni dopo per interromperne il saccheggio selvaggio, messo in atto per trasformarla nell’immagine plastica di un sistema rispetto al quale, in realtà, non si colloca, forse, nemmeno ai margini. Perché, dopo quasi un mese di domiciliari, è tornata in libertà, grazie al lavoro certosino dei suoi difensori – Valerio Murgano e Antonio Curatola – che hanno smontato la gravità indiziaria delle accuse mosse dalla procura di Salerno, nonché le dichiarazioni del suo amante, il giudice Marco Petrini, oggi “pentito” e disposto a collaborare con i colleghi suoi accusatori. Ma il suo racconto, dicono Murgano e Curatola, «non è credibile». Ed è per questo che Tassone, ora, è di nuovo una donna libera.

La sua immagine, senza essere arrivati nemmeno alla chiusura delle indagini, è già stata però distrutta. Una storia non solo giudiziaria, dunque, ma anche di gogna mediatica quotidiana, messa in atto, soprattutto, contro una donna colpevole di essere bella e di intrattenere una relazione sentimentale con un giudice sposato. E così, i vuoti numeri del codice penale, i termini tecnici e i brocardi hanno lasciato posto agli aggettivi: avvenente, provocante, sfacciata. Colpevole in ogni caso, insomma, per quell’aspetto fisico che nessuno le perdona.

È l’alba del 15 gennaio quando l’ennesimo terremoto scuote dalle fondamenta il mondo giudiziario calabrese. La guardia di finanza, su ordine del gip di Salerno, competente per i reati commessi dai magistrati del distretto di Catanzaro, bussa alla porta di otto persone, di cui sette finite in carcere e una ai domiciliari, su richiesta della Dda. Le accuse racchiuse nelle 120 pagine dell’ordinanza che porta il nome “Genesi” sono terribili: corruzione in atti giudiziari, in alcuni casi anche aggravata dalle modalità mafiose. Tra le persone finite in carcere c’è Petrini, presidente della seconda sezione della Corte d’Assise d’appello di Catanzaro, attorno a cui, secondo gli inquirenti, ruoterebbe una «sistematica attività corruttiva». In cambio di consistenti somme di denaro in contanti, oggetti preziosi ed altri beni ed utilità, tra cui anche prestazioni sessuali, il giudice avrebbe concesso sentenze o provvedimenti favorevoli agli indagati. E in questo contesto, Tassone, secondo l’accusa, avrebbe sfruttato la propria relazione con Petrini per ottenere il rigetto della richiesta della Procura generale di utilizzare il verbale di un pentito, in un processo in cui l’avvocato era parte del collegio difensivo. Il giudice, secondo le indagini, si sarebbe fatto corrompere per risolvere una situazione di «sofferenza finanziaria cronicizzata e assolutamente non risolvibile nel breve periodo», che lo avrebbe messo «stabilmente nella necessità di procurarsi disponibilità, oltre allo stipendio di magistrato ed ai compensi quale giudice tributario, di somme di denaro contanti, anche mantenere l’elevato tenore di vita».

L’inchiesta ha rappresentato dunque un vero e proprio tsunami sul distretto di Catanzaro, già decimato dalla guerra tra magistrati, da indagini e procedimenti disciplinari, tanto da costringere il Csm a organizzare per martedì prossimo una ricognizione sul campo, per valutare le condizioni ambientali in cui operano i magistrati del distretto.

Le indagini di “Genesi” contano su video espliciti, quelli degli incontri tra Petrini e Tassone nella stanza del magistrato – diventate oggetto di culto per i linciatori seriali del web nonché sulle intercettazioni. E ora anche sulle dichiarazioni di Petrini, che ha vuotato il sacco lasciando intendere l’esistenza di un sistema di corruzione molto più ampio e che potrebbe, dunque, portare a nuovi colpi di scena. A pagina 10 del verbale del 31 gennaio scorso, il giudice parla proprio della sua amante. Fa riferimento ad almeno tre cause, nelle quali Petrini afferma di aver seguito, nel prendere la decisione, «l’orientamento giurisprudenziale prevalente». E dall’ordinanza di custodia cautelare ciò che emerge, al di là della relazione sentimentale tra i due, è una sequela di consigli su come affrontare dei processi, con un lungo elenco di parole non comprese dai trascrittori della procura che rendono le frasi, di fatto, di difficile interpretazione. Così la difesa di Tassone ha provveduto ad effettuare una consulenza sugli audio finiti agli atti, contenuti in un’ampia memoria difensiva depositata al Riesame. Materiale che ha convinto il giudice del Riesame a rimettere in libertà l’avvocata, che rimane indagata indagata per corruzione in atti giudiziari in concorso con il magistrato, ma che secondo i suoi legali non avrebbe avuto alcun favoritismo processuale. Dopo l’udienza, Tassone è scoppiata in lacrime, ammettendo di aver voluto bene a Petrini, al cui fianco è rimasta fino al giorno dell’arresto. Un giorno che per lei, oltre alla perdita della libertà, ha significato anche altro: l’azzeramento della propria dignità, sbattuta in prima pagina e lasciata alla mercé dei giustizialisti. Spietati, incapaci di perdonarle, soprattutto, di essere una donna.

 

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