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Cartwright: «Johnson ora esulta ma la Brexit farà sparire il Regno Unito»

Anthony Cartwright scrittore e intellettuale britannico. «I laburisti hanno miseramente fallito, io stesso credevo che spostare a sinistra il partito ci avrebbe portati al governo, ma le classi popolari erano troppo deluse»
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«Che lo stesso Boris Johnson rappresenti in questa fase la nostra miglior speranza la dice lunga circa la profondità dei problemi in cui si trova l’Inghilterra».

Pur mantenendo intatta l’ironica lucidità del militante che sa di cosa sta parlando – e forse proprio in virtù di questo, cosciente com’è degli affanni quotidianamente vissuti dalla “sua” working class –, non riesce a trattenere un sussulto da “uomo disperato” lo scrittore inglese Anthony Cartwright, che nel suo recente romanzo Il taglio così bene era riuscito a tradurre in fermento narrativo le motivazioni più profonde e umorali che il fatidico 23 giugno del 2016 hanno condotto la Gran Bretagna fuori dall’Unione europea.

Cartwright, il premier Johnson si sta godendo i frutti politici della tanto attesa Brexit. Tuttavia, fra le istanze indipendentiste della Scozia, i fermenti autonomisti del Galles e l’anelito d’unione tra Belfast e Dublino, la Brexit potrebbe rappresentare anche la fine del Regno Unito?

Il fatto che stiamo parlando dell’uscita dell’Inghilterra dall’Unione europea come di un evento ormai certo dimostra quanto le cose siano rapidamente cambiate. È importante evidenziare come Scozia, Galles e Irlanda si trovino in situazioni molto differenti, sia per quanto riguarda le loro politiche in merito alla Brexit che per il loro rapporto con l’Inghilterra. La Scozia sembra, in un certo senso, la più facile da comprendere. Attraverso il Parlamento scozzese e le recenti elezioni generali del Regno Unito, il Partito Nazionale Scozzese ha avuto un mandato pieno per promuovere un nuovo referendum sull’indipendenza dal Regno Unito. La loro posizione è di certo rafforzata da manifeste credenziali filo- europee. Non v’è dubbio – date le premesse – che se fossi scozzese o vivessi in Scozia, sarei a favore dell’indipendenza, e penso che ciò sia valido per molti vecchi membri del partito laburista britannico ed elettori scozzesi. Che il Partito Nazionale Scozzese abbia assunto l’autorità morale precedentemente appartenuta al Partito laburista mi sembra indubbio. Johnson, ovviamente, è determinato a non concedere alla Scozia un altro referendum e possiede una maggioranza all’interno del Parlamento britannico tale da poter far valere la propria determinazione, così pare ovvio che una sorta di crisi o di stallo sia alle porte.

E l’Irlanda?

Per quanto riguarda l’Irlanda, la situazione della Brexit è solo parte di un caleidoscopio di istanze politiche e demografiche nuovamente in movimento. Johnson ha, in fin dei conti, posto in cima alla propria agenda il mantenimento della pace, come dimostrano i tentativi del governo di reintrodurre l’Assemblea dell’Irlanda del Nord e rinegoziare l’accordo relativo alla condivisione del potere ( fra partiti nazionalisti e unionisti). È interessante notare come, a differenza della tendenza manifestatasi altrove nei seggi, il Partito Social Democratico e Laburista abbia guadagnato posizioni in Irlanda del Nord, come anche il liberale Partito dell’Alleanza dell’Irlanda del Nord. Ciò sembra suggerire, come evidenziato dal Partito Social Democratico e Laburista, che la gente è maggiormente preoccupata di questioni quali salute, istruzione, casa, infrastrutture e via dicendo, piuttosto che a innescare una crisi costituzionale o far prevalere posizioni di parte. Certo, l’intera questione della Brexit e dei relativi confini sembra rendere l’idea di un’Irlanda unita in futuro più verosimile, cosa che racchiude una certa ironia, dato che il voto del Leave era maggiormente orientato a destra. L’attuale condizione del Galles è complessa ma in modo diverso, visto che ha votato per lasciare l’Ue ( anche se un elemento non trascurabile è rappresentato dall’alto numero di elettori inglesi che vivono nel Galles). Non vi è dubbio, comunque, che il rilancio della lingua gallese, il successo del potere devoluto attraverso l’Assemblea gallese e la situazione difficile che sta attraversando l’Inghilterra potrebbero essere tutti fattori che avrebbero come conseguenza una crescente richiesta di maggiore indipendenza, soprattutto se la Scozia dovesse abbandonare il Regno Unito.

Come prefigura gli esiti del difficile negoziato che dovrebbe regolare le future relazioni tra Inghilterra e Unione europea?

Una cosa che bisogna ricordare riguardo il peso della maggioranza di Boris Johnson è che non è più ostaggio dell’estrema destra del suo partito. Possiede il potere necessario per muoversi in qualunque direzione egli desideri. È quindi possibile che si dimostri più accomodante di quanto la retorica politica abbia finora suggerito e cerchi di negoziare con l’Europa accordi più stretti di quanto si potesse in precedenza immaginare. Esistono molte ragioni per considerare Boris Johnson un individuo politicamente pericoloso, ma vi sono tre fattori che giocano a suo favore, ovvero il suo livello di ambizione personale, la sua intelligenza e il suo pragmatismo. Ciò potrebbe concorrere a condurci verso una Brexit più soft di quanto i sostenitori di estrema destra richiedono.

Non è lo sciocco che finge di essere, questo è certo. Come vede il futuro dell’Inghilterra in ambito internazionale? Sempre più accomodante verso le posizioni americane? Come per la precedente questione, c’è qualche possibilità che non si verifichi quel disastro che ci era parso inevitabile. È interessante al riguardo rilevare come l’Inghilterra, piuttosto che seguire docilmente Trump, abbia assunto nei confronti dell’Iran un atteggiamento più europeo. Ad ogni modo, ovviamente, la possibilità di una nostra dominazione economica da parte delle grandi corporazioni americane non è affatto remota. Forse sta già avvenendo. Penso inoltre che una certa fantasia che si celava dietro la Brexit e le elezioni generali del 2019 concernesse in una sorta di restaurazione dell’impero britannico, da realizzarsi attraverso accordi commerciali con le nostre ex- colonie. Spero che risulti chiaro quanto tale aspirazione sia stato illusoria. Che la Brexit ci abbia resi più vulnerabili in molti versanti è invece sotto gli occhi di tutti.

Quali sono le responsabilità dei laburisti per quanto concerne la vittoria di Boris Johnson alle ultime elezioni e, più in generale, per la situazione attuale?

Abbiamo fallito. E abbiamo deluso in modo particolare i membri più vulnerabili della nostra società. Ho personalmente sostenuto lo spostamento a sinistra del partito e, da membro attivo del Partito laburista, ho pensato, contro i pronostici, che saremmo potuti arrivare al governo. La prima cosa che dobbiamo riconoscere è il nostro catastrofico fallimento elettorale e l’intera serie di errori di valutazione che hanno portato a ciò. La mossa successiva è cercare di ricompattare tutte le diverse fazioni sia all’interno del partito stesso che nella maggioranza dell’elettorato. È senz’altro una sfida molto complessa, specialmente perché pare vi siano troppe prospettive diverse da dover accogliere ( ciò non dipende solo dalla Brexit, ma non vi è dubbio che la Brexit abbia esaltato le divisioni interne). Con un nuovo leader in arrivo, le istanze legate alle singole fazioni dovrebbero essere più facili da dirimere, a differenza delle diverse anime dell’elettorato britannico, ma questa è una sfida ad alti livelli.

Molti giovani britannici si sono iscritti alle ultime elezioni, anche per tentare di fermare l’avanzata di Boris Johnson e della Brexit. Non è bastato ma lei ha fiducia in questi youngsters?

Sono una parte promettente! Che il futuro dell’Inghilterra sia nelle città, caratterizzato dalla contaminazione delle razze e delle culture, nonché dal progresso e dall’uguaglianza sociale, senza escludere una crescente attenzione verso le problematiche legate al clima, è indiscutibile. Vi è motivo di sperare che, in futuro, ci volgeremo a ricordare questo periodo della nostra storia come un contrattempo, una serie di errori causato dai conati di un nazionalismo imperialista che ha spinto a votare per la Brexit e per Johnson. Detto questo, la crisi è ora: la crisi delle abitazioni, la povertà infantile, la disillusione dei nostri giovani, la cospicua diseguaglianza economica sono sotto i nostri occhi, e vanno peggiorando.

Tutto ciò potrebbe diventare il tema di un suo prossimo romanzo?

Il materiale per un grande romanzo su Johnson non manca di certo, ma non sarò io a scriverlo! Ho realizzato Il taglio come punto d’arrivo di una serie di romanzi che dovevano coprire gli anni fra le elezioni di Margaret Thatcher e il voto per la Brexit. In questo momento sto lavorando ad alcuni nuovi progetti, che presentano alcune prospettive politiche pur non aderendovi in maniera sensibile come il mio lavoro precedente. Fra questi, un brano che ho letto per la prima volta in pubblico l’anno scorso a un Festival letterario di Roma, intitolato Nancy by the Shore. In questo scritto è presente un personaggio, Nancy, che proviene dall’Oliver Twist di Charles Dickens, catapultato però nella Gran Bretagna dei nostri giorni. Ha duecento anni e vive nella città più povera d’Inghilterra, quindi immagino che la politica non sia poi così lontana.

 

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