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L’assoluzione di Mannino ha cancellato il vecchio teorema Mafia-Dc

La sentenza della Corte di Appello di Palermo del 20 gennaio 2020 ha prosciolto l'ex ministro democristiano perché “il fatto non sussiste”
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La sentenza della Corte di Appello di Palermo del 20 gennaio 2020 ha dichiarato la assoluzione dell’ex ministro Mannino perché “il fatto non sussiste ”, formula che di per sé indica la pretestuosità del processo il quale non doveva essere celebrato in mancanza appunto del “fatto”. La straordinaria notizia è stata pubblicata e commentata da pochissimi organi di stampa, ignorata dai grandi giornali, ma non può essere dimenticata perché con le sue ineccepibili motivazioni la sentenza ha cancellato trent’anni di teoremi arbitrari e inconsistenti che accreditavano la contiguità di un partito con la delinquenza organizzata.

Negli ultimi mesi, con sempre più insistenza si discute di un ruolo politico anomalo che la magistratura ha assunto, non in linea con la Costituzione per cui ci troveremmo in presenza di una Repubblica giudiziaria.

Alcuni di noi hanno evidenziato questa anomalia dagli anni 80 e hanno, inoltre, espresso critiche anche forti per la delega che il legislatore ha concesso al potere giudiziario il quale si è assun- to l’onere! di adottare, con le sentenze, decisioni che spettano al potere legislativo. Così è avvenuto dagli anni 90 per Tangentopoli e così è avvenuto per “mafiopoli“.

Oggi a distanza di tanti anni possiamo dire che le indagini di Tangentopoli hanno avuto conferma nelle sentenze dei giudici soltanto per il 30 / 31% non costituendo prove per una possibile condanna; e che le indagini per “mafiopoli”, soprattutto con la sentenza dell’onorevole Mannino, sono state considerate fasulle, con una sconfitta dei pubblici ministeri che si sono succeduti nel tempo e con una condanna del loro comportamento.

Per queste ragioni la sentenza non può essere dimenticata perché non riguarda solo la persona di Mannino, che forse dopo trent’anni può ritrovare un po’ di serenità! nel suo animo lacerato, ma riguarda il partito della DC in primo luogo e larga parte della classe dirigente che insieme a Mannino in questi lunghi anni hanno combattuto in tutti modi la delinquenza organizzata.

Dobbiamo prendere atto, dunque, sia pure nell’anomalia prima denunziata, che i giudici hanno fatto giustizia della magistratura inquirente e hanno interpretato gli avvenimenti con il dovuto rigore logico.

È doveroso dare atto al collegio della Corte d’Appello del difficilissimo lavoro svolto e della grande intelligenza nell’aver interpretato i fatti reali districandosi in una selva di supposizioni, di illazioni e di false testimonianze alimentate per trent’anni da teoremi bislacchi che sono serviti soltanto ad inquinare il clima sociale. L’onorevole Mannino dunque non è innocente, è estraneo, è “vittima della mafia”; ha rappresentato il partito nella sua costante battaglia in Sicilia e in Italia, e ha allontanato dal partito le posizioni compromesse o contigue con la mafia.

A questo punto la domanda è: come è potuto avvenire tutto ciò, come è stata possibile una deviazione delle indagini così smaccata da rendere martiri alcuni servitori dello Stato e da distorcere il significato degli avvenimenti in maniera così “illogica”!

Per rispondere a questa domanda, prima di fare alcuni commenti doverosi sulle motivazioni della sentenza, è necessario dare alcune spiegazioni su un piano più generale.

Bisogna rendersi conto di quello che è avvenuto sin dagli anni 70/ 80 nel rapporto tra politica e giustizia per capire come sia stato possibile negli anni 90 una resa del potere politico e addirittura una sorta di sua rinunzia ad esercitare una funzione di indirizzo, di mediazione e di riferimento per le aspettative dei cittadini che hanno alimentato l’antipolitica e hanno avvilito le istituzioni Le indagini dei pubblici ministeri hanno consentito una utilizzazione politica dell’operato della magistratura e le questioni giudiziarie hanno alimentato lo scontro politico.

La distinzione tra giustizia e politica è una conquista della civiltà del diritto, che ha consentito l’evoluzione dello Stato democratico e il rapporto tra giustizia e libertà, tra giustizia e diritto, ed è coretto se fa riferimento alla cultura della divisione dei poteri.

Nella cultura italiana bisogna riconoscerlo e in maniera più marcata anche oggi, esiste una tendenza ad allontanarsi dalla civiltà liberale, il che si riflette nelle istituzioni e nella giustizia.

Sin dagli anni ‘ 80, dunque, vi è stata una crisi del rapporto tra potere politico e potere giudiziario perché il rapporto tra i due poteri andava perdendo sempre più le caratteristiche istituzionali e accentuava gli aspetti politici e partitici. Alcuni di noi, pochi in verità, hanno fatto battaglie per scongiurare un grave pericolo, quello di un’intesa tra limitati settori della magistratura politicizzati e i partiti della sinistra, del PCI in particolare, che, inseguendo una strategia giudiziaria per la conquista del potere hanno influenzato l’azione dei giudici, immaginando di sconfiggere i partiti della maggioranza – non essendo riusciti a sconfiggerli con il confronto elettorale.

La conclusione è appunto che quella che viene definita come “rivoluzione giudiziaria” altro non è stata che una banale e incerta volontà di conquista del potere da parte di una sinistra che, rinunziando a fare una profonda revisione culturale e politica della propria storia, ha rinnegato genericamente il marxismo ma ha enfatizzato e utilizzato il giustizialismo per cavalcare la “questione morale”, immaginando di consolidare la sua posizione come partito del popolo.

Insomma, dopo le sconfitte degli ultimi cinquant’anni la sinistra italiana ha ritenuto di legittimare la sua presenza su una presunta diversità morale riconosciuta da minoranze giudiziarie molto attive e dalla stampa delle grandi famiglie faziosamente schierate per garantire una loro impunità. Troppo poco per chi pretendeva di governare stabilmente un paese industrializzato come l’Italia! e infatti il tentativo è fallito.

È dunque questa la premessa culturale che ha consentito una funzione della magistratura fuori dalle regole istituzionali, ideologizzando il suo ruolo come un ruolo politico non al di sopra delle parti..

La classe dirigente politica ha assistito in maniera passiva e remissiva o compiaciuta, aggravando ancora di più la situazione e allontanando ancora di più i cittadini dalle istituzioni.

Il magistrato Falcone è stato l’unico che ha denunziato ad alta voce questo metodo, e per questo è stato osteggiato: egli aveva con lucidità il quadro della situazione e ha manifestato tante sue considerazioni che io ho riportato nel 1998 in un libro intitolato “In nome dei pubblici ministeri” ispirato anche da quello che lui mi diceva. È estremamente istruttivo riportare alcuni passi di quel libro che avrebbero dovuto ispirare le indagini giudiziarie e che oggi appaiono rivelatrici della lungimiranza di Falcone.

Il quale esprimeva giudizi durissimi sui reati associativi, perché credeva nelle indagini che producono prove, e cercava riscontri materiali delle dichiarazioni verbali. Falcone immaginava il concorso esterno all’organizzazione mafiosa, come presupposto per un processo nel quale bisognava contestare reati concreti di attività mafiose. Nel suo intervento contro la zona grigia contigua alla mafia, ha evitato sempre eccessi inquisitori rivelando, che il “partito istituzionale dei pm” venerano il famoso e idolatrato art. 416 bis come fosse l’unico presidio nella lotta alla mafia”.

“Non si potrà ancora a lungo”, diceva più avanti, ‘ continuare a punire il vecchio delitto di associazione in quanto tale, ma bisognerà orientarsi verso la ricerca della prova dei reati specifici.”

Per essere ancora più chiaro, Falcone aggiungeva una smentita categorica del cosiddetto “terzo livello” perché “non esiste ombra di prova o di indizio che suffraghi l’ipotesi di un vertice segreto che si serve della mafia, trasformata in un semplice braccio armato di trame politiche”; aggiungeva ancora che: “le indagini ostinate sul “terzo livello“rallentano quelle nei confronti della mafia vera e propria”.

Quanto descritto, quasi con rabbia, da Giovanni Falcone è esattamente quello che è successo a Calogero Mannino il quale non avrebbe mai potuto immaginare che Mannino sarebbe stato accusato di concorso con la mafia.

L’on. Mannino ha subito vari processi per concorso con la mafia che la Cassazione già nel 2005 ha cancellato con motivazioni limpide, accogliendo la richiesta del Procuratore Generale che dichiarò che nella sentenza della Corte d’Appello di Palermo “non c’è nulla” e “la sentenza costituisce un esempio negativo da mostrare agli editori giudiziari!” Ma i pubblici ministeri sconfitti nel 2010 hanno continuato le loro iniziative coinvolgendo Mannino della trattativa tra lo Stato e la mafia di cui abbiamo parlato all’inizio e le motivazioni della sentenza del gennaio scorso sono esemplari e indicative.

La sentenza stabilisce che Mannino non è finito nel mirino della mafia a causa di sue presunte e indimostrate promesse non mantenute ( addirittura, quella del buon esito del primo maxi processo! ) ma, al contrario, è stato vittima designata della mafia, proprio a causa della sua specifica azione di contrasto a “cosa nostra” quale esponente del governo nel 1991.’

‘ Scrivono i giudici che è “indimostrato il dato fattuale, la tesi della procura con riguardo alla posizione del Mannino ( in ordine all’input della trattativa ed allo specifico segmento della veicolazione da parte sua della minaccia allo Stato) si appalesa non solo infondata, ma anche totalmente illogica ed incongruente con la ricostruzione complessiva dei fatti, con la quale non combacia da qualunque punto di vista la si voglia guardare’.

Quindi per la Corte d’Appello di Palermo è stata acclarata l’assoluta estraneità di Mannino da tutte le condotte materiali contestategli a prescindere da una valutazione più complessiva – sia dal punto di vista della ricostruzione storica, sia di quella giuridica che della cosiddetta trattativa Stato – mafia’.

Se i pubblici ministeri avessero ascoltato la lezione di Falcone e avessero valutato attentamente le varie deposizione nei processi tra le quali quelle mie personali, di una persona cioè che ha seguito con attenzione e rispetto tutta l’attività politica di Mannino, avrebbero capito che in Parlamento e al Governo egli era il regista delle iniziative legislative e delle misure governative contro la mafia organizzata e i processi non andavano celebrati perché i “fatti” non esistevano.

La sentenza va approfondita, e commentata perché contribuisce a scrivere la storia giudiziaria e dunque la storia politica del nostro paese.

La Fondazione giuridica che ho l’onore di presiedere organizzerà un seminario per spiegare la vera storia politica e i comportamenti dei partiti, rifiutando una condanna generica e ingiusta della classe dirigente dell’epoca.

 

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