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Il Sanremo conformista diventa (a sorpresa) palco di liti e avanguardia

La polemica tra Fiorello e Tiziano Ferro e l'ecletticità di Achille Lauro infiammano l'Ariston e svegliano uno show che puntava sui buoni sentimenti
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Quei «bellissima» diventeranno un tormentone e Amadeus dovrebbe registrarli come proprio marchio di fabbrica: li ha dispensati su tutto, dai vestiti delle vallette all’amicizia che lo lega a più o meno tutti gli ospiti che ha invitato sul palco a intrattenere negli inesistenti tempi morti, tanto da trasformare Sanremo in una diretta fiume da far invidia a Enrico Mentana.

Il Settantesimo festival della musica italiana doveva essere un tripudio di buoni sentimenti, vestiti inamidati e frasi fatte, di quelle che non scontentano nessuno. Invece, ogni serata ha mostrato sempre più come l’arte varia dello spettacolo – con una giusta dose di casualità – possa trasformare il carrozzone più classico del palinsesto italiano in un palco d’avanguardia, seppur corsara.

Nella lista dei buoni sentimenti, seconda solo all’esaltazione delle donne (meglio se in vestito gonfio d’ordinanza e molto immedesimate nell’esser simbolo di qualcosa), c’è l’amicizia. Amadeus definisce il suo un festival dell’amicizia e racconta i suoi trascorsi nei villaggi con l’amico Fiorello e le sue promesse mantenute con l’amico Tiziano Ferro. Tutto «bellissimo», peccato che ci si metta di mezzo lo spettacolo: nello specifico, il fatto che Fiorello nella sua ansia da showman che si mangia il palco e ne vuole sempre di più, nella seconda serata abbia sforato i tempi già biblici, relegando Ferro a cantare per i sonnambuli, intorno all’1.30 di notte. E allora il cantante, tra la battuta e il fastidio, si lascia andare a un: «Lancio l’hashtag, #Fiorellostattezitto».

Risultato: la proprietà transitiva con gli amici non funziona e i due si producono in una delle migliori liti mai avvenute tra il palco e il dietro le quinte. Fiorello non prende bene la critica, minaccia di non presentarsi più all’Ariston, pretende scuse pubbliche di Ferro e gli dà del sobillatore di folle: «Tiziano Ferro mi ha lanciato contro l’odio, ho ricevuto insulti tremendi per 24 ore e sono stato malissimo. Si deve prendere la responsabilità delle sue azioni». Lo showman è un fiume in piena crisi di nervi: «Parliamo tanto di cyberbullismo e non valutiamo le conseguenze? Un vigile si è suicidato in questi giorni per gli attacchi sul web».

Tiziano Ferro all’inizio glissa, poi prova a sdrammatizzare, infine si cosparge il capo di cenere e verga un biglietto di scuse scritto di suo pugno, fotografato e pubblicato tra le sue stories di Instagram. Scuse più pubbliche di così, nel 2020, non ne esistono. La lite, però, trasforma lo show in un meta show, tutti si domandano se Fiorello ci sarà nella quarta serata, se davvero i due faranno un duetto canoro riappacificatore come la bionda e la mora dei Ricchi e poveri (in quel caso, però, la riconciliazione era prevista come voce del cachet), oppure se invece lo show proseguirà come se nulla fosse, perchè ci si fa notare di più così. In ogni caso, lo share ringrazierà perchè a Sanremo tutto è show.

A mettere in disordine il guardaroba dei vestiti sanremesi di Amadeus, invece, ci pensa Achille Lauro. A lui, nemmeno Amadeus ha lo stomaco di ripetere «bellissimo» ed «elegantissimo». Eppure, è lui ad essere l’imprevisto sul palco più conservatore della rete ammiraglia. In un festival che vorrebbe parlare di donne, dunque di genere, Achille Lauro incarna l’avanguardia.

Per dirla nel gergo che mostra la distanza tra generazioni – più o meno la stessa che separava Claudio Villa da Adriano Celentano – “Achille ha triggerato i boomers” (e chi non sa cosa significhi è il boomer). Tradotto: Achille Lauro (in arte Lauro de Marinis e di professione cantante con il viso tatuato), che urla «me ne frego la la la» in tutina aderente color carne e strass di Gucci e poi canta in duetto Gli uomini non cambiano vestito da Ziggy Stardust e un passo indietro rispetto ad Annalisa (dopo la battuta di Amadeus sulla valletta scelta perchè «ha saputo stare un passo dietro un grande uomo», ha volontariamente provocato il pubblico anziano. All’Ariston ha portato la confusione dei generi, mostrando la ridicolezza degli stereotipi di genere in cui è imbrigliata non solo la donna ma anche l’uomo, e ha sfidato proprio quelli.

Per spiegare la performance, molti sono andati a pescare in un libro che ha pubblicato con Adelphi in cui scrive: «Sono allergico ai modi maschili, ignoranti con cui sono cresciuto. Allora indossare capi di abbigliamento femminili, oltre che il trucco, la confusione di generi è il mio modo di dissentire e ribadire il mio anarchismo, di rifiutare le convenzioni da cui poi si genera discriminazione e violenza». Proprio di questa violenza Achille Lauro ha cantato, scegliendo per la serata delle cover uno dei pezzi più struggenti di Mia Martini, dedicato al padre. Lui ha cantato la strofa («Ho scoperto con il tempo/ E diventando un po’ più dura/ Che se l’uomo in gruppo è più cattivo/ Quando è solo ha più paura»), lasciando ad Annalisa sempre davanti a lui i picchi del ritornello (Gli uomini ti cambiano/ E tu piangi mille notti di perché/ Invece, gli uomini ti uccidono/ E con gli amici vanno a ridere di te). Ha sceso le scale vestito col completo verde, la parrucca rossa e il trucco blu elettrico del personaggio di David Bowie, uno che ha fatto dell’androginia e della confusione tra i generi la sua cifra liberatoria e artistica, e ha sbattuto in faccia all’Ariston che l’arte non sta nella bellezza, ma nello stupore.

La serata delle cover è stata vinta con merito dall’unica vera cantante in gara, Tosca con Piazza grande di Lucio Dalla. Sanremo verrà vinto probabilmente da uno dei 24 artisti in gara che non è Achille Lauro, sempre nella fascia medio-bassa della classifica delle serate.Quello di Amadeus e delle sue buone intenzioni di sentimentalismo e bon ton disattese è forse uno dei migliori Sanremo degli ultimi anni. Non solo per lo share che lo sta premiando con picchi oltre i 50%, ma soprattutto perchè diverte, anche se forse lo fa involontariamente, e conferma che il palco dell’Ariston è davvero lo specchio del carattere del Paese. Che è fatto dell’ansia di normalità di Amadeus, della permalosità aggressiva di Fiorello e della modernità stonata di Achille Lauro.

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