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L’Italia impoverita e senza crescita non riesce a difendere il suo oro: il patrimonio culturale

Alla cultura viene destinato l’ 1,1%, siamo ultimi con distacco deprimente dal resto dell’Europa
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L’Italia è un Paese maltrattato. Pretendere il riconoscimento della sua sovranità è un’ambizione che contrasta con la decadenza del sistema civile. Lasciamo da parte le sciarade sulla giustizia e quelle sulla pubblica amministrazione che dovrebbero farci vergognare dentro e fuori l’Unione europea. Il sistema sanitario è nelle mani delle Regioni che nominano, spesso senza nessuna competenza, i direttori generali delle Asl e degli istituti afferenti, ma abbiamo ricercatori di primissimo ordine che, però, spesso fuggono all’estero per non aver a che fare con la burocrazia, la politica, le strutture fatiscenti, le liste d’attesa, e tutto quel parco giochi dell’orrore racchiuso nella maggior parte degli ospedali La ricchezza dell’Italia è il suo patrimonio paesaggistico e culturale, lo si ripete quando non si hanno argomenti. Eppure è così. Ma in concreto cosa si fa per difenderlo? Lo Stato destina a questo comparto appena lo 0,21 del bilancio, vale a dire 21 centesimi ogni 100 euro spesi, mentre il degrado, l’incuria, il vandalismo, la trascuratezza nella difesa dell’ambiente, la decadenza del mondo rurale e la crescita smisurata e disordinata di quello urbano.

Il nostro Paese detiene il primato dei siti archeologici e culturali inclusi nella lista dell’ Unesco, ma anno dopo anno arretra nelle graduatorie che indicano il numero dei turisti. Nel 1970 era in testa alla classifica mondiale, oggi è solo quinta superata da Francia, Spagna, Stati Uniti e Cina.

Nel frattempo la distruzione delle opere d’arte o il loro trafugamento non fa più notizia, mentre le biblioteche pubbliche sono deserte, i parchi trascurati, i siti meno conosciuti abbandonati, come le Ville vesuviane, solo per fare un esempio, o inserite in un contesto da malebolge nauseante. In Parlamento si litiga furiosamente sull’abolizione della prescrizione, vale a dire se un individuo deve essere condannato a restare imputato per tutta la vita ( e già questo è manicomiale); fuori dal Parlamento oggi l’ex- capo dei Cinque Stelle arringherà il suo popolo sulla “moralità” del taglio dei vitalizi agli ex- parlamentari dal momento che la loro alzata d’ingegno di città di due anni fa sembra in pericolo: i giudici che loro stessi hanno nominati, pescandoli da Camera e Senato, hanno fatto trapelare che è ben difficile attuare una misura di genere stante le pronunce della Cassazione e della Corte costituzionale sulla violazione dei principi che il provvedimento contiene. Affinché non si proceda, i giudici designati, di orientamento pentastellato, non partecipano alle sedute e tutto è bloccato. A cominciare dai fondi fin qui non erogati ai parlamentari che giacciono depositati da qualche parte. Una bella Italia.

Mentre facciamo questi conti, ci vengono in mente i dati della decadenza che relegano l’Italia nei bassifondi dell’Ue. E annotiamo la catastrofe demografica, innanzitutto, documentata pochi giorni fa dall’Istat. L’Italia è l’ultimo Paese dell’Unione con un tasso di fertilità dell’ 1,32%. Dal 1 gennaio dello scorso anno, ci informa Cristina Coccia, biologa e studiosa della materia, nel suo saggio L’anemia demografica, che nel 2018 la popolazione ammontava a 60 milioni e 391 mila residenti, oltre 90 mila in meno rispetto all’anno precedente ( con una diminuzione dell’ 1,5 per mille). La popolazione cittadina è scesa a 55 milioni e 157 mila unità. Sempre nel 2018 abbiamo avuto 449 mila nascite ( 9 mila in meno dell’anno precedente), mentre i morti sono stati 636 mila, 13 mila in meno rispetto al 2017: non perché la vita si è allungata, ma per il semplice fatto che le malattie si sono cronicizzate grazie alle scoperte farmacologiche. E l’incidenza sulla qualità della vita è tutta da ripensare, anche in termini economici. L’Italia fa meno figli rispetto a chiunque in Europa, con tutte le conseguenze che si possono immaginare.

La crescita, come ha documentato Claudio Rizza su queste pagine, ha raggiunto lo strabiliante record dello 0,3%. Ultimissimi in assoluto. Con distacco. Maglia nera, insomma. E con questo trend immaginare prospettive di sviluppo che ci vengono a raccontare è più d’una presa in giro: è un insulto. Per l’istruzione pubblica lo Stato spende il 7,9% del totale del suo bilancio: non guardate le cifre tedesche, francesi, e neppure greche e cipriote ( in rapporto al Pil ovviamente), potreste avere un attacco di bile. Si fa presto a dire che la scuola è in stato comatoso. E l’Università pure. Chi era quel ministro che voleva tassare le merendine e le bibite per dare un po’ di ossigeno all’Istruzione?

Ultima cifra – ma questa volta in rapporto al Pil, non al bilancio statale – la riserviamo agli investimenti per la cultura in generale: la giriamo a tutti gli interessati, a cominciare dal ministro Franceschini. Alla cultura viene destinato l’ 1,1%. Anche qui l’Italia è ultima con distacco deprimente dal resto dell’Europa. Italia sovrana? Ma che cosa ci rimane da difendere? La dignità? Per fortuna questa è cosa privata che non ci sogniamo di mettere nelle mani di nessuno.

 

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